NICARAGUA

DANIEL ORTEGA: «QUI NON CI SARANNO PIU’ ELEZIONI»!

(23 Luglio 2026)

MANAGUA. Parlando in un comizio indetto per celebrare i 47 anni della rivoluzione sandinista (19 Luglio 1979) Daniel Ortega Saavedra, 80 anni, ha annunciato che nel Paese non ci saranno più elezioni: lui e la moglie Rosario Murillo, copresidente dal 2025 rimarranno al potere indefinitamente.

«Qui non ci saranno più elezioni – ha detto, accolto da un debole applauso. Con tono monocorde, lentamente, rimanendo perloppiù seduto, ha detto che sarà elevato un muro giuridico per impedire agli avversari del regime di rovesciare lo status quo: el País ipotizza che l’obiettivo vero della coppia sia assicurare la successione al figlio Laureano.

«Ortega ha sepolto la democrazia nicaraguense molto tempo fa – dice al New York times Félix Maradiaga[1], già candidato alla presidenza nel 2021, prima arrestato e poi espulso dal Paese – Questa è semplicemente una dichiarazione che mostra in modo inequivocabile come sia caduta la maschera di una presunta legalità che aveva cercato di indossare».

Per alcuni, le parole del capo non rappresentano un segno di forza, ma al contrario di debolezza dopo la deportazione negli Stati Uniti di Nicolás Maduro e della moglie il 3 Gennaio, è venuto meno uno degli alleati su cui Managua poteva contare

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DANIEL ORTEGA SAAVEDRA

Salito al potere nel 1979, fa parte della giunta di governo che guida il Paese per i primi anni. Nel 1984 è eletto capo di Stato, ma sei anni dopo è sconfitto da Violeta Barrios de Chamorro, recentemente scomparsa.

Lontano dal potere per 16 anni, vi torna nel gennaio 2007, dopo che il liberale Arnoldo Alemán gli ha spianato la strada.

Per qualche tempo si pensa che la sua stella sia al tramonto quando emergono scandali anche a sfondo sessuale: tra le donne prese da lui con la forza vi è
anche Zoilamérica Narváez Murillo, figlia di Rosario, nata da un suo precedente matrimonio.

Negli ultimi vent’anni si accentua la natura autoritaria del regime, ma la vera svolta avviene però nell’aprile 2018 quando i muchachos di Managua scendon in piazza per manifestar il loro disseenso verso la riforma delle pensioni voluta dal sandinismo imperante.

Ortega finge di dialogare poi però scatena i paramilitari che arrestano, torturano e fan sparire i dissidenti.

si calcola che in quei mesi sian morte più di 300 persone.

Negli anni seguenti, si susseguono i giri di vite: le prigioni pullulano di detenuti politici, attivisti del sandinismo come la scrittrice gioconda Belli o il poeta Sergio Ramírez, son espulsi dal Nicaragua e privati della cittadinanza,
le università cattoliche vengon chiuse, così come le radio e i giornali critici col governo.

Le presidenziali del 2021 son palesemente manipolate per assicurare la rielezione della coppia e lo stesso avviene per le municipali e le legislative.

Nel 2025, poi, maxi riforma costituzionale: il mandato presidenziale passa da cinque a sei anni e Rosario, già vicepresidente, diventa co-capo di Stato.

Molti ritengono che sia lei in realtà la vera detetnrice del potere dato lo stato declinante della salute dell’anziano Lider Máximo.

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[h2>MODELLO COREANO

«Ortega – scrive Wilfredo Miranda Aburso[2], esule nicaraguense in Costa Rica, sulle pagine di el País – punta ad un modello più vicino a quello dei regimi a partito egemonico o a potere permanente, come la Corea del Nord e Cuba, dove le elezioni esistono formalmente ma non costituiscono un reale meccanismo per contendere il potere.»

Il Frente Sandinista de Liberació Nacional (FSLN) già oggi controlla il Parlamento, la magistratura, i gangli dello Stato: in futuro non vi dovrebbe esser più spazio nemmeno per quei finti partiti d’opposizione che siedon tuttora in Assemblea nazionale: verranno fatte leggi, dice Ortega, «che mettano un muro, un blocco» alle formazioni che contemplino l’opzione elettorale per arrivare al Governo del Nicaragua. «Qui è finita la storia per cui i partiti messi dagli yankee, messi dai somozisti, torneranno al Governo. Mai, mai, mai… Per quanti soldi diano gli yankee [ai partiti politici], non potranno, non potranno».

Un sistema a partito unico, dunque, come in Cina, Corea del Nord o Cuba.

«Probabilmente – dice Juan Sebastián Chamorro[3], economista e candidato alle presidenziali del 2021, arrestato prima del voto – ciò a cui sta pensando Ortega è un sistema di designazioni interne, come avviene in Cina, dove i funzionari vengono scelti dal partito [comunista] e non mediante una competizione elettorale aperta».

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AMERICA LATINA: VERSO L’AUTORITARISMO

Allargando lo sguardo a tutta l’America latina, dal Rio Grande alla Terra del Fuoco, il momento per le democrazie in quest’area è critico.

Di fatto, si stan accentuando le pulsioni autoritarie: la tradizione de los caudillos sta soppiantando quella dei governi costituzionali con poteri limitati per legge.

Nayib Bukele, El Salvador, ha nell’area diversi estimatori: al potere dal 2019, ha imposto dal 2022 lo stato d’emergenza ed incarcerato in una superprigione quasi 90.000 persone, perloppiù giovani, accusate di far parte delle Maras, le baby Gang che terrorizzavano San Salvador e dintorni con decine di omicidi, fin 83 al giorno;

Daniel Noboa, Ecuador, sta facendo costruire supercarceri per confinarvi i capi dei cartelli dei narcos che terrorizzano soprattutto la costa pacifica del Paese.

Altro modello è quello seguito da Javier Milei, Argentina, che in tre anni di governo ha pesantemente tagliato la spesa pubblica.

Promettono di seguire entrambi i modelli i prossimi presidenti di Colombia e Perù, Abelardo de La Espriella e Keiko Fujimori, in attesa di vedere cosa accadrà ad ottobre, quando son indette le presidenziali e si ripropone il duello Lula-Bosonaro, questa volta figlio che però incarna le stesse idee del padre, impossibilitato a candidarsi a causa delle diverse condanne accumulate, tra cui quella relativa al tentato golpe dell’8 Gennaio 2023.

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NICARAGUA

Stato dell’America Centrale, abitato da 7 milioni di persone, confina a Nord con l’Honduras e a sud col Costa Rica.

Indipendente dal 1838, dal 1909 al ’37 è occupato dagli Stati Uniti. Quando Washington se ne va il potere è preso dai Somoza che gestiscono lo Stato come una loro proprietà privata.

Nel 1972 un violento terremoto devasta Managua: sette anni dopo l’ultimo della dinastia dominante è costretto alla fuga.

I sandinisti prendon il potere e per qualche tempo sembra che il Paese imbocchi una strada diversa: ora però il dispotismo, il nepotismo e la concezione privatistica del potere è tornata, come quando nel gioco dell’oca si torna alla casella iniziale.

Sapranno i nicaraguensi liberarsi dei due despoti e ridarsi una speranza?

PIER LUIGI GIACOMONI

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NOTE:

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