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DACCI OGGI IL NOSTRO PANE

Marzo 30, 2020 • Pierluigi Giacomoni

DACCI OGGI IL NOSTRO PANE
(30 Marzo 2020)

PALERMO. «Dacci oggi il nostro pane!» si richiede con tono perentorio al «Padre Nostro»: una richiesta che trova la sua motivazione col timore che l’uomo possa da un momento all’altro trovarsi senza cibo, circostanza che nell’antichità si verificava spesso.

Per molti secoli, le carestìe, insieme alle guerre, le pestilenze e le calamità naturali, erano temute minacce per la sopravvivenza del genere umano: quando si manifestavano scomparivano le generazioni meno robuste: Isaia ad esempio scrive: «Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua ira, finiamo i nostri anni come un soffio.
Gli anni della nostra vita sono settanta,
ottanta per i più robusti,
ma quasi tutti sono fatica, dolore;
passano presto e noi ci dileguiamo.
(Is. 90, 9-11).

Poiché il pane era per molti l’alimento fondamentale, anzi per secoli quasi l’unico, la richiesta al «Padre nostro» affinché ogni giorno vi fosse almeno il pane, e magari anche il companatico, aveva un senso che forse noi oggi abbiamo perduto, almeno fino a pochi giorni fa.

Già, perché da giovedì scorso in Italia si è aperto un nuovo fronte: dopo le proteste nelle carceri, avvenute poche settimane fa, dovute alle misure restrittive della mobilità adottate dal Governo, ora la chiusura di attività economiche ritenute non necessarie ha fatto esplodere la protesta dei senza reddito, di coloro che sopravvivevano grazie a piccoli lavoretti od alimentavano il “nero”.
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«Ci sono almeno 50mila palermitani – narra Repubblica – che il virus ha lasciato senza un reddito. Gira un video su Facebook che in poche ore ha raggiunto 15mila condivisioni: un palermitano, non più di 40 anni, parla alla videocamera accanto alla figlioletta che mangia un pezzo di pane con la Nutella. Si rivolge al premier Conte e al sindaco Orlando e chiede di sapere quando arriveranno gli ammortizzatori sociali: Se mia figlia non potrà mangiare un pezzo di pane andremo ad assaltare i supermercati.”

detto fatto: giovedì un gruppo ci ha provato, alla Lidl di viale Regione siciliana.

«Se a Palermo – prosegue il quotidiano – ci sono circa 80mila persone che percepiscono il reddito di cittadinanza, ce ne sono almeno altre 30mila che lavoravano in nero – in tutta la Sicilia: per la Cgia di Mestre sono oltre 300mila – e con l’emergenza Coronavirus sono rimaste senza un reddito, anche saltuario. Ma l’emergenza riguarda almeno altri 20mila che avevano un lavoro regolare – titolari di piccoli negozi per esempio – che con il perdurare delle restrizioni si stanno ritrovando in difficoltà.»

Ecco perché Caritas, Banco alimentare ed altre strutture assistenziali si stanno muovendo per assicurare cibo a chi non riesce a procurarselo, ma c’è un problema di fondo che è uno dei connotati del sistema economico italiano: il lavoro nero.

«Si tratta – scriveva ieri Raffaele Cantone – dell’esistenza di un enorme nero, di una economia parallela di cui tutti sanno, che alcuni (non solo meridionali) sfruttano e molti altri tollerano, facendo ipocritamente finta di non vedere.»

Si calcola che circa il 35% di chi lavora lo faccia senza nessuna garanzia: niente malattia, niente ferie, niente contratto. Solo lavoro temporaneo, magari sottopagato.

Ora, quando le imprese chiudono in ossequio alle norme restrittive sulla mobilità adottate dal governo, quel poco di reddito si perde ed allora emergono disperazione e rabbia.

Sono proprio i sentimenti di disperazione e rabbia che evocava ieri il Papa quando rilevava il pericoloso insorgere del fenomeno della fame, non solo in Paesi lontani, ma anche qui a casa nostra, nelle periferie delle nostre città.

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AUMENTANO I PREZZI

Poiché, come dice un vecchio adagio, «le disgrazie non vengono mai sole» a questi fenomeni si aggiunge la possibilità che sui mercati internazionali il prezzo dei cereali vada aumentando.

