USA 2020. FRA 50 GIORNI, IL VOTO
(15 Settembre 2020)

Joe Biden-Donald-TrumpWASHINGTON. Fra 50 giorni il cruciale voto: il prossimo 3 novembre gli statunitensi si recheranno alle urne per eleggere Presidente e Vice Presidente, tutta la Camera dei Rappresentanti (435 seggi) ed un terzo del Senato (34/100 seggi), oltre a numerose cariche locali.

Come sempre, si tratta d’un avvenimento destinato ad influenzare i nostri prossimi anni.

L’elezione di Donald J. Trump nel 2016 ha messo in moto tutta una serie di eventi sociopolitici che hanno investito il mondo intero: la risurrezione d’una quantità di movimenti nazionalpopulisti, perloppiù di destra, la ricomparsa di ideologie complottiste, il suprematismo bianco, il protezionismo in economia, l’insorgere di vecchie e nuove rivendicazioni (si veda ad esempio il conflitto a bassa intensità attualmente in corso sul Mar Egeo tra Grecia e Turchia).

Senza contare che lo stesso voto di quattro anni fa è stato fortemente inquinato da operazioni poco chiare compiute da potenze straniere, interessate a sospingere alla Casa bianca quello che allora sembrava il candidato preferibile.

A 50 giorni dal voto, il confronto tra le due visioni del futuro degli stati Uniti e del mondo è già iniziato e si presenta quanto mai aspro: da un lato la proposta trumpiana di un america isolazionista, rinchiusa in se stessa, pronta ad intravedere nemici dovunque, ma desiderosa anche d’appaltare a potenze regionali come l’Arabia Saudita la gestione delle crisi tuttora aperte, per esempio, in Medio Oriente; dall’altro l’offerta di Joe Biden che punta ad unire l’America ed a ricollocarla nel seno delle diverse alleanze in collaborazione coi propri partner tradizionali (l’Europa in primo piano).

Fra l’altro, in queste settimane Trump sta incoraggiando la firma d’un accordo di pace in Afghanistan che rischia di riconsegnare il Paese nelle mani dei Talebani con le conseguenze che si possono immaginare per la condizione delle donne di quel paese.

Secondo un’antica vulgata, negli Stati Uniti democratici e repubblicani sarebbero due facce della stessa medaglia e le differenze tra loro sarebbero minime: si tratta d’una schematizzazione rozza che non tiene conto delle diverse aree d’influenza dei due partiti. I repubblicani sono da sempre sostenuti da maschi bianchi, fortemente influenzati da correnti religiose evangeliche, convinti che se gli stati Uniti si isolano e si armano non corrono alcun pericolo.

Di qui, il pullulare delle armi da fuoco, il sostegno dato alle correnti dell’estremismo dei suprematisti bianchi e delle sètte più dure del protestantesimo nordamericano.

I democratici invece raccolgono consensi soprattutto tra gli ispanici, i neri, le donne e tutti coloro che pensano che l’America debba essere il Paese guida del mondo democratico e progressista.

In questi ultimi decenni, poi, le differenze tra gli uni e gli altri si sono approfondite, benché anche ai tempi di Richard M. Nixon (1969-1974) e Ronald Reagan (1981-1989) i repubblicani fossero collocabili radicalmente più a destra dei democratici.

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IL SISTEMA DI VOTO.

Va subito chiarito, per l’ennesima volta, che nelle elezioni presidenziali statunitensi è relativamente poco importante ottenere il maggior numero di voti popolari: i cittadini infatti eleggono un collegio di Grandi elettori [1] che poi provvedono materialmente a designare Presidente e Vice.

I grandi elettori sono 538 e sono inclusi in liste presentate da ciascun candidato alla presidenza: in quasi tutti gli Stati chi prende il maggior numero di preferenze si aggiudica tutti i grandi elettori che spettano a quel territorio.
(nel Main e in Nevada la ripartizione dei voti elettorali è proporzionale)

Ovviamente, ci sono Stati piccoli, con pochissimi delegati e ce ne sono di più popolosi che ne eleggono molti: Così l’Alaska, Stato molto esteso, ma sottopopolato, designa 3 elettori, la california, Stato popolatissimo,ne nomina 55.

Il numero dei grandi elettori è la somma dei rappresentanti e senatori che ciascun membro della confederazione americana manda al Congresso di Washington.
(integrano il collegio elettorale 3 delegati del District of Columbia)

Per esser eletto, un candidato deve conseguire almeno 270 voti elettorali: in questo caso la riunione dei 538 che il terzo lunedì di dicembre si radunano in ciascuna capitale statale diviene una pura formalità.

Se nessuna lista raggiunge questo quorum, a gennaio il nