LA CANTANTE

(19 Dicembre 2018)

1.

Son un investigatore privato abbastanza famoso in città perché son caro e risolvo tanti problemi. Perloppiù vengon da me mogli di grandi manager che voglion sapere se i loro mariti, quando son fuori per lavoro, le tradiscono, oppure mariti che voglion esser certi che la loro moglie, magari donna in carriera, sia ancora loro fedele.

Come dicevo, son costoso: le mie tariffe sono alte perché mi servo di tutti i ritrovati della tecnologia e quando esce una nuova diavoleria la voglio subito provare e comprare. Inoltre, i miei prezzi son alti perché faccio molta pubblicità dappertutto. Ciò fa sì che io lavori molto, forse troppo. Ma le mie soddisfazioni me le so togliere. Infine, non voglio aver fra i piedi quei soggetti che farebbero far indagini per un nonnulla solo perché son complottisti che speran di cavarsela spendendo poco: quando chiedo diecimila d’anticipo di solito scappan a gambe levate e van da uno più economico.

***

2.

Circa un mese fa si presenta nel mio studio una ragazza che conosco: la vedo quasi in lacrime e, impietosito, le domando che cosa le è successo: «E’ morta la mia migliore amica!»

«Com’è accaduto?»

«Ha preso un sacco di barbiturici e s’è ammazzata.»

«Come l’hai scoperto?»

«Stamattina son andata a trovarla e, unavolta entrata in casa, l’ho trovata stesa sul letto morta.» e giù lacrime.

«Hai chiamato la polizia?»

«No, son fuggita e son venuta qui da te.»

«Be’, credo che sarebbe meglio far sapere qualcosa alla questura prima che… diciamo, lo si venga a sapere per vie traverse.»

Prendo il cellulare che uso per chiamare solo il commissario Manfredi, grandissimo amico mio, mi apparto un attimo e gli telefono:

“Senti, ho appena saputo che in via … è stato ritrovato il cadavere d’una ragazza …”

Manfredi che capisce subito le cose al volo e non fa domande cretine mi risponde ci penso io.

Poi ritorno nello studio e la mia amica, quella che piangeva come una fontana, s’era un po’ calmata:

«Che cosa hai fatto?» mi domanda.

«Ho parlato con un mio amico nella polizia e l’ho informato dei fatti.»

«Non hai parlato di me, spero!»

«Non rivelo mai le fonti, io, e lui lo sa e non me le chiede.»

«Vorrei domandarti se te la senti di fare delle indagini su questa morte perché non son convinta che sia un suicidio.»

«Ascoltami, prima di tutto voglio dirti che io son molto caro e forse tu non hai abbastanza denaro per pagarmi, poi, generalmente, tutti coloro che son sopravvissuti al suicidio d’un amico o d’un parente non credon che quello si sia tolto la vita per conto suo. Posso dirti che di suicidi nella mia carriera ne ho visti tanti e tutti i loro amici, parenti, aficionados erano persuasi che il defunto mai e poi mai si sarebbe tolto la vita. Invece è una delle attività che la gente, soprattutto ad una certa età, svolge più di frequente.»

«Perché sei sempre così cinico e disincantato, accidenti!» fa quella.

«Perché conosco gli uomini e non mi faccio più nessuna illusione: la gente arrivata a cinquant’anni si spara, si strozza, si avvelena, si fa esplodere col gas, respira il gas, mangia barbiturici perché è delusa della vita e di quello che le ha dato oppure soffre d’una grave malattia o teme di soffrirne…»

«Ma la mia amica aveva trent’anni!» Protesta quella, ricominciando a piangere.

«Cantava, scriveva canzoni, suonava il pianoforte, faceva ciò che le piaceva e che amava di più. Non era né delusa né fallita. Solo due sere fa aveva tenuto un concerto a padova e ne aveva in programma un altro a firenze dopo domani. Come fai a dire tante cazzate!»

Dopo un po’ aggiunge: «Quanto ai soldi non ti preoccupare: posso pagarti profumatamente! non sono più la povera cenciosa fricchettona che conoscevi una volta: ora sono ricca e benestante e posso permettermi di dar del denaro a uno stronzo che fa l’investigatore privato e che una volta era mio amico.»

«E va bene, ritiro tutto: son disposto a darti una mano ma devi dirmi qualcosa di più sulla tua amica e darmi un anticipo: diciamo diecimila!»

E’ sempre la mia mossa finale per vedere se il cliente si alza e se ne va oppure rimane dov’è e scuce la pilla: lei rimane e scuce!

Senza batter ciglio, apre la borsetta ed estrae una carta di credito e mi versa i diecimila che ho chiesto.

Poi, per due ore, si sottopone ad un pesante interrogatorio volto a definire un profilo della morta. viene fuori così che quella si chiama Erika, è d’origine tedesca, ma vive, o meglio viveva a bologna dadiverso tempo, che si è diplomata al conservatorio in pianoforte e canto, che canta nei night ma avrebbe voluto calcare le scene dei teatri lirici, come il Comunale, perché aveva una bella voce di soprano.

***

3.

Di pomeriggio mi occupo di due indagini coniugali e penso ad altro. a sera vado nel mio locale preferito in zona universitaria e lì incontro alcuni amici ed amiche. Mentre si parla del più e del meno, si beve e si ascolta musica purtroppo ad alto volume, una tipa mi avvicina e mi dice:

«Sai che è morta Erika, una mia amica tedesca che cantava?»

«No, non so nulla.»

Faccio finta di non saper nulla perché non voglio far sapere a quella che conosco solo di vista che son già stato informato ed ingaggiato.

«Mi han dato questa notizia oggi pomeriggio e son ancora sconvolta: avrei bisogno di parlar con qualcuno perché ci sto male.»

In due e due quattro siamo fuori dal locale ed andiamo a casa sua. Lì, la tipa che si chiama Silvia e non è niente male mi racconta tutto ciò che sa di Erika:

«Era nata in Germania, precisamente a Monaco, aveva la passione per la musica e per il canto. Era un’ottima pianista ed aveva una voce stupenda. odiava i tedeschi e ad un certo punto venne in Italia. Scelse bologna perché sapeva che era una città molto piena di giovani e le avevano detto che qui avrebbe avuto delle opportunità in più.

Sei mesi fa incontrò un tipo che le aveva promesso mari e monti: intanto lei cantava nei night e molti la apprezzavano sia per la voce che per altri aspetti che puoi immaginare.

Un giorno il tipo con cui stava le propone di prender un po’ di cocaina perché in quel modo avrebbe migliorato le sue performance. Lei non ha saputo dir di no e da quel momento è divenuta una tossica perchè si faceva incessantemente.

Lui intanto le diceva che stava parlando con questo e con quello e che presto un importantissimo direttore d’orchestra l’avrebbe chiamata per un’audizione a cui sarebbe seguito sicuramente un contratto per un’opera da metter in scena nei più importanti teatri.

Intanto, lei cantava e cantava e si faceva per reggere alla fatica. Io le dicevo di smettere, di piantare quel tipo, le dicevo che rischiava di rovinarsi, che quello da lei voleva soldi e sesso e non stava lavorando per lei.

Pochi giorni fa ha scoperto che quello era sparito dalla circolazione portandole via tutto il guadagno conseguito nei night club: di notte mi ha mandato un messaggio sul cellulare dicendomi che non le rimaneva altra scelta che uccidersi. Io ho letto il messaggio solo oggi pomeriggio ed ho capito che erika era morta. son andata a casa sua e ho visto che c’era la polizia, perciò non mi han fatto entrare. Ora son veramente sconvolta e spero solo che qualcuno faccia al suo falso moroso un culo così.»

Ho ascoltato tutta la storia in silenzio: silvia mi ha ringraziato perché l’ho lasciata parlare senza interromperla. «Ora vorrei che rimanessi qui con me stanotte perché non me la sento di dormir da sola.»

Non ho avuto nessuna difficoltà ad accettar l’invito,per cui ci siamo abbracciati nel letto e vi lascio immaginare cos’è successo.

***

4.

Il mattino dopo, son arrivato in ufficio alle 9, molto soddisfatto per la notte appena trascorsa. Guardando nel cellulare a lui dedicato, ho scoperto che Manfredi mi aveva ripetutamente cercato la sera precedente.

Lo chiamo: «Scusami – esordisco – solo adesso mi son accorto…»

«Lascia perdere: allora, la tua Erika non si è suicidata coi barbiturici,ma è stata ammazzata con un colpo di pistola alla tempia. Il tubetto vuoto di medicinali era una messa in scena per far credere che avesse posto termine alla sua vita.

Nel suo appartamento abbiamo trovato un sacco di cocaina ed altro materiale che la scientifica sta valutando. Ma la poveretta è morta perché qualcuno le ha sparato.»

«Come mai la mia fonte non si è accorta del sangue quando è entrata ed ha trovato l’amica morta?»

«Secondo me, era talmente sconvolta che non si è accorta di niente: ha solo visto il tubetto dei farmaci e da lì ne ha ricavato la convinzione che l’Erika s’era ammazzata da sola.»

«Adesso cosa succede?»

«Succede che la scientifica farà il suo lavoro, l’anatomopatologo il suo e la polizia farà delle indagini per scoprire chi abbia ucciso la cantante.»

«Avete già qualche pista da seguire?»

«Assolutamente no, anzi se tu avessi delle informazioni da offrirmi… Te ne sarei estremamente grato!»

«Vediamoci in un posto tranquillo e ti racconto ciò che so.»

«Uhm, potrei venir da te verso mezzogiorno: credo che il tuo ufficio sia il posto più tranquillo di Bologna.»

«D’accordo, affare fatto.»

Finita la telefonata, ho acceso il mio computer ed ho aperto un file criptato in cui ho trascritto ciò che silvia mi aveva raccontato la sera prima.

Poi ho guardato su internet ciò che raccontavano i giornali cittadini sulla faccenda: più o meno tutti si limitavan a riferire ciò che la polizia aveva rivelato in un’improvvisata conferenza stampa.

Mentre son lì che raccolgo informazioni squilla il cellulare che tutti conoscono perché si trova in tutte le pubblicità: il display mi dice che sta chiamando Malinverni, un vecchio marpione che scrive di cronaca nera sul più diffuso quotidiano locale.

«Ehi – esordisco – è un secolo che non ti fai vivo!»

«Perché è un secolo – ribvatte quello – che a bologna non succede nulla!»

«Per cosa mi chiami?»

«Hai letto i giornali stamattina?»

«sì!»

«Bene, allora saprai che hanno ammazzato Erika Langer la più brava cantante di jazz che si fosse esibita da queste parti!»

«Sì, ho letto, ma perché cerchi me?»

«Magari sai qualcosa ed hai voglia di condividerlo con un vecchio amico!»

«Così dopo tu ci fai un bel pezzo sul giornale di domani, ti prendi il Pulitzer e a me non dai neanche una caramella!»

«Non è così: io domani non scrivo, perché per adesso se ne occupa un collega giovane. Lui però fa la cronaca di giornata, si limita a riferire ciò che gli dice la polizia. io invece voglio andare più nel profondo, scavare nel torbido di questa città e scoprire cosa c’è dietro questo delitto.»

«Bene, ma io cosa c’entro?»

«Tu c’entri perché di solito hai delle fonti che nessuno possiede, visto che bazzichi in ambienti dove la brava gente come me non va.»

«Mettiamo che io sappia qualcosa che tu non sai, cosa ti fa pensare che abbia voglia di condividerla con te?»

«Io potrei offrirti qualcosa di succulento che a te manca!»

«Bene, adesso sì che parli d’affari e la cosa m’interessa.»

Gli propongo di vederci nel pomeriggio qui da me: non voglio ancora che si incontri con Manfredi perché non so cos’abbia per le mani e non mi fido troppo di questo furbacchione che si fa vivo solo quando ha bisogno.

***

5.

Per riempir la mattinata, prima che arrivi Manfredi, metto a posto il fascicolo che riguarda un indagine coniugale, chiamo il committente e fisso con lui un appuntamento e poi mando un messaggio a Silvia che mi risponde che si è appena svegliata.

A mezzogiorno, dopo che se n’è andato il ricco cornuto, che detto tra noi ha saldato il conto, arriva Manfredi: il colloquio tra noi dura quasi un’ora: io gli racconto ciò che mi ha detto silvia, senza rivelargli la fonte, lui mi dice cos’ha capito la polizia. Poi insieme decidiamo d’andare a mangiare da Arrigo dove fanno delle tagliatelle alla bolognese veramente notevoli!

Nel pomeriggio, fortunatamente in orario, si presenta Malinverni.

E’ un uomo alto, massiccio, con una stretta di mano vigorosa. fuma una sigaretta dopo l’altra perché è sempre nervoso. sicuramente è un gran mangiatore, un grosso bevitore e molto altro ancora. Ma è un bravo giornalista che non s’accontenta dei comunicati ufficiali e delle mezze verità o delle bugie delle autorità.

Ha sessant’anni, da trenta lavora nella cronaca nera e ne ha viste di tutti i colori. ci conosciamo da moltissimo tempo ed ambedue sappiamo ciò che l’altro ci può dare.

«Allora – gli faccio – che cosa mi dici?»

«Prima dimmi tu ciò che sai e poi vedrai che io sarò di parola.»

Gli racconto quel poco che so: gli parlo di Erika, del suo pseudo moroso, della droga …

«Be’, tutto questo più o meno lo so, ma tu sei sicuro che quella che hanno trovato nella casa di Erika Langer sia davvero la tedesca?»

«Assolutamente no perché non son andato in quell’appartamento a fare un sopraluogo, mi son fidato di ciò che mi han detto le mie fonti!»

«Bene, allora guarda qui.»

Da una valigietta che Malinverni porta sempre con sé estrae due foto: sono volti di ragazze molto simili, quasi uguali, ma se le guardi bene, scopri che ci sono delle piccole differenze.

Una delle due foto è stata pubblicata dai giornali che l’hanno attribuita ad Erika Langer, 28 anni, cantante d’origine tedesca e l’altra… non si sa chi sia.

«Be’, – faccio – una è Erika e l’altra?»

«Una è la falsa Erika che in effetti è morta ammazzata e l’altra è la vera Erika che forse è viva, ma nessuno sa dove sia.»

«Quindi la polizia, la stampa e tutti stan parlando della morte della persona sbagliata!»

«Esattamente, solo che non sappiamo chi sia la ragazza trovata morta perché con sè non aveva documenti. Sappiamo solo che era bionda come una tedesca e che assomigliava aall’erika cantante di jazz.»

Siamo rimasti in silenzio per qualche istante, ambedue riflettevamo sulla notizia. Malinverni si è accesa un’ennesima sigaretta.

«Ora – gli faccio – cosa succede secondo te?»

«Se fra un po’ verrà a galla la notizia che la morta non è quella che credevamo, l’assassino, chiunque sia potrebbe cominciare a mettersi in caccia per trovare l’Erika giusta per farla fuori. Oppure quello magari era in combutta con l’Erika vera e la morta per loro è quella giusta. Nel primo caso, rischieremmo d’avere altri omicidi, nel secondo invece tutto tornerebbe tranquillo e potremmo riprendere la nostra vita pacificamente mettendo questo delitto tra i tanti che non trovano una spiegazione.»

«La notizia dell’identificazione sbagliata secondo te emergerà?»

«Sì, ma non subito: nel frattempo tu ed io faremmo bene a tener la bocca chiusa e magari trovare qualcuno nel sottobosco bolognese che ci dà una dritta.»

«Mi stai chiedendo di partecipare alle indagini?»

«In un certo senso sì, però in maniera indipendente l’uno dall’altro: di tanto in tanto c’incontriamo, ci scambiamo le informazioni e poi ognuno va avanti per la sua strada. Noi non abbiamo bisogno di andare in giro in due come i carabinieri!»

Poi, dopo un tiro di sigaretta fa: «tu lo conosci il commissario Manfredi della squadra mobile?»

