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ISRAELE, STATO-NAZIONE DEL POPOLO EBRAICO

agosto 17, 2018 • Pierluigi Giacomoni

ISRAELE, STATO-NAZIONE DEL POPOLO EBRAICO
(17 Agosto 2018)

GERUSALEMME. Con 62 voti favorevoli e 55 contrari la Knesset, la camera unica del Parlamento israeliano, ha

approvato in via definitiva le norme che definiscono Israele lo Stato-nazione del popolo ebraico.

La notizia, risalente allo scorso 19 Luglio, ha fatto il giro del mondo ed ha generato i classici fiumi

d’inchiostro sui quotidiani non solo israeliani, ma anche di altri Paesi.

Le opinioni espresse sono state le più varie: alcuni hanno salutato con favore la scelta compiuta, considerandola

non molto diversa da analoghe leggi adottate da altri Paesi che hanno messo per iscritto i pilastri del proprio

sentirsi nazione, altri l’hanno criticata, interpretandola soprattutto come uno schiaffo dato platealmente in

faccia ad un processo di pace già per molti versi moribondo.
***
La legge.[1] Il disegno di legge  era stato presentato all’inizio di questa legislatura nel 2015 ed aveva superato

le due prime letture previste dal regolamento assembleare, non senzadifficoltà.

Prima che approdasse in aula per l’approvazione definitiva e la promulgazione, era stata inviata ad una commissione

speciale del Legislativo che l’ha esaminata punto per punto, per poi accettarla a stretta maggioranza.

La normativa adottata, di rango costituzionale, non avendo Israele una vera e propria Costituzione, può esser

definita a buon diritto il manifesto dell’ideologia sionista, elaborata a fine Ottocento da Theodor herzl,

stabilisce, prima di tutto, che Israele è la patria storica del popolo ebraico ed in questo stato esso ha il

diritto esclusivo all’autodeterminazione; Gerusalemme, completa e unita, ne è la capitale, come già disposto da una

legge del 1980.

Successivamente, riconosce come simboli ufficiali dello Stato  la bandiera con la Stella di Davide, l’inno

nazionale, l’HaTikvà e la Menorà,ossia il candelabro a sette bracci.

L’ebraico diviene lingua ufficiale dello Stato: L’arabo, seconda lingua per importanza, parlata da un quinto della

popolazione, perde la sua natura di idioma ufficiale. Il legislatore rinvia ad una norma che sarà approvata in

futuro l’attribuzione o meno d’uno statuto speciale a questa lingua.

Anche in futuro, su cartelli e insegne stradali saranno riportati i nomi delle località in ebraico ed arabo,

inoltre, i documenti ufficiali dello Stato continueranno ad esser pubblicati nelle due lingue.

Il calendario ebraico diverrà quello ufficiale dello Stato, perciò lo Shabbat (sabato), ossia il riposo settimanale

obbligatorio per ciascun ebreo praticante, e le altre festività del calendario religioso ebraico (Capodanno,

Pasqua…) saranno giorni festivi ufficiali, fatta salva la possibilità per i non ebrei, come è stato finora, di

determinare i propri giorni di riposo e le proprie feste.

Una clausola particolarmente controversa, relativa alla possibilità di preservare il carattere ebraico delle

comunità, vivacemente criticata in sede di discussione della bozza dallo stesso presidente Reuven Rivlin, è stata

radicalmente modificata. La formula approvata si limita ad affermare che “lo Stato considera lo sviluppo di

comunità ebraiche un valore nazionale e agirà per incoraggiarne e promuoverne lo sviluppo”. La versione approvata

non contiene nulla che impedisca l’esistenza di comunità urbane miste (che già esistono in Israele) e, nello

specifico, nulla che possa impedire a cittadini arabi di acquistare case e abitare all’interno di comunità

ebraiche.

Israele opererà nella diaspora per rafforzare l’affinità con il popolo ebraico: perciò la normativa adottata

conferma quanto stabilito con la “legge del ritorno” del 1950. Gli Ebrei residenti all’estero potranno anche in

futuro acquisire la cittadinanza israeliana, stabilendosi nel territorio dello Stato.

