NIGERIA. IL “COLOSSO” DEI CONTRASTI
(18 Gennaio 2020)

ABUJA. Il 1° Ottobre 1960, dopo alcuni anni di autogoverno interno, la Gran Bretagna concede l’indipendenza alla Nigeria ed il 16 novembre dello stesso anno Nnindi Azikiwe (1904-1996) un uomo che si era fatto un nome durante la lotta per l’indipendenza, viene nominato governatore Generale in rappresentanza della Regina Elisabetta II Windsor, capo nominale dello Stato.

Azikiwe, nel 1963, diverrà il primo Presidente della Repubblica Federale Nigeriana, ma il suo ruolo sarà puramente rappresentativo: il vero potere lo detiene il Primo Ministro che capeggia un governo di grande coalizione di cui fanno parte tutte le principali forze politiche.

I primi anni d’indipendenza sono tormentati da quelli che sono sempre stati i mali di fondo del “colosso d’Africa”: la corruzione, il clientelismo, l’arricchimento facile, la megalomania dei leader, il tribalismo.

La tensione arriva al massimo con le elezioni generali del 1965: la campagna propagandistica e lo scrutinio sono contrassegnati da violenze inaudite ed i brogli sono la norma: la situazione è talmente grave che in alcune regioni sembra regnare l’anarchia e le bande armate spadroneggiano.

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IL 1966.

L’anno di svolta per la storia della Nigeria, come di buona parte dell’Africa è il 1966: l’euforia dell’indipendenza è ormai evaporata e il malcontento dilaga. In diversi Stati l’esercito ha già preso il potere o si appresta a farlo: in Togo, Dahomey, Congo (Brazzaville) e Congo (Kinshasa), le forze armate hanno già preso il controllo delle leve dello Stato ed altrettanto stanno per fare in Ghana e Burundi.

Il tutto col pieno consenso delle popolazioni che sono stanche dei soprusi dei governanti postcoloniali.

Così, il 15 gennaio di quell’anno, nella notte tra l’una e le tre, un gruppo di ufficiali di etnìa Igbo prende il potere, eliminando spietatamente la classe dirigente del momento: una delle prime vittime è il Primo Ministro Federale Sir Abubakar Tafawa Balewa, (1912-1966) il cui corpo sarà ritrovato sei giorni più tardi lungo una strada, a cui seguono il Ministro per le Finanze Chief Festus Okotie Eboh: «un uomo antipatico, brutale, avido, mostruosamente corpulento, che ha accumulato una fortuna incalcolabile grazie alla corruzione. Trattava la gente con disprezzo. Balewa invece era tutto il contrario: simpatico, calmo, modesto. Alto, magro, quasi ascetico, musulmano.» (R. Kapuscinski: Ebano, Feltrinelli, Milano 2000)

Nella regione occidentale è freddato Samuel Akintola, capo del governo locale, che nel suo palazzo aveva tredici limousine: la stessa sorte tocca al Premier del Nord Ahmadu Bello, ritenuto da molti l’eminenza grigia del Paese, cioè colui che ispirava le decisioni più importanti al Premier federale ed al suo gabinetto. .

Complessivamente, nel colpo di Stato perdono la vita 27 personalità di spicco della vita politica nazionale e locale.

I golpisti, naturalmente, s’impadroniscono anche dei punti nevralgici del Paese: a Lagos, capitale federale, occupano l’aeroporto, la sede della radio, la centrale dei telefoni e le poste.

La stessa cosa accade nei capoluoghi regionali per cui per ore le notizie trapelano faticosamente perché il Paese, grande tre volte l’Italia con allora 56 milioni d’abitanti, è isolato.

Il golpe, che pone fine alla Prima Repubblica, è ideato da un pugno di ufficiali, guidati dal maggiore Chukwuma Kaduna Nzeogwu (Igbo, assassinato nel 1967 agli inizi della Guerra del Biafra) e dal maggiore Adewale Ademoyega. A guidare la giunta militare è designato il generale Johnson Aguiyi-Ironsi (1924-1966), anch’egli Igbo.

«Così – scrive Ryszard Kapuscinski – molti paesi dell’Africa vivono già la seconda tappa della loro breve storia, iniziata dopo la guerra. La prima tappa sono state la decolonizzazione accelerata e la conquista dell’indipendenza, avvenute in un clima di ottimismo, di entusiasmo e di generale euforia. La gente era convinta che la libertà si sarebbe tradotta in un tetto più solido sulla testa, in una scodella di riso più abbondante, nel primo paio di scarpe della sua vita. Che si sarebbe verificato il miracolo della moltiplicazione dei pani, dei pesci e del vino. Viceversa non accadde niente del genere, anzi ci fu un esorbitante afflusso di popolazione nelle città per cui presto mancarono cibo, scuole e lavoro. L’ottimismo lasciò il posto alla delusione e al pessimismo.
Tutta l’amarezza, la rabbia e l’odio si riversarono sulle élite, la cui principale occupazione era quella di arricchirsi velocemente. In un paese privo di grande industria privata, dove le piantagioni appartengono agli stranieri e le banche al capitale estero, l’unico mezzo per fare fortuna è la carriera politica.
La miseria delle classi più basse da una parte e l’avidità e l’ingordigia di quelle alte dall’altra finiscono per creare un’atmosfera tesa e avvelenata che non sfugge all’esercito. Indossati i panni di difensori dei deboli e degli oppressi, i militari escono dalle caserme e si impadroniscono del potere.» (r. Kapuscinski, op. cit.)