Ci penso un po’, poi decido di dirgli che lo conosco.

«Bene, bene, anche quella è una buona fonte, soprattutto non è stupido come certi suoi colleghi e non è un fascista.»

«Cioè?»

«Cioè, non è uno che vuol menare le mani, picchiare i detenuti, ma è uno che tratta con umanità le persone che interroga e riesce sempre a sapere cosa c’è sotto l’apparenza.»

***

6.

Uscito Malinverni dal mio ufficio, apro le finestre per dar ossigeno alla stanza ormai satura di fumo. In quel momento squilla il cellulare pubblico. Dal display non capisco chi sia, perché il numero non è nella mia rubrica.

Mi chiedo se rispondere o meno, poi decido per il sì:

«Parlo – mi fa una voce di donna con un evidente accento straniero – con l’investigatore privato Maurizio marchetti?»

«Sì, son io: con chi ho il piacere?»

«Non mi conosce: mi chiamo Ulrike Müller e vorrei parlarle.»

«Va bene: se vuole può venire nel mio ufficio… direi domani alle undici.»

«In questo momento non sono in Italia, ma a Monaco in Germania. Però potrei essere a Bologna dopodomani.»

Fissiamo un appuntamento per due giorni dopo alle undici del mattino nel mio ufficio.

Fatto ciò, mi preparo per uscire. devo fare alcuni appostamenti per delle altre indagini coniugali che aspettano lì da un po’ ed è ora di chiuderle.

Perciò prendo l’attrezzatura che mi serve e chiudo lo studio.

***

7.

La mattina seguente chiamo le mogli che mi avevano commissionato le indagini coniugali e dico loro che io ho elementi sufficienti per chiudere. Entrambe si precipitano da me perché son ansiose di sapere se il loro partner se la fa con un’altra.

Una vien informata di ciò che in realtà sa già: suo marito va a letto con la segretaria; l’altra rimane di sasso quando scopre che il partner ha cambiato verso: ora gl’interessano i maschi e non le donne.

Entrambe saldan e ringraziano: munite del servizio fotografico che ho realizzato per loro potranno rivolgersi ai migliori avvocati della città per ottenere dei divorzi molto lucrosi.

Poco dopo suona alla mia porta uno sconosciuto: lo ricevo. per principio, non per tirchieria, lavoro da solo perché non voglio che altri sappiano i mille segreti che mi vengono raccontati. Se i miei muri potessero parlare, rivelerebbero risvolti della nostra vita cittadina davvero esplosivi.

Il tizio entra, è ben vestito, elegante: si siede e si presenta.

«Ho visto la sua pubblicità sugli autobus, sui giornali, dappertutto. Ci ho pensato molto se rivolgermi a lei o se lasciar perdere, ma ho bisogno di dire a qualcuno delle cose molto gravi e non voglio che si vengano a sapere. Poiché lei dice nella pubblicità che è garantita la discrezione più assoluta… Eccomi qua.»

«Io però non sono un confessore, ma un detective privato!»

«Sì, ma se mi ascolterà, vedrà che le dirò cose che c’entreranno col suo mestiere.»

«D’accordo.»

Il tizio, che non mi ha ancora detto come si chiama, mi fa:

«L’Altra notte ho ucciso Erika Langer: le ho sparato un colpo di pistola alla tempia e poi sono scappato.»

«Com’è successo?»

«Son appassionato di jazz ed una sera in un locale ho ascoltato la sua voce e ne sono rimasto stregato: da quella sera per un mese son andato ad ascoltarla tutte le sere. tutte le notti la sognavo, di giorno avevo la sua immagine davanti agli occhi, insomma mi son innamorato di lei. La volevo per me, solo per me!

L’altra notte son riuscito ad avvicinarla in camerino alla fine dello spettacolo e le ho chiesto d’uscire insieme. Lei mi ha risposto che aspettava un altro e che sarebbe uscita con lui a cena. Mi ha riso in faccia.

Allora l’ho seguita e ho visto che andava a mangiare con un altro uomo in un ristorante. son rimasto fuori ad attendere che finissero. Poi li ho seguiti. Arrivati sotto casa sua, quello se n’è andato ed Erika ha infilato la chiave nella sua porta. Io mi sono intrufolato e son entrato nel suo appartamento.

Le ho svelato il mio amore, le ho chiesto di mettersi insieme con me: lei mi ha gridato d’andarmene. a quel punto le sono saltato addosso e ho tentato di violentarla. Lei si è battuta come un leone, però io ho estratto una pistola e le ho sparato.

L’ho uccisa sul colpo.»

«Ho capito. Ora cosa pensa di fare?»

«Me ne andrò da Bologna: forse in Svezia o in Australia e nessuno mi arresterà. E lei, signor Marchetti, non dirà nulla a nessuno perché è tenuto al segreto professionale.»

In quel momento la mia porta si apre: entra Manfredi con altri due agenti con le pistole spianate.

«Fermi tutti, polizia! Mani in alto.»

Il tipo, di cui ancora ignoro l’identità, pur stupito, si volta: dalla sua mano spunta una piccola pistola.

«Buttala, se non vuoi …»

Parte un colpo che ferisce uno dei due agenti, ma manfredi non si fa sorprendere e colpisce il soggetto. L’uomo cade al suolo, è ferito, ma non mortalmente. Qualche ora dopo saprò che si chiama Sandro Bertoni, 30 anni, con precedenti penali piuttosto gravi.

verrà incriminato per l’uccisione della Langer e tradotto, come si dice in gergo, alle carceri della Dozza in attesa di giudizio.