Lo Stato considera lo sviluppo degli insediamenti ebraici come un valore nazionale e agirà per incoraggiarne e

promuoverne la creazione e il consolidamento.

Cambiamenti a questa legge potranno essere realizzati solo attraverso un’altra legge approvata dalla maggioranza

assoluta del parlamento, cioè da almeno 61 deputati su 120.
***
Le reazioni. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, che aveva sempre appoggiato esplicitamente l’adozione di questa

legge, ne ha salutato l’approvazione come «un momento determinante nella storia del sionismo e dello Stato di

Israele,» che «àncora nel diritto il principio cardine della nostra esistenza: Israele è lo Stato nazionale del

popolo ebraico. A 122 anni di distanza dalla pubblicazione della visione di Herzl, abbiamo sancito come legge i

principi basilari della nostra esistenza, – ha aggiunto il premier – abbiamo incastonato in una legge il principio

base della nostra esistenza.»

Tzipi Livni, leader dell’opposizione di centro-sinistra, ha promesso che se vincerà le prossime elezioni generali

previste per l’anno prossimo farà in modo che venga sostituita, proclamando al suo posto come legge fondamentale la

“Dichiarazione di indipendenza” di Israele[2] che garantisce piena eguaglianza a tutte le minoranze etniche.

«A settant’anni dalla fondazione dello Stato – ha detto dal canto suo Amir Ohana, presidente della commissione

parlamentare che ha esaminato nel dettaglio la normativa che poi è stata accettata dall’aula – l’attuale

legislatura, la XX d’Israele, ha approvato ciò che avrebbe dovuto essere introdotto nella legislazione fin dalla

prima.» L’approvazione della legge che dichiara ufficialmente Israele come lo Stato nazionale del popolo ebraico,

pur nel rispetto, già sancito dalla Dichiarazione d’Indipendenza, dei diritti di ogni singolo cittadino, anche non

ebreo, «attesta che in linea di principio noi non siamo uno stato bi-nazionale: siamo lo stato ebraico, con

l’ebraico come lingua ufficiale. Capisco che gli arabi siano contrari: loro vogliono uno stato bi-nazionale

(destinato nei loro piani a diventare arabo) e per questo non vogliono riconoscere Israele come patria del popolo

ebraico. Non condivido, ma li capisco.»

In effetti, le reazioni più dure sono venute sia dalla componente parlamentare araba presente alla Knesset che

dall’ANP, l’autorità Nazionale Palestinese.

Il leader dei deputati arabi Ayman Odeh, temendo che la nuova legge autorizzi il governo ad attuare una politica

discriminatoria nei confronti della sua comunità, ha dichiarato che la nuova legge dimostra che Israele «non ci

vuole qui», mentre il suo collega Ahmad Tibi bolla la misura come la morte della democrazia.

«Questa è una legge che incoraggia non solo la discriminazione ma anche il razzismo , afferma il deputato Yousef

Habareen: Ironicamente, qualche giorno prima del voto finale, lo stesso deputato della Lista araba unita, aveva

presentato un disegno di legge che definiva «Israele stato “democratico, egualitario e multiculturale”, con

l’obiettivo di assicurare la piena eguaglianza fra ebrei ed arabi e di superare le forti discriminazioni che si

frappongono a ciò nell’istruzione, nell’allocazione della terra per costruirvi case, nel mercato del lavoro, nei

servizi sociali.»

La comunità religiosa dei Drusi,[3] per parte sua, è scesa in piazza a Tel Aviv per protestare contro la nuova

disciplina legislativa. I 90 mila componenti di questogruppo etnico-religioso, diffuso anche in Libano e Siria, si

sentono particolarmente discriminati da questa legge, dal momento che finora, diversamente dagli ortodossi ebrei,

hanno sempre fatto il servizio militare e collaborato coi servizi segreti israeliani: infatti in piazza Rabin a Tel

Aviv c’erano anche alti gradi delle forze armate e funzionari di Mossad e Shinbet.

L’ANP, (Autorità Nazionale Palestinese), infine, per bocca del suo Ministro per gli Affari Esteri Riad al-Malki, ha

dichiarato che l’approvazione di simili leggi razziste sono una palese e premeditata violazione di tutte le

risoluzioni del diritto internazionale e umanitario.
La nuova disciplina «fa decadere tutte le pretese di democraticità dello stato d’occupazione», e demolisce

l’immagine di Israele come «unica democrazia del Medio Oriente» ed afferma invece un «sistema basato

sull’apartheid».