Durante i sei mesi del suo regime Ironsi getta le basi di quel conflitto tra diverse etnìe che poi caratterizzerà a lungo la scena politica nazionale: il Consiglio Supremo della rivoluzione abolisce la struttura federale della Repubblica concentrando tutti i poteri a Lagos e favorisce gli Igbo nell’attribuzione dei posti nella pubbica amministrazione.

Questa linea di condotta suscita la reazione del Nord che organizza rapidamente un altro colpo di Stato che viene attuato il 29 luglio 1966: in esso perde la vita il Generale Ironsi.

Il potere passa nelle mani del tenente colonnello Yakubu Gowon, un Yoruba del Nord, che lo terrà per nove anni.

Si può dire che i due colpi di Stato del 1966 costituiscono un drammatico momento di svolta nella storia della Nigeria:

– in primo luogo perché, come abbiamo visto, scompare in un colpo solo il ceto politico che aveva lottato per l’indipendenza nazionale, ma che poi si era rivelato inadeguato nella gestione del potere non riuscendo a frenare la voracità di politici interessati solo a realizzare rapidi arricchimenti per sé ed i propri clan.

– in secondo luogo, esplodono i conflitti etnici che già da tempo minavano la solidità del giovane Stato;

– in terzo luogo, i civili sono allontanati per decenni dalla stanza dei bottoni, trasformando l’esercito in una forza politica che da sola farà il bello e cattivo tempo fino ai giorni nostri, anche quando il Paese opterà per un regime formalmente democratico, benché avvelenato da malcostume e soprusi.

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LA GUERRA DEL BIAFRA (1967-1970).

La tensione giunge ad un punto tale che nel maggio 1967 deflagra la guerra del Biafra: nei mesi precedenti, a seguito del putsch del luglio ’66 erano stati commessi massacri di massa contro le comunità Igbo residenti nella Nigeria settentrionale col consenso del regime di Gowon.

La stessa giunta militare aveva licenziato gli Igbo assunti nella pubblica amministrazione, nazionale e locale.

Nelle regioni sud-orientali, dove prevalevano gli Igbo, si era diffusa la notizia secondo cui Yoruba ed Hausa volevano impadronirsi delle risorse petrolifere, maggiormente diffuse nel Meridione e nel delta del Niger, per appropriarsi degli ingenti introiti che si ricavavano dall’estrazione e raffinazione del greggio.

In breve, si diffondono tra la gente Igbo sentimenti di frustrazione e rancore verso Lagos: il 30 maggio 1967, il colonnello Chukwuemeka Odumegwu Ojukwu (1933-2011), governatore militare del sud-est nigeriano, dichiara ufficialmente ed unilateralmente l’indipendenza della Repubblica del Biafra.

Malgrado sulla scena internazionale molti abbiano espresso simpatia per il nuovo Stato, solo quattro nazioni riconoscono la nuova entità, mentre la Nigeria è appoggiata da paesi importanti come la Gran Bretagna.

La guerra comincia il 6 luglio 1967, con l’ingresso di due colonne dell’esercito federale nigeriano nel Biafra. Una delle due marcia verso la città di Nsukka, che cade il 14 luglio; l’altra prende Garkem il 12 luglio. La controffensiva biafrana parte il 9 luglio, con l’ingresso delle truppe nella zona centro-occidentale della Nigeria, oltre il fiume Niger e attraverso Benin City, raggiunge Ore, appena oltre il confine nazionale il 21 agosto.
Le forze del Biafra si trovano quindi alla fine dell’estate ad appena 200 chilometri da Lagos, la capitale federale.

Nei mesi successivi, l’esercito nazionale riguadagna terreno,ma non riesce ad aver ragione dei secessionisti: Lagos decide allora di sottoporre i biafrani ad un pesante assedio, facendo mancare viveri ed acqua per aria, terra e mare.

Conseguenza: la popolazione civile soffre la fame, mentre il regime di Gowon attua una dura repressione contro tutti coloro che considera sostenitori dei separatisti: lo scrittore Wole Soyinka, tra gli altri, sarà arrestato e pesantemente torturato per aver pubblicamente denunciato le violenze cui si abbandona l’esercito governativo.