«Il grano – ha scritto Avvenire – vale più del petrolio. E non basta, perché tutte le quotazioni delle materie prime agricole stanno aumentando: esattamente il contrario di quelle del mercato azionario. Merito (o colpa) della domanda di prodotti alimentari e soprattutto della corsa agli alimenti di base a sua volta spinta da Covid-19.»

Divengono così strategiche le grandi coltivazioni di cereali ed il comportamento dei Paesi produttori.

Coldiretti ad esempio spiega: «Gli effetti della pandemia si trasferiscono dai mercati finanziari a quelli dei metalli preziosi fino alle produzioni agricole la cui disponibilità  è diventata strategica con le difficoltà  nei trasporti e la chiusura delle frontiere, ma anche per la corsa dei cittadini in tutto il mondo ad accaparrare beni alimentari di base». I numeri parlano chiaro. Il prezzo internazionale del grano nell’ultima settimana ha fatto registrare un ulteriore aumento del 6% alla borsa merci di Chicago. Un balzo in avanti che viene spiegato con la decisione della Russia di limitare le esportazioni, dopo che la scorsa settimana le quotazioni del grano avevano superato addirittura quelle del petrolio degli Urali. Sempre presso le principali borse merci, l’aumento delle quotazioni delle materie prime agricole ha segnato, nell’ultima settimana, dai contratti per le consegne a maggio il cui prezzo è salito del 6%, mentre la soia è salita del 2% e il mais dello 0,7%. Le strategie commerciali dei grandi produttori appaiono piuttosto semplici. Oltre alla Russia, il Kazakistan, uno dei maggiori venditori, ha addirittura vietato le esportazioni del prodotto. Speculazioni forse. Ma chi può, sta pensando, oltre a combattere il virus, anche a garantirsi l’approvvigionamento delle materie prime agricole di base. E il grano è, da sempre, il re delle materie prime. Ed è in buona compagnia, visto che tensioni simili si registrano per il riso con il Vietnam che – riferisce ancora Coldiretti – ha temporaneamente sospeso i nuovi contratti di esportazione mentre le quotazioni in Thailandia sono salite ai massimi dall’agosto 2013. Ed è in crescita anche il prezzo della soia, con gli Stati Uniti che si contendono con il Brasile il primato globale nei raccolti e la Cina che è la più grande consumatrice mondiale. E l’Italia? I coltivatori spiegano che proprio il grano resta la coltivazione più diffusa nel Paese. Ma si potrebbe fare di più, arrivando quasi all’autosufficienza. Magari guardando con attenzione alle cosiddette aree interne.

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I CEREALI ALLA BASE DELLE CIVILTA’.

Per secoli, i cereali sono stati alla base delle civiltà e la loro carenza anche temporanea, provocata da una guerra o da cattivi raccolti, ha provocato sanguinose rivolte popolari.

Se della carne si può fare anche a meno, ci sono civiltà tendenzialmente vegetariane come in India, nessun popolo ha mai rinunciato ai cereali per la propria alimentazione.

In Asia per secoli si è prodotto riso che poteva garantire fino a tre raccolti all’anno, in Africa si è coltivato il miglio, in America è stata sviluppata la coltivazione del mais.

L’Europa e il vicino Oriente si sono legati al grano che costituisce il nostro alimento base.

Quando nei secoli è venuto a mancare, allora è cresciuta la rabbia sociale: non a caso gli imperatori romani per centinaia d’anni hanno garantito rifornimenti gratuiti di grano ed olio, mentre la crescita dei prezzi dei cereali, determinata dalla produzione di biocarburanti, ha prodotto nei primi decenni di questo secolo insurrezioni popolari nel mondo arabo ed in America Latina.

Ecco perché la perentoria richiesta alla divinità «Dacci oggi il nostro pane» rischia d’acquisire di nuovo importanza sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo o, come preferisce dire qualcuno in via d’impoverimento, perché il COVID-19 sta mettendo una dopo l’altra in discussione tutte le nostre certezze e sicurezze e sta mettendo drammaticamente a nudo quanto non va nel nostro sistema socioeconomico.

PIER LUIGI GIACOMONI

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