Caso risolto? Assolutamente no, perché Malinverni ed io sappiamo che la morta non è erika Langer, ma un’altra.

Non sapeva, il Bertoni, che registro tutti i colloqui che si svolgono nel mio studio e che posso,non visto mandare messaggi a Manfredi. Mentre il tipo parlava, avevo inviato al mio amico commissario un messaggio in codice e lui è venuto.

Nei giorni successivi avrei saputo che l’agente ferito se la sarebbe cavata senza ulteriori conseguenze.

***

8.

In attesa che arrivasse Ulrike da Monaco, il giorno seguente mi sono dedicato alle mie numerose indagini matrimoniali. Sia di mattina che di pomeriggio ho effettuato i miei appostamenti in certe ville sui colli che, signori miei, non immaginate neanche. Gente con soldi veri dotata di ville vere e sfarzose. Ad un certo punto, mentre ero lì che scattavo le mie foto e facevo le mie riprese, s’affaccia da una di queste ville un tipo a torso nudo con un fucile in mano,suppongo carico, che mi dice:

«Se non te ne vai entro cinque secondi sparo a te e alla tua macchina fotografica.»

«Ok, non sparare, me ne vado subito!»

quello però ha cominciato lo stesso a contare, in verità andando avanti molto lentamente:

«Uuno,…, duue…, Tree…, quuuatttro… quattro e un quarto… quattro e mezzo… quattro e tre quarti…»

a quel punto avevo già messo via e me ne stavo andando.

Sono cose che succedono nel mio mestiere: la gente m’incarica d’indagare sulla sua vita privata e a me tocca fare delle riprese o scattar delle foto per dimostrar se è possibile che quello o quella fan le corna a quell’altro o a quell’altra.

Vabbè, lì mi è andata particolarmente male, però qualche foto ce l’avevo da mostrare al cornuto pagante che si sarebbe presentato giorni dopo. La moglie, evidentemente quando lui non c’era, andava aletto con quello della doppietta.

***

9.

Mattino seguente, mio studio, ore 11 in punto si presenta Ulrike: uno schianto di donna. alta, bionda, con gli occhi azzurri, vera tedesca. Entra, si siede, estrae dalla borsetta un accendino d’oro e si accende una sigaretta. Me ne offre una, ma io rifiuto.

«Bene – mi fa – adesso ti racconto la vera storia di Erika.»

Come faccio sempre, accendo il registratore perché non ho voglia di prendere appunti: del resto preferisco sempre star attento quando uno parla piuttosto che cercare carta, penna e calamaio che tanto non si trovano mai. Appena si mette a suonare, zittisco anche il cellulare: fosse pure il Presidente della Repubblica o il Papa aspetteranno.

Dalla narrazione di Ulrike emerge non solo che Erika è una ragazza studiosa che ama la musica, il canto, che vuole sfondare nel mondo della lirica, ma anche che è una lavoratrice instancabile, un’irrequieta, un’instabile sentimentalmente, una che pur d’avere un uomo si lega coi tipi più inquietanti.

«Una volta stette per sei mesi con uno che la menava ed un’altra con un altro con cui si drogava. Fino a quando è stata a Monaco se ne sarà fatti decine di questi tipi. L’incontrava nei locali dove cantava, si faceva offrir da bere e poi ci andava a letto. Per un po’ di tempo del tipo con cui stava parlava benissimo, poi cominciava a dire che però aveva dei difetti e  infine che era una merda di uomo. Uno schema fisso! Poi, finita la storia, ricominciava da capo con un altro. Di giorno studiava al conservatorio, di sera cantava nei locali e finiva a letto con certi brutti ceffi che te li raccomando. Poi beveva, si ubriacava, si faceva. Ad un tratto mi dice che vuole andar via da Monaco: le hanno detto che a Bologna ci si diverte, ci son molti giovani, c’è la possibilità d’entrare nel mondo dello spettacolo, della lirica… Perciò un bel giorno parte per Bologna. Anche di questa città all’inizio parlava molto bene, poi ha cominciato a dire che però c’erano certi stronzi e pochi giorni fa durante una telefonata è scoppiata a piangere. Si vede che anche qui le è andata male.»

«In realtà – replico – parrebbe di no: poche sere fa ha tenuto un concerto a Padova che sembra abbia avuto molto successo e poi ne aveva in programma un altro a Firenze. Dicono invece che non sia stata presa al Comunale o, per meglio dire, che l’abbiano ingannata, promettendole mari e monti senza che poi si concretizzasse nulla.»

«Certo, era lo schema che si ripeteva regolarmente quand’era a Monaco: incontrava dei tipi che le facevano delle promesse, se la portavano a letto e poi si facevano di nebbia. C’era chi le aveva promesso di farla cantare all’Opera di Stato di Monaco o giurava di conoscere il direttore dell’Opera di Berlino. Uno addirittura le ha garantito che andava a cena col direttore dei Berliner Phylharmoniker. Tutte bugie, naturalmente, che presto si rivelavano per quel che erano.»

Dopo un momento di silenzio Ulrike riprende: «Però ieri sera ho ricevuto una strana chiamata sul mio telefonino: Una voce che non ho riconosciuto mi ha detto che Erika non è morta. Quando ho cercato di far delle domande,quello ha messo giù. Cosa è questa storia?»