I combattimenti proseguono per altri due anni finché, con un’ultima offensiva, le forze nigeriane riescono ad aver la meglio nel gennaio 1970. Il Colonnello Ojukwu si rifugia in Costa d’Avorio ed annuncia la resa.
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Si stima che almeno tre milioni di persone siano morte nel conflitto, principalmente per la fame e le malattie. La maggior parte delle infrastrutture delle regioni Igbo vengono distrutte. A peggiorare la loro condizione nell’immediato dopoguerra vi sono alcune misure applicate dal governo federale nigeriano ai loro danni, quali restrizioni sull’accesso ai conti correnti, discriminazioni nell’impiego pubblico e spesso anche in quello privato, e nei primi anni settanta, generale impoverimento dell’etnìa. L’amministrazione di alcune delle città con forte presenza Igbo (per esempio, l’amministrazione di Port Harcourt, importante centro del sud-est è affidata a gruppi etnici rivali, gli Ijaw e gli Ikwerre).

Per anni Lagos è accusata di non ripartire imparzialmente in tutte le regioni del Paese gli ingenti proventi che la Nigeria ricava dall’estrazione e raffinazione del petrolio, ma caduto il regime discriminatorio di Gowon le tensioni Nord-Sud in parte si stemperano, mentre nuovi focolai di conflitto interno si accendono nelle regioni settentrionali dove operano movimenti salafiti che vorrebbero creare uno Stato islamico.

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BOKO HARAM.

Dopo la caduta di Gowon (29 luglio 1975) e l’uccisione di Murtala Mohamed (13 febbraio 1976) il potere viene assunto da un uomo del Sud, Olusegun Obasanjo (1937), che gestirà una fase di transizione verso un governo civile.

Le elezioni si tengono nel 1979 e prevedono la partecipazione di due soli partiti non basati etnicamente. ottiene la presidenza Alhaji Shehu Shagari, (1925-2018) esponente del Nord musulmano.

Ovviamente il sud cristiano la prende male e punta decisamente alle elezioni del 1983 contando di riuscire a vincere, in modo da spostare l’asse del potere verso l’area di fede cristiana.

Il voto dell’83 è contrassegnato da violenze e brogli e il 31 dicembre di quell’anno i militari depongono Shagari e pongono fine all’esperimento democratico.

Ci si riprova nel 1999, mediante un patto che prevede un’alternanza al potere di un uomo del Sud ed uno del Nord. Nelle elezioni del ’99 prevale Obasanjo, cristiano del Sud, che terrà la presidenza per due quadrienni, nel 2007 sarà eletto Umaru Musa Yar’Adua, musulmano del Nord.

finora il patto del ’99 non è stato violato, ma negli Stati settentrionali sono cresciuti movimenti islamici fondamentalisti che sembra godano del sostegno di settori delle forze armate.

Il più famoso è Boko Haram che da semplice setta fondamentalista si è trasformato in movimento armato: BH ha l’obiettivo d’espellere i cristiani dal Nord ed imporre uno stato islamico nel quale si applica la Shariya, il codice di leggi introdotto nel Corano.

In questi anni Boko Haram si è macchiato di moltissimi massacri contro comunità cristiane, ma anche contro musulmani che non aderiscono al loro credo radicale. Inoltre, hanno rapito centinaia di studentesse dalle scuole, per impedir loro di studiare e farne delle “brave mogli islamiche”.

Le autorità di Abuja, la nuova capitale federale, hanno più volte proclamato d’aver sconfitto definitivamente Boko Haram, ma una lunga lista di attentati è lì a dimostrare che non è vero.

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LA NIGERIA.

La Repubblica Federale di Nigeria occupa una superficie di circa 923mila kmq ed ospita una popolazione di quasi 200 milioni d’abitanti.

Bagnato dal Golfo di Guinea il suo territorio è attraversato dal Niger che sfocia nel mare con un grandioso delta.

Amministrativamente la Repubblica è articolata in 36 Stati con ampia autonomia e un distretto federale, Abuja, capitale di nuovo conio situata in una posizione più centrale rispetto a Lagos, che rimane tuttavia il centro economico più rilevante.

Oltre al petrolio, materia prima d’esportazione di primaria importanza, la Nigeria produce cacao ed olio di palma. Lo Stato fa anche assegnamento sulle rimesse degli emigrati: nutrita è infatti la diaspora nigeriana all’estero.
Secondo il Ministero italiano per l’Interno, nel 2018, vivevano in Italia 106mila persone provenienti da quel paese. Si tratta della tredicesima comunità straniera in ordine d’importanza.

Il Paese africano, denominato “il colosso” a causa della sua numerosa popolazione che in questi sessant’anni è quadruplicata, si trova in quella fascia del Sahel in cui si incontrano etnìe islamizzate, come gli Hausa e gli Yoruba ed etnìe cristianizzate, come gli Igbo ed altre meno numerose. Come in altri paesi della regione, questa realtà è fonte di contrasti che non di rado sfocia in aperto confronto armato.

Il centro della questione, nel caso della Nigeria, è il controllo dei redditi generati dal petrolio, principale materia prima d’esportazione, ma anche le mire di movimenti fondamentalisti che, complice la debolezza degli apparati statali, mira a creare uno Stato teocratico che comprenda, oltre che la Nigeria settentrionale, anche Mali, Burkina Faso, Niger, ciad e Camerun. E’ questa la complessa sfida che attende gli Stati dell’Africa centro-occidentale e che può mutarne profondamente gli assetti.

PIER LUIGI GIACOMONI