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FILIPPINE. TRE ANNI DI GOVERNO DUTERTE

Agosto 1, 2019 • Pierluigi Giacomoni

FILIPPINE. TRE ANNI DI GOVERNO DUTERTE
(1° Agosto 2019).

Posizione delle isole Filippine MANILA. A tre anni dal suo insediamento alla Presidenza della Repubblica delle Filippine, il 22 Luglio scorso, Rodrigo Duterte, 73 anni,ha tracciato un primo bilancio del suo governo.

Rivolgendosi alle due ali del Congresso Nazionale di recente rinnovato, ha tenuto il “discorso sullo Stato della Nazione”, a similitudine di quanto fanno ogni anno a gennaio i presidenti degli Stati Uniti.

Forte d’un enorme consenso popolare che pare si aggiri intorno all’80%, un consenso mai toccato da nessun Capo di Stato filippino dopo tre anni di gestione, il presidente ha dovuto tuttavia riconoscere di non essere ancora riuscito a sconfiggere la corruzione, il crimine e il traffico di droga. «finirò il mio mandato combattendo» ha detto, ribadendo il suo impegno a portare avanti la guerra allo spaccio ed al consumo di stupefacenti, promesso durante la campagna elettorale del 2016 e lanciato subito dopo il suo insediamento.

Finora, la battaglia per estirpare il narcotraffico nel Paese ha provocato la morte di diverse migliaia di persone, (fra 5 e 10.000), eliminate dagli squadroni della morte creati dal Presidente. La campagna è oggetto di un’indagine del consiglio dell’onu per i diritti umani e della Corte penale internazionale per sospetti crimini contro l’umanità.

Il tema su cui Duterte si è soffermato più a lungo è la sua linea conciliatoria nei confronti della Cina, per cui ha ricevuto molte critiche e che la maggioranza dei cittadini disapprova. «resistere alla Cina porterebbe alla guerra – ha detto in risposta a chi l’accusa d’aver sminuito il recente affondamento d’un peschereccio filippino da parte d’un’imbarcazione cinese nei pressi delle isole Spratly [1], il cui possesso è rivendicato da diversi paesi dell’area (Vietnam, Malaysia, Cina e naturalmente Filippine).

L’episodio ha scatenato l’ira dei filippini, ma per il Presidente «evitare il conflitto è la priorità.»

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RODRIGO DUTERTE.

Rodrigo DuterteRodrigo Roa Duterte, (detto Rody o Digong (Maasin, 28 marzo 1945), è un politico filippino di lungo corso.
Prima d’essere il 16º Presidente della Repubblica delle Filippine (30 giugno 2016), primo mindanaoense a ricoprire tale carica, è stato per anni sindaco di Davao, città capoluogo dell’isola di Mindanao e terza per importanza nel Paese.

E’ noto in patria anche col soprannome di The Punisher (il Castigatore), perché già quando governava la sua città d’origine, usava mezzi anche sommari per eliminare diversi tipi di criminali. Si dice che abbia ucciso di persona alcuni spacciatori di stupefacenti.

«L’incarcerazione – ha detto Duterte – non è sufficiente a dissuadere i criminali dal commettere altri crimini: bisogna metterli su una barca, magari in cinque, e abbandonarli nel mezzo del Pacifico. I pesci ingrasseranno. Questo vale in particolare per i signori della droga, che continuano le loro attività illecite dietro le sbarre nella prigione di New Bilibid. È meglio lasciarli in mezzo all’Oceano, così gli tocca pescare per il loro cibo.»

Grazie alla notorietà acquisita in questo modo il 21 novembre 2015, ha annunciato la sua candidatura alla massima carica dello Stato: Duterte ha vinto le elezioni presidenziali del 9 maggio 2016 con quasi il 40% dei voti distanziando nettamente i propri rivali.
Sin dalla sua elezione Duterte ha avviato una cosiddetta “guerra alla droga” a livello nazionale, che ha portato ad un aumento delle uccisioni extragiudiziarie nell’arcipelago, mentre sul fronte estero ha perseguito una politica più indipendente dagli Stati Uniti d’America ed aperto ad altre potenze mondiali quali Cina e Russia.
Nel dicembre 2016 è entrato a far parte della lista delle persone più potenti del mondo secondo Forbes, piazzandosi al 70º posto.