Le ho risposto che esattamente neanch’io ne so molto: secondo alcune fonti la ragazza trovata morta in casa di Erika, non era la cantante, ma nessuno era ancora in grado di dire chi fosse. Poi nessuno, nemmeno la polizia sapeva dove fosse finita Erika: se era viva, morta o espatriata.

Piuttosto, faccio, come fa a sapere che io sto seguendo il caso?

«Me l’ha detto la sua amica, quella che crede d’aver visto il corpo morto della cantante tedesca e che forse ha commesso un errore. Mi ha parlato di lei e mi ha detto che è un tipo tosto, che sa tenere il segreto ed al quale ha chiesto di fare qualche indagine sull’accaduto.»

«Bene, le cose stanno al punto che le ho detto, però adesso sono io che le chiedo di non raccontar ad anima viva ciò che le ho narrato.»

«Non c’è pericolo: questo pomeriggio prendo un aereo e torno a Monaco: col suo permesso di tanto in tanto le chiederò se ci sono novità, ma ciò che ci siamo detti qui rimane tra me e lei.»

«Anche con quell’amica lei non deve dire nulla! Le racconti solo che ha parlato con me e che non ha saputo niente di rilevante.»

«Non dubiti.»

Ulrike a questo punto si alza, mi saluta e se ne va.

***

10.

La giornata, la settima da quando ho avuto lo scomodo incarico di seguire il caso della cantante passa senza che avvenga nient’altro. Io dedico il mio tempo a ricever gli amanti cornificati e ad assumere l’incarico di verificare che in un’azienda del settore informatico non ci sia una talpa che passa informazioni riservate ai cinesi o a chissà chi.

Verso sera accade una cosa curiosa: un ristoratore cinese che gestisce una decina di take away in città e si sta espandendo a più non posso mi rivela che qualcuno dei ragazzi che fa le distribuzioni a domicilio fa il furbo. Prende la roba da mangiare e non la porta a casa di chi l’ha ordinata. Il magnate dell’involtino primavera mi chiede d’indagare chi si imboschi il riso alla cantonese o l’anatra alle mandorle. gli rispondo come sempre che sono molto caro e gli chiedo i soliti diecimila. Lui non fa una piega e paga. ora dovrò anche investigare nel settore dei ristoranti cinesi d’asporto.

Alle sette chiudo l’agenzia e vado nella zona universitaria a vedere se incontro qualche amica con cui passar la serata, magari scopro qualcosa sulla cantante tedesca.

***

11.

Non ho scoperto niente sulla cantante,ma ho scoperto quant’è carina, simpatica e disponibile Antonella. Ho passato la serata in zona universitaria, in un locale dove vado spesso e dove trovo molti amici ed amiche. Si beve, si mangia, si parla e si attacca bottone con chi capita, non importa se ci si conosce o meno. Antonella non la conoscevo, ad esempio, ma dopo un po’ che si era lì, lei fa:

«Mi sto annoiando, non è che mi accompagneresti a casa?»

Non me lo sono fatto ripeter due volte: siamo andati a casa sua e lì mi ha offerto dello champagne davvero speciale. Un flut, due flut e alla fine, belli alticci abbiamo dato sfogo ai nostri istinti.

Forse entrambi avevamo voglia di toglierci reciprocamente i vestiti per vedere cosa c’era sotto. Lo champagne, si sa, ha effetti magici e in poco tempo eravamo nudi ed abbracciati sul divano.

Be’, cosa credete che abbiamo fatto? Ve lo lascio immaginare!

***

12.

Al mattino esco da quella casa bello arzillo in memoria della bella nottata e vado in agenzia. Mentre apro la porta, una voce mi fa:

«Non voltarti o ti sparo.»

Non mi volto, mentre il freddo metallico d’una pistola mi preme sulla nuca. Mi dico tra me: se questo è un pazzo ho poco tempo da vivere. Se invece non lo è forse ce la posso fare. Immobile aspetto, osservo e rifletto. Poi la canna s’allontana dalla mia nuca, ma messo come sono non so se la pistola mi sta ancora minacciando. Quindi rimango fermo.

«Adesso, senza voltarti a guardare, apri la tua stupida agenzia.»

Obbedisco. Riprendo le chiavi dalle tasche, tiro su la saracinesca ed apro.

»Entra sempre senza voltarti.»

Entro, vado davanti alla mia scrivania dove c’è il computer e tutto il resto.

Intanto, mi accorgo che dietro di me c’è un’ombra non molto alta, anzi più o meno della mia stessa altezza. Mi accorgo anche che il tipo si sta un po’ distraendo. allora decido di giocare il tutto per tutto: o la va o la spacca. Mi giro e gli mollo un pugno sul mento. Il tipo sorpreso molla la pistola e finisce a terra. Prima che possa riprendersi m’impossesso dell’arma. Certo potrebbe averne un’altra, ma intanto è stordito al tappeto. Non sa il minchione che io faccio pugilato.

Adesso è lui sotto tiro ed è un po’ rintronato. Lo perquisisco: gli trovo un coltello, delle chiavi, un cellulare, un portafogli con dentro duemila euro. Con la chiamata urgente chiamo Manfredi che infatti dopo cinque minuti è da me. Gli racconto cos’è successo e lui prende in consegna il tipo con le sue robe. Qualche ora dopo saprò che si chiama Alberto Pezzani, parmigiano, persona già nota alla giustizia. Cosa voleva farmi? Manfredi mi fa capire che me lo dirà in privato: per adesso sul Pezzani pende un’accusa per aggressione a mano armata e porto abusivo d’armi, perché ovviamente non può portarne, dati i suoi precedenti.