Neanche nel mondo ebraico, poi, le disposizioni adottate fanno l’unanimità dei consensi: anzi le posizioni sono

molto variegate.

C’è chi è a favore, c’è chi ritiene sia stato un autogol dei legislatori, perché l’impatto della notizia

dell’adozione della nuova legge sui media internazionali è decisamente sfavorevole a Gerusalemme, c’è chi avrebbe

preferito qualcosa di più sfumato.

Yohanan Plesner, presidente dell’Israel Democracy Institute, ha dichiarato ad esempio: «Sebbene la versione

approvata sia molto meglio delle bozze precedenti, la legge sullo Stato nazionale costituisce comunque un inutile

imbarazzo per Israele. Anziché celebrare i settant’anni d’indipendenza con un’iniziativa che rafforzasse i valori

ebraici e democratici dello Stato nazionale ebraico nello spirito della Dichiarazione d’Indipendenza del 1948, la

Knesset ha approvato una legge sciovinista e divisiva che minaccia di creare una divisione tra Israele e la

Diaspora e di alimentare le campagne per la delegittimazione di Israele.»
E dalla diaspora sono giunte parole di disapprovazione verso una delle clausole della legge che implica un

atteggiamento paternalista e a senso unico di Israele verso gli ebrei all’estero. Ma la maggior parte delle

critiche, sia in Israele e che all’estero, sostengono che la legge sullo stato nazionale «rischia di apparire

discriminatoria.» «È vero – ha scritto Ben-Dror Yemini su YnetNews – che in Israele esiste una forte minoranza

post-sionista e antisionista che rifiuta il riconoscimento di Israele come stato ebraico. Ma c’erano già leggi

fondamentali che includono il carattere di Israele come “stato ebraico e democratico”. Che bisogno c’era di questa

legge? Più passano i giorni, più sembra che il danno sia maggiore di quanto si potesse pensare. Centinaia di mass-

media in tutto il mondo hanno pubblicato articoli di condanna parlando di “legge razzista”. Certo, molte delle

condanne provengono dagli eterni nemici di Israele, quelli che approfitterebbero di ogni occasione per accusare

Israele di qualunque cosa. Ma la Knesset ha regalato loro un’altra opportunità e nuovo carburante alla propaganda

che afferma che uno stato non può essere sia ebreo che democratico. Ma il danno maggiore è nei rapporti di Israele

con molti suoi amici: ai loro occhi la legge sulla nazionalità, anche nella sua versione modificata, rende Israele

meno democratico. Non occorre condividere ogni parola delle loro critiche per temere che il parlamento israeliano

abbia segnato un autogol.»

L’ex parlamentare israeliano di Yesh Atid Dov Lipman ha detto a JNS d’essere contrario alla nuova legge per come è

formulata. «Sono totalmente a favore di una legge sullo Stato nazionale ebraico – ha spiegato – e penso che sia

indispensabile dal momento che, in mancanza di una Costituzione, in molti casi i tribunali si basano unicamente sul

concetto di “diritti umani”, col risultato paradossale che il carattere ebraico del paese potrebbe essere

modificato o annullato a colpi di sentenze. Tuttavia – ha aggiunto Lipman – nel momento in cui si decideva di

sancire per legge che Israele è uno stato ebraico, bisognava fare di tutto per garantire esplicitamente che tutti

coloro che non sono ebrei mantengano pieni diritti di uguaglianza e si sentano a loro agio.»