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LA CARRIERA

mappa schematica delle elezioni presidenziali del 2016 nelle FilippineA seguito della “rivoluzione del Rosario” che pose fine alla Presidenza di Ferdinand Marcos (1986), Duterte venne nominato vicesindaco della città di Davao. Nel 1988 si candidò con successo per la carica di Sindaco, posizione che avrebbe ricoperto sino al 1998. Con un gesto senza precedenti, designò tra i suoi assessori, uomini che rappresentavano le etnie Lumad e Moro, sino ad allora trascurate, instaurando un modello che sarebbe stato in seguito applicato anche in altre parti dell’arcipelago.
Nel 1998, non potendosi candidare per un ulteriore mandato come Sindaco, Duterte venne scelto come rappresentante congressuale per il primo distretto di Davao.
Nel 2001 tornò nuovamente Sindaco, imponendosi a furor di popolo ed occupando questa carica sino al 2010.
Durante la sua gestione, Duterte pose particolare attenzione all’ordine pubblico della città: precedentemente nota per l’elevato tasso di criminalità, negli anni si registrò un sensibile calo dei reati, divenendo una delle metropoli più sicure del Paese.

I metodi sbrigativi utilizzati, però, gli attirarono le critiche della Commissione dei Diritti Umani delle Filippine ed Amnesty International per aver tollerato numerosi omicidi arbitrari ed extragiudiziali perpetrati presumibilmente dagli squadroni della morte di Davao (noti localmente come Davao Death Squads oppure DDS) a danno di sospetti criminali. Duterte ammise l’esistenza di tali squadroni e la propria partecipazione ad alcune loro attività, per poi rimangiarsi le affermazioni fatte.

Divenuto candidato alle presidenziali del maggio ’16, Duterte appariva all’inizio come un outsider perché non proveniente da una delle tante dinastie politiche che da sempre si contendono il potere nell’arcipelago.

Per Rody questo si è rivelato un vantaggio perché si è accreditato presso l’opinione pubblica nazionale come un homo novus: in apparenza non poteva contare su quelle macchine di voti che garantivano l’elezione dei grandi gruppi familiari che avevano in mano il potere, di cui facevano parte anche ex presidenti come lo stesso Benigno Aquino III (Presidente dal 2010 al ’16, figlio di Corazon Aquino,colei che guidò la rivoluzione del 1986 contro Marcos).

Nei suoi discorsi promise di reprimere il crimine, di lottare contro la delinquenza con tutti i mezzi, d’eliminare la corruzione entro al massimo sei mesi.

Le elezioni del 9 maggio vennero seguite con attenzione ed apprensione in tutto l’arcipelago: non mancarono le tensioni e le accuse di brogli elettorali. Oltre 54 milioni di persone furono chiamate alle urne. I primi exit poll diedero Duterte subito in grande vantaggio sugli altri candidati ed i suoi principali rivali Grace Poe e Mar Roxas ammisero la loro sconfitta.

Il 16 maggio, in una conferenza stampa tenuta in qualità di Presidente eletto, annunciò di voler reintrodurre la pena capitale nel paese, eliminata dalla Presidente Gloria Macapagal-Arroyo (2001-2010) solo nel 2006.
Affermò inoltre di voler dare ulteriore potere alle forze dell’ordine, permettendo ai poliziotti di sparare a vista sui sospetti criminali. Nella stessa circostanza propose anche di affidare cariche di governo ad esponenti del Partito Comunista delle Filippine e del Fronte Democratico Nazionale.
Tra le altre proposte del nuovo Capo di Stato vi furono l’imposizione di un coprifuoco per i minorenni, così come una legge antifumo, un divieto di alcolici nelle ore notturne ed una norma per proibire la circolazione per strada a torso nudo. Vi fu anche l’apertura alla sepoltura delle spoglie dell’ex Presidente Ferdinand Marcos al Libingan ng mga Bayani (cimitero degli eroi), argomento di dibattito tra il popolo filippino da oltre vent’anni. Lo stesso Duterte non nascose la sua ammirazione per Marcos (Presidente despota dal 1965 al 1986), definendolo come «il più brillante di tutti» e ricordando con piacere la sua abilità nell’utilizzare le forze del governo «per ottenere quello che desiderava veramente.»

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I PRIMI PASSI

Il primo gabinetto Duterte, annunciato il 31 maggio 2016, si compose di ex-militari, membri di precedenti amministrazioni e figure d’estrema sinistra.
Le nomine produssero le prime contestazioni: alcuni commentatori dissero che il presidente si era circondato d’un cerchio magico, che fu denominato KKK (acronimo tagalog delle iniziali delle parole Kabarilan, Kaklase, Kakampi, ossia “Compagni d’armi, Compagni di classe, Alleati”), ossia cerchia di amici e finanziatori del candidato presidenziale appena eletto.