Però quest’aggressione mi fa capire che devo metter in salvo dove so io tutto il materiale che potrebbe esser appetito da vari malintenzionati. Così raccolgo dischetti, file video ed audio ed ogni altra cosa sensibile e li porto in un luogo segreto.

L’agenzia riapre nel pomeriggio: alle tre e mezza arriva Manfredi. Mi dice che il Pezzani è un galoppino di un certo boss della malavita locale,uno per cui ho lavorato tempo fa per dimostrargli che sua moglie gli metteva le corna. Verso di lui vanto ancora un credito perché mi ha pagato solo in parte. Probabilmente il Pezzani è stato mandato da me per intimidirmi e non pretendere altri soldi. Mi dice anche Manfredi che secondo lui dovrei prendermi un socio in modo da non esser solo in ufficio, oppure associarmi con qualche altra agenzia di investigazione. Gli prometto che ci penserò.

A questo punto gli domando cosa si sa in polizia del caso della cantante. Manfredi mi conferma che la morta non è erika, ma che ancora non si sa chi sia. La notizia non è ancora apparsa sui giornali perché il questore è intervenuto sui direttori dei quotidiani affinché non pubblichino più articoli in merito. E’ chiaro però, aggiunge, che prima o poi la pentola salterà per aria, soprattutto se si saprà chi è la morta.

***

13.

Appena Manfredi va via squilla il mio cellulare pubblico: una voce mi dice:

«Se sei un ragazzo discreto ti do delle informazioni su Erika che non può darti nessuno.»

«Sono ultradiscreto.»

«Bene, allora chiudi la tua agenzia e prendi la macchina: tra poco sul tuo cellulare ti manderò una cartina stradale con le indicazioni giuste per venire dove attualmente mi trovo.»

«Ok, ci sto.»

«Mi raccomando, vieni da solo, altrimenti non saprai nulla e non ci sentiremo mai più.»

chiudo l’agenzia, prendo la macchina, faccio benzina in un self-service. mentre sono lì che riempio il serbatoio mi arriva sul cellulare la cartina stradale che aspettavo. Devo uscire da bologna, andare verso S. Pietro in Casale e prima d’arrivare in paese prendere una stradina di campagna e raggiungere un cascinale.

Vado. La serata ottobrina è ancora calda. L’estate quest’anno non vuol finire. Mentre viaggio ascolto la serenata per archi di ciaikovsky. Dopo meno di mezz’ora giungo alla stradina ed arrivo al cascinale che mi è stato indicato. Il cellulare squilla:

«Adesso scendi.»

Obbedisco.

Da una finestra si affaccia una persona col volto coperto da un passamontagna:

«Alza le mani, voglio esser sicura che non hai armi o altre sciocchezze.»

Alzo le mani.

«Bene, va verso la porta e spingila: è aperta.»

Faccio ciò che mi ha detto la voce sconosciuta. La porta in effetti è aperta, la spingo in avanti ed entro. Vengo abbagliato dalla luce d’una torcia elettrica. La stanza dove mi trovo è completamente buia ed un po’ inquietante.

«Vieni avanti e segui la torcia.»

La persona avanza, sale delle scale ed arriva ad un pianerottolo, poi volta a sinistra ed entra in una stanza.

A quel punto, sempre con la torcia mi indica una sedia e io mi ci accomodo. La pila si spegne,piombiamo nel buio più totale. Poi vien accesa una luce e m’accorgo che mi trovo intorno ad un tavolo rotondo apparecchiato per cenare. Di fronte a me c’è una donna col volto ancora mascherato. Poi con calma lei si leva il passamontagna ed appare il viso d’una ragazza splendida, la più bella che abbia mai visto.

I capelli lunghi e biondi, un viso da modella, due occhi penetranti che mi scrutano.

«Bene, Maurizio, io sono Erika Langer, la cantante e come vedi sono ancora viva. sono qui da una settimana circa e domani sparirò definitivamente da Bologna e non ci tornerò mai più. le tue ricerche hanno avuto esito. Mi hai trovato e stasera ceneremo insieme e faremo l’amore. Poi domattina presto tu te ne andrai ed io pure. Tu a Bologna, io lontano in un posto dove certa gente che ho conosciuto in questi anni non potrà mai trovarmi. ti offro diecimila euro se firmerai questo contratto che ti dà diritto di conoscere la mia vera storia, ma ti impegna a non rivelarla ad anima viva per i prossimi cinquant’anni.»

Estrae il contratto da una cartellina e me lo porge: lo leggo e firmo. Dopo tutto io sono tenuto al segreto professionale.

Fatto ciò lei mi racconta la sua storia dal giorno in cui arriva a Bologna: mi racconta dei numerosi uomini con cui è stata, mi racconta che molti di loro le promettevano di farla assumere dai teatri, le assicuravano di conoscere direttori e manager del mondo della lirica, uno addirittura l’aveva mandata ad un’audizione dal maestro …, salvo poi scoprire che quello non sapeva nemmeno di doverla esaminare. tutto falso. Poi mi racconta delle bevute, della droga e, addirittura, di uno che le propone di fare la prostituta d’alto bordo perché con quel corpo che si ritrova farà più soldi che coi gorgheggi sul palcoscenico. Poi mi narra anche la vicenda di Sandro Bertoni, quello che si era innamorato follemente di lei e voleva rapirla a tutti i costi e farla sua.