Secondo Lipman, la legge approvata non lo fa a sufficienza, per esempio là dove qualifica l’arabo come lingua

“speciale” ma non ufficiale.
Di diverso avviso Eugene Kontorovich, professore di diritto internazionale e costituzionale presso la Northwestern

University, che in un articolo apparso sul Wall Street Journal ha osservato che c’è molta ipocrisia nelle critiche

mosse da nazioni che spesso hanno a loro volta leggi simili o anche più tassative di quella appena approvata in

Israele. «Molte Costituzioni democratiche occidentali prevedono una lingua ufficiale e un carattere nazionale che

riflette la maggioranza della popolazione. La legge israeliana è in realtà molto più blanda di molte Costituzioni

di democrazie europee, che a differenza di Israele prevedono addirittura in certi casi una religione ufficiale. La

nuova legge israeliana non vìola i diritti individuali di nessuno. La legge afferma che Israele è un paese creato

per realizzare il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico e ne sancisce i simboli. «In questo non c’è

nulla di antidemocratico né di insolito. Tra gli Stati europei, sette hanno disposizioni costituzionali simili

sulla nazionalità”. La Costituzione slovacca, ad esempio, si apre con le parole “Noi la nazione slovacca”, e

rivendica “il diritto naturale delle nazioni all’autodeterminazione”. Lo stesso nei Paesi Baltici, che hanno

consistenti minoranze etniche. La Costituzione lettone inizia affermando la “ferma volontà della nazione lettone di

avere il proprio Stato e il suo inalienabile diritto all’autodeterminazione”, e in Lettonia il 25% della

popolazione è russa (in Israele i cittadini non ebrei sono circa il 20%). “La maggior parte degli Stati dell’Unione

Europea multietnica e multilingue conferiscono lo status di lingua ufficiale solo alla lingua della maggioranza”.

Sul piano della religione, la legge israeliana «è più liberale rispetto ai sette paesi europei che hanno una

religione di Stato sancita costituzionalmente” e cioè: Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Islanda, Finlandia,

Grecia e Bulgaria. La bandiera israeliana è l’unica al mondo con la Stella di Davide, contro la trentina di paesi

del mondo che hanno simboli cristiani nella loro bandiera, dal Regno Unito all’Australia, alla Danimarca, alla

Grecia, alla Norvegia, alla Svezia, a Malta, alla Georgia. Per non dire dei 21 paesi islamici che hanno la

mezzaluna (e di quella dell’Arabia Saudita che riporta persino la professione di fede islamica). Per la verità,

almeno un terzo dei 196 paesi del mondo ha simboli religiosi nella propria bandiera. Come mai si contesta solo

quella di Israele?»

Per completezza, va anche notato che i Palestinesi hanno enunciato, nella loro “legge fondamentale”, approvata a

Ramallah il 29 maggio 2002 dei princìpi che potrebbero essere definiti a buon diritto “discriminatori” nei riguardi

delle minoranze etnico-religiose.

Ad esempio, l’Articolo 1 dichiara: «La Palestina fa parte del grande mondo arabo e il popolo palestinese fa parte

della nazione araba. Il popolo palestinese si adopererà per raggiungere l’obiettivo dell’unità araba.»

L’Articolo 4 proclama: «L’islam è la religione ufficiale della Palestina. I princìpi della sharia islamica saranno

la principale fonte della legislazione.»

E questo malgrado tra i Palestinesi dei territori occupati, ci siano consistenti minoranze di cristiani.

A proposito della definizione d’una lingua ufficiale, la costituzione palestinese dice sempre all’articolo 4:

«L’arabo sarà la lingua ufficiale.»
***
Le vere motivazioni d’una legge divisiva. Anche dal dibattito e dalle varie prese di posizione traspaiono alcune

delle vere motivazioni che hanno indotto il legislatore israeliano a varare una normativa così divisiva.

Questa, si osserva, è solo l’ultima d’una lunga serie di leggi che in settant’anni ha composto un quadro nel quale

la componente ebraica della popolazione sembra godere di molti vantaggi rispetto alle altre comunità etnico-

religiose. Dal 1948 ad oggi sono più di 65 le leggi considerate discriminatorie
dall’organizzazione israeliana per i diritti umani Adalah. Queste leggi stabiliscono privilegi per gli israeliani

ebrei in tema di matrimoni, diritti di proprietà, libertà di movimento, immigrazione, religione, giustizia,
istruzione e cittadinanza.

Ma allora perché questa legge, proprio adesso?

L’approvazione della legge sullo stato-nazione rivela la volontà
israeliana d’opporsi alle inevitabili trasformazioni demografiche della società. E’ noto infatti che gli ebrei

fanno meno figli degli arabi e in prospettiva questo potrebbe mutare profondamente l’assetto etnico del Paese.