Sul piano delle riforme sociali, per ovviare al problema della sovrappopolazione e dell’elevato tasso di maternità tra le adolescenti, nel gennaio 2017 fu varata una legge sul controllo delle nascite. A tale scopo il governo avviò una campagna di sensibilizzazione all’utilizzo del profilattico e distribuì preservativi gratuiti alle famiglie considerate più povere. Inoltre, furono avviati programmi per consentire alle persone più umili d’accedere al sistema sanitario.

Le università pubbliche divennero accessibili a tutti, i contratti di lavoro a breve termine furono limitati per ridurre il fenomeno del precariato dei lavoratori, e le pensioni furono incrementate.

Nell’ambito della lotta per la difesa dell’ambiente, la lobbby mineraria riuscì ad ottenere la cacciata del ministro per l’ambiente Regina López che aveva imposto la chiusura delle miniere a cielo aperto.

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LA POLITICA ESTERA

Sulla scena internazionale, Duterte si è progressivamente riavvicinato a Cina e Russia ed ha preso le distanze dall’alleato tradizionale del Paese: gli Stati Uniti d’America. Dopo aver, in diversi interventi, accusato Washington di imperialismo e di non essersi mai scusati per la politica di eliminazione e discriminazione delle popolazioni musulmane di Mindanao durante l’epoca coloniale (1898-1946),

il Presidente ha ordinato alle truppe americane di stanza nell’isola infestata dalle guerriglie comunista e musulmana d’andarsene perché tanto non servivano alla riappacificazione del territorio, obiettivo prioritario della nuova amministrazione di Manila.

Duterte-incontra-Putin

Inoltre, Rody Duterte si è riavvicinato a Cina e Russia.

Nei confronti della Cina l’amministrazione Duterte ha sin da subito imposto un approccio accomodante e aperto al dialogo sull’annosa questione del controllo delle acque del Mar Cinese meridionale e delle materie prime presenti nei fondali.

La querelle è andata avanti per molto tempo ed il governo Aquino aveva concluso il proprio mandato riaffermando le rivendicazioni “territoriali”, forte d’una sentenza di una corte internazionale d’arbitrato che aveva dato ragione ai filippini.

Duterte, che ha dichiarato di preferire il dialogo ad una possibile guerra con la superpotenza asiatica, ha promesso d’intavolare un dialogo coi cinesi e questi hanno messo sul tavolo prestiti ed investimenti, volti a finanziare lo sviluppo di infrastrutture di cui l’arcipelago ha drammaticamente bisogno.

Manila è altrettanto amichevole nei riguardi di Mosca: il leader filippino ha annunciato l’acquisto di armi utili nella lotta contro il narcotraffico ed il terrorismo locale.

Si è invece sfiorata la rottura dei rapporti col Kuwait quando un’immigrata filippina, Joanna Demafelis che faceva la colf, è stata uccisa dal suo datore di lavoro.

Non è la prima volta che dei lavoratori filippini impiegati nei Paesi del Golfo Persico subiscono angherie dai loro padroni, ma stavolta Duterte ha emanato un decreto con cui ha proibito ai filippini, specialmente alle donne, di recarsi a lavorare nell’emirato del Kuwait.

Dopo un’accesa querelle diplomatica, è stato firmato tra i due Paesi un accordo che introduce nuove tutele per proteggere le colf filippine dai soprusi dei loro padroni.

Cosicché l’emigrazione verso il golfo, che frutta a manila parecchia valuta pregiata, è potuta riprendere.

Le relazioni col resto del mondo sono divenute invece sempre meno amichevoli: le Filippine si son ritirate dalla Corte Penale Internazionale che giudica i crimini contro l’umanità, poiché L’Aia aveva avviato un’inchiesta contro le violazioni dei diritti umani compiute dalla polizia dell’arcipelago.

Si son inasprite le relazioni con l’ONU per le critiche pronunciate anche dall’ex Segretario Generale Ban Ki-Moon contro la politica di giustizia sommaria attuata dal tellurico presidente filippino.

Duterte se l’è inoltre presa con Barack Obama, quand’era capo della Casa Bianca e con papa Francesco: ambedue colpevoli d’aver accusato Rody di dispotismo e brutalità.