«Ad un certo punto non ne ho potuto più e grazie ad un’amica sincera, ho saputo di questo cascinale e son fuggita. La mia casa l’ho data ad un’altra ragazza che ci è andata ad abitare.»

«Quella che han trovato morta?»

«Purtroppo sì, ma io non c’entro con quella vicenda: ero già via da Bologna.»

«La polizia non sa come si chiama…»

«Era una ragazza russa, si chiamava Olga Kutznetzova e faceva la badante presso un anziano.»

«Posso dare a Manfredi questa notizia?»

«Se non racconti il resto sì, altrimenti giuro che ti trovo e ti ammazzo.»

«Non aver paura: so come fare e Manfredi è uno che non fa domande sciocche.»

«Be’, ora sai tutto.»

si alza, va in cucina e porta la cena: tortellini, stinco di maiale al forno con patate, bavarese al cioccolato, vino e alla fine champagne.

Il resto ve lo lascio immaginare.

Al mattino presto Erika si alza, fa un caffè per tutti e due poi mi dà i soldi che mi aveva promesso e mi bacia: «E’ stata una notte stupenda: non ti dimenticherò tanto in fretta!» mi fa.

Scendo le scale, esco dalla porta, salgo in macchina e vado via.  Non sono in grado di lavorare perciò vado a casa e mi faccio una bella doccia che mi rimetta in sesto.

Il pomeriggio, mentre sono in agenzia, il cellulare squilla:

«Come stai?» mi fa lei.

«Molto bene e tu?»

«Benissimo: sono lontana da Bologna, ma ancora in Europa. domani però prenderò un aereo per un altro continente. Magari quando mi sono sistemata ti faccio sapere dove sono così se vuoi mi puoi venire a trovare.»

«Sarà un vero piacere! Intanto ho fatto sapere a Manfredi il nome della ragazza morta: domani ne parleranno tutti i giornali. Ovviamente non gli ho detto la fonte e nemmeno come ho saputo la notizia. Ma Manfredi è uno che non fa domande sciocche.»

«Bene, vedo che sei un ragazzo discreto e di parola e queste sono due cose a cui tengo moltissimo.»

Mette giù.

***

14.

Il mattino seguente tutti i giornali locali escono con i titoloni a caratteri di scatola: li leggo sul web. tutti raccontano ciò che ha rivelato la polizia. La storia della cantante tedesca ritenuta in un primo momento morta suicida, poi invece sparita nel nulla e rivelano che la vittima è una ragazza russa Olga Kutznetzova che faceva la badante nello stesso condominio dove viveva Erika. A questo punto le indagini – dice il maggior quotidiano – vogliono chiarire chi abbia ucciso la Kutznetzova.

Mentre sto leggendo i quotidiani mi telefona l’amica che mi aveva commissionato l’indagine sulla morte di Erika:

«Tu sapevi ciò che scrivono i giornali di oggi?» mi chiede piuttosto arrabbiata.

«Qualcosa sì e qualcosa no.»

«Cosa sapevi?»

«Se vieni in agenzia ti dico ciò che sapevo.»

«Oggi pomeriggio ci sei?»

«Sì, poi però devo uscire per fare altre indagini che mi son state commissionate.»

«Bene, sarò lì alle tre.»

A quell’ora infatti c’era: l’ho fatta entrare ed ho chiuso la porta. Si è seduta ed ha acceso una sigaretta e poi:

«Allora dài, racconta.»

Le racconto ciò che posso: cioè che fin dai primi giorni vengo informato che Erika non è morta, ma semplicemente sparita e così via.

«E adesso dov’è la cantante?»

«Non lo so.»

«Secondo me tu lo sai.» ed in quel momento dalla sua borsetta spunta una micropistola di quelle che fan molto male.

Da quand’è iniziata questa storia è già la terza volta che mi minacciano con una rivoltella.

«Se non mi dici dov’è Erika ti sparo.»

«Non lo so.»

«Conto fino a tre: uno, due…»

Prima che lei dica tre Manfredi entra e le punta la sua arma d’ordinanza: lei si distrae, preme il grilletto,ma il proiettile mi manca completamente.

manfredi l’arresta: ore dopo saprò che la mia amica, ormai sicuramente ex, è stata accusata di tentato omicidio e resistenza a pubblico ufficiale.

Il porto d’armi, purtroppo, era valido, ma ora lei sta alla dozza in attesa di giudizio.

***

15.

Accipicchia, meno male che questa storia è finita. Nelle settimane successive ho condotto altre indagini coniugali, ho scoperto chi faceva sparire il cibo dal take away cinese e lo rivendeva o se lo mangiava ed ho svelato una penosa vicenda di spionaggio informatico.

Dopo un ottobre ed un novembre climaticamente miti, è arrivato un dicembre severo ed anche freddo. per la città son apparse le solite luminarie natalizie, i soliti mercatini, il solito clima che precede le feste di fine anno.

Io però a Natale non sarò qui: domenica partirò per un continente molto lontano dove fa caldo e splende il sole. erika mi aspetta per bere, mangiare e far l’amore dall’altra parte del mondo e statevene sicuri che non vi dirò né cosa succederà tra me e lei né dove si trova.

Magari torno dopo la Befana a godermi il freddo umido di questa città che amo ma che mi fa anche molto incazzare.

PIER LUIGI GIACOMONI