Pardraig O’Malley, che ha una cattedra di pace e riconciliazione alla University of
Massachusetts di Boston, negli Stati Uniti, osserva: «La più grande minaccia all’esistenza d’Israele in quanto

stato ebraico non riguarda la sicurezza in senso tradizionale, ma le trasformazioni latenti, inesorabili e
irreversibili negli equilibri demografici del Paese.» Se si combinano gli abitanti d’Israele
con quelli della Palestina, la popolazione non ebraica è ormai pari a quella ebraica ed è destinata a superarla

presto.
Secondo O’Malley Israele ha davanti a sé tre opzioni. La prima è una soluzione a
due stati: i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza potrebbero creare un
loro Stato e Israele resterebbe un Paese in cui gli ebrei sarebbero al massimo il 75% della popolazione.
La seconda opzione è uno Stato di apartheid, in cui agli abitanti non ebrei sarebbe negato il diritto di
voto. La terza è un qualche tipo di Stato binazionale o consociativo che, per definizione, non sarebbe uno Stato

ebraico. Netanyahu, nei suoi nove anni di governo, ha fatto di tutto perché naufragassero i colloqui in vista della

creazione di due Stati contigui, incoraggiando anzi la colonizzazione della riva occidentale del Giordano e

trasformando la Striscia di gaza in una specie di prigione a cielo aperto schiacciata tra il territorio israeliano

e quello egiziano con entrambe le frontiere chiuse.

Quanto allo stato binazionale, abbiamo già visto che a Gerusalemme di quest’argomento non voglion nemmeno sentir

parlare.

La legge adottata dalla Knesset un mese fa è un riflesso dei tempi in cui stiamo vivendo: come reazione alla

globalizzazione in molti Paesi stanno riemergendo le rivendicazioni nazionalistiche che fino a pochi anni fa

parevano sopite.

In Israele, in particolare, questo s’incarna nella molteplice e variegata offensiva del radicalismo di destra,

espresso dal partito “Casa ebraica” dei ministri dell’Istruzione Bennett e della Giustizia Shaked e da una parte

ormai preponderante del Likud, specie nella generazione più giovane, con leggi volte a limitare la libertà

d’espressione, soprattutto nel mondo delle Ong e dei movimenti dediti alla difesa dei diritti umani, l’indipendenza

del potere giudiziario, le norme della democrazia, in una società in cui larghi strati dell’opinione pubblica

appaiono indifferenti od anche ostili ai vincoli dello stato di diritto e intolleranti del dissenso.

Così, nel disinteresse d’una parte consistente dell’opinione pubblica che crede nelle parole del Primo Ministro e

dei suoi collaboratori, la nuova legge disconosce il testo della dichiarazione d’indipendenza del ’48 che prescrive

«.. completa eguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione,

razza o sesso….». Ciò significa negare che in Israele vi sia un’altra nazione o etnìa (circa un quinto della

popolazione) che nulla potrà dire circa il carattere dello Stato di cui i suoi membri sono teoricamente cittadini

con pari diritti.
Pari diritti individuali sì, ma non i diritti collettivi di una minoranza nazionale.

La clausola inserita nella legge secondo cui «sarà compito dello Stato sviluppare e promuovere comunità ebraiche

come «valore nazionale» è una variante edulcorata di quella che in versioni precedenti del disegno di legge

consentiva di “stabilire comunità separate sulla base della religione o dell’etnicità”, a cui si erano opposti con

veemenza il presidente Rivlin e il procuratore generale Mandelblit, oltre a numerose organizzazioni ebraiche negli

Stati Uniti in un documento comune che critica una norma che rischia di discriminare non solo gli arabi, ma altre

minoranze (immigrati, ebrei non ortodossi, musulmani, cristiani).

Il dualismo fra “ebraico” e “democratico” esiste fin dalla nascita dello Stato: basti pensare alla Legge del

ritorno che consente agli ebrei del mondo di diventare cittadini di Israele immigrando nel Paese. Che Israele sia

uno Stato “ebraico”, non solo perché luogo di rifugio dalle persecuzioni di un popolo disperso, ma perché

l’identità collettiva del Paese è impregnata di cultura ebraica (la lingua, le feste, i simboli pubblici) è

certamente legittimo. Ma non è accettabile che lo stato favorisca il gruppo ebraico rispetto ad altre etnìe. La

novità dell’oggi è che la legge codifica questa discriminazione. In più uno Stato che non ha tuttora confini certi

e riconosciuti come può definirsi?
Se i territori palestinesi fossero annessi, come una parte rilevante dei partiti di governo propugna, sarebbe

Israele ancora lo stato-nazione del popolo ebraico? O non diverrebbe di fatto uno Stato nel quale gli ebrei

godrebbero di tutti i privilegi e le altre etnìe sarebbero in posizione subalterna?

Gerusalemme, come abbiamo detto, rifiuta sia l’opzione dei due Stati contigui, come ipotizzato dagli accordi di

Oslo, e respinge l’ipotesi d’uno Stato binazionale, come proposto provocatoriamente dallo storico Benny Morris, ma

sembra prefigurare un futuro nel quale vi sia un’etnia dominante su altre.

E questo per gli ebrei israeliani è un paradosso assai pericoloso: lo Stato d’israele nacque sia per affermare il

diritto del popolo ebraico ad una propria patria, sia per costruire un luogo dove tutte le persone, senza

distinzione di sesso, razza o lingua, potessero costruire il proprio futuro, lasciandosi alle spalle cupi anni di

sofferenza, odio e discriminazione. Ora sofferenza, odio e discriminazione sembra che Israele voglia infliggerli a

quel quinto di popolazione che si è ostinato a vivere nel suo territorio, facendo il servizio militare e

partecipando alla vita sociale e politica, il tutto in nome d’un revanscismo identitario che si sa bene dove

conduce.

PIER LUIGI GIACOMONI
***
NOTE:

[1] Legge fondamentale: Israele, lo stato nazionale del popolo ebraico
18 luglio 2018
1. Lo Stato di Israele
a) La Terra d’Israele è la patria storica del popolo ebraico sulla quale è sorto lo Stato di Israele.
b) Lo Stato di Israele è lo stato nazionale del popolo ebraico nel quale esso esercita il suo diritto naturale,

storico, culturale e religioso all’autodeterminazione.
c) L’esercizio del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unico per il popolo ebraico.

2. Simboli nazionali dello Stato
a) Il nome dello Stato è Israele.
b) La bandiera dello stato è bianca, due fasce blu lungo i bordi e una Stella di David blu al centro.
c) Il simbolo dello Stato è la Menorà a sette bracci, fronde d’ulivo su ciascun lato e in calce la parola Israele.
d) L’inno nazionale dello Stato è la HaTikvà.
e) I particolari relativi ai simboli dello Stato saranno stabiliti per legge.

3. La capitale
Gerusalemme intera e unita è la capitale di Israele.

4. La lingua
a) L’ebraico è la lingua dello Stato.
b) La lingua araba ha uno status speciale nello Stato; la regolamentazione della lingua araba nelle istituzioni

statali e verso di esse sarà stabilita per legge.
c) Questa clausola non modifica lo status di fatto conferito alla lingua araba prima della promulgazione di

[questa] Legge Fondamentale.

5. Accoglimento della Diaspora
Lo Stato sarà aperto all’immigrazione ebraica e all’accoglimento della Diaspora.

6. Legami con il popolo ebraico
a) Lo Stato si adopererà per garantire la pace e la sicurezza dei figli del popolo ebraico e dei suoi cittadini

che sono in pericolo o in cattività a causa del loro ebraismo o della loro cittadinanza.
b) Lo Stato opererà nella Diaspora per preservare i legami fra lo Stato e i figli del popolo ebraico.
c) Lo Stato opererà per preservare il patrimonio storico, culturale e religioso del popolo ebraico nella Diaspora.

7. Stanziamento ebraico
Lo Stato considera lo stanziamento ebraico come un valore nazionale e si adopererà per incoraggiarne e promuoverne

la costituzione e lo sviluppo.

8. Calendario
Il calendario ebraico è il calendario ufficiale dello Stato, accanto al quale si utilizzerà il calendario civile

come calendario ufficiale. L’uso del calendario ebraico e del calendario civile sarà stabilito per legge.

9. Festività nazionali
a) Il Giorno dell’Indipendenza è la festa ufficiale dello Stato.
b) Il Giorno della Memoria dei caduti nelle guerre d’Israele e il Giorno della Memoria delle vittime e degli eroi

della Shoà sono giornate commemorative ufficiali dello stato.

10. Giorni festivi
Il sabato e le festività ebraiche sono giorni ufficiali di riposo nello Stato. Coloro che non sono ebrei hanno

diritto di rispettare i loro giorni di riposo e le loro festività. I dettagli a questo riguardo saranno stabiliti

per legge.

11. Clausola di modifica
Questa Legge Fondamentale non può essere modificata se non da una Legge Fondamentale che abbia ottenuto

l’approvazione della maggioranza dei membri della Knesset.
***
[2] Dichiarazione d’indipendenza d’Israele del 14 Maggio 1948.
In Eretz Israel è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha

vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo

l’eterno Libro dei Libri.
Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni

e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica.
Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare

e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma’apilim e

difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una

comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di

difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all’indipendenza

nazionale.
Nell’anno 5657 (1897 a. e. v.), alla chiamata del precursore della concezione d’uno Stato ebraico Theodor Herzl ,

fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo

Paese.
Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della

Società delle Nazioni che, in particolare, sanciva a livello internazionale il legame storico tra il popolo ebraico

ed Eretz Israel e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale.
La Shoah che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati

massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e

di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni

ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro con pari diritti nella famiglia delle nazioni.
I sopravvissuti all’Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare

in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro

diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo.
Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta

dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati

e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite.
Il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di

uno Stato ebraico in Eretz Israel. L’Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro

stessi i passi necessari alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del

diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile.
Questo diritto riafferma il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente

nel proprio Stato sovrano.
Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israel e del Movimento

Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro

diritto naturale e storico e della risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la

fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d’Israele.
Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio

1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà

adottata dall’Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come

Provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l’Amministrazione del Popolo, sarà il Governo

provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele.
Lo Stato d’Israele sarà aperto per l’immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo

del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace, come

predetto dai profeti d’Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi

abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di

istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta

delle Nazioni Unite.
Lo Stato d’Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per

l’applicazione della risoluzione dell’Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare

l’unità economica di tutte le parti di Eretz Israel.
Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e

accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni.
Facciamo appello – nel mezzo dell’attacco che ci viene sferrato – ai cittadini arabi dello Stato di Israele

affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza

e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti.
Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello

affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua

terra. Lo Stato d’Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente

intero.
Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di

Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell’immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per

la realizzazione dell’antica aspirazione: la redenzione di Israele.
Confidando nell’Onnipotente, noi firmiamo questa Dichiarazione in questa sessione del Consiglio di Stato

provvisorio, sul suolo della patria, nella città’ di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948.
\\\
***
[3] I Drusi: i Drusi sono una comunità etnico-religiosa presente in siria, Libano ed Israele.

Da un punto di vista linguistico, si esprimono in arabo, mentre sul piano religioso praticano un rito nel quale si

fondono elementi di varia origine:

I Drusi hanno fede in un principio divino, chiamato intelletto attivo.
Esso può manifestarsi in forma umana e secondo la comunità drusa l’ultima di queste manifestazioni si è avuta

appunto nell’Imām-califfo al-Hākim, nell’XI secolo.

È una religione chiusa e quindi a rischio d’estinzione perché può diventare druso solo chi è figlio di drusi.
I drusi credono nella trasmigrazione delle anime dopo la morte, cioè nella metempsicosi, ma tutto il loro credo è

circondato da un alone di mistero, perché la parte fondamentale delle loro concezioni dottrinarie è caratterizzata

da un accentuato esoterismo ed è quindi rivelata con grande circospezione solo a chi sia ritenuto pronto e degno

d’accoglierla da un maestro di grado superiore.

Per i drusi Dio è talmente sacro che non si può nominare.
Essi venerano il Nuovo Testamento ed il Corano ma leggono anche le proprie scritture nei luoghi di riunione, detti

Khalwa.

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