All’interno, il clima si è fatto pesante sia per i conflitti aperti con tutti gli oppositori veri o presunti del Presidente: stampa, media,chiesa cattolica, lobby, gruppi di opposizione, movimenti per la difesa dei diritti umani, sia per la comparsa di vere e proprie liste di proscrizione composte di elenci di nomi di nemici di Duterte da eliminare o mettere a tacere.

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LE PROSPETTIVE FUTURE.

Il mandato di Duterte scadrà il 30 giugno 2022 ed in base alla costituzione attualmente vigente non potrà ricandidarsi. Tuttavia, il Presidente spera di poter lanciare la candidatura della figlia Sara, attualmente sindaco di Davao ed anche lei dotata d’un carattere assai energico ed incline alle soluzioni radicali e sommarie. A tal fine le recenti elezioni legislative svoltesi il 13 maggio scorso hanno dato al presidente una maggioranza schiacciante in entrambe le camere del Congresso nazionale.

Così, si ipotiza di riformare la costituzione in modo da trasformare lo stato filippino in una federazione di Stati, riducendo il potere dell’amministrazione centrale.

In più, il Presidente vorrebbe concludere il proprio mandato sottoscrivendo accordi di pace coi diversi movimenti di guerriglia che operano nel Paese: i comunisti, gli autonomisti Moro e gli integralisti islamici di Abu Sayyaf, entrambi diffusi nell’isola di Mindanao, dove vive una consistente minoranza musulmana.

Finora, tutti i tentativi per una pacificazione sono andati a vuoto o hanno prodotto delle tregue temporanee senza alcuna solidità.

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LE FILIPPINE

La Repubblica delle Filippine è un Arcipelago composto da oltre 7 mila isole di cui sette fondamentali, situate a sud di Taiwan e ad est dell’Indocina.

Popolata da oltre cento milioni d’abitanti, copre una superficie di circa 300.000 KMQ.

Per oltre tre secoli il territorio fu colonia spagnola: risale a quell’epoca la conversione di gran parte della popolazione al cattolicesimo. Nel 1898, in seguito alla sconfitta riportata nella guerra con gli Stati Uniti, Madrid cedette agli americani il controllo delle isole. La popolazione, che era già in rivolta per conseguire l’indipendenza, non accettò la dominazione statunitense, per cui scoppiò un conflitto che si trascinò fino al 1913.

Negli anni Quaranta, durante la Seconda guerra mondiale, il Paese passò sotto il controllo del Giappone che però dovette cederlo a Washington a fine conflitto. L’indipendenza nazionale fu proclamata il 4 luglio 1946, ma la vita politica fu caratterizzata da corruzione, violenza politica, nepotismo e periodi di dittatura e legge marziale, come quella introdotta da Ferdinand Marcos nel 1972 per frenare le crescenti lotte studentesche contro il suo regime dispotico.

Con la “Rivoluzione del Rosario” del febbraio 1986 fu ristabilita la democrazia: Marcos andò in esilio alle Hawaii e Corazon Aquino divenne Presidente della Repubblica.

I mali della vita politica filippina si ripresentarono col corollario che di volta in volta la popolazione cerca un leader che la liberi dalla corruzione, dal familismo e dal malgoverno.

Economicamente parlando, le Filippine sono considerate un paese di nuova industrializzazione: il PIL cresce annualmente del 3%, sono in grande sviluppo i servizi ed ilterziario,ma sono ancora carenti le infrastrutture, la sanità e l’istruzione.  Circa dieci milioni di filippini vivono e lavorano all’estero, ce ne sono molti anche in Italia, e lo Stato conta molto sulle loro rimesse per far quadrare il bilancio nazionale.

PIER LUIGI GIACOMONI
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[1] Isole Sprattly e Paracelso: si tratta di due arcipelaghi costituiti perloppiù da atolli e piccole isole,in parte disabitate, il cui possesso è rivendicato dai Paesi della regione: Vietnam, Cina, Malaysia, Brunei, Taiwan e Filippine.

I Cinesi ed i vietnamiti amministrano una parte delle isole Paracelso, mentre Vietnam, Filippine e Malaysia si suddividono il controllo delle Spratly.

I Cinesi, nei pressi delle Spratly hanno costruito un’isola artificiale con una pista d’atterraggio lunga 3 km, per poter avanzare rivendicazioni sull’area. Le isole son di piccole dimensioni, ma sono sparse su una vasta area marittima che racchiude riserve importanti di petrolio ed altre materie prime strategiche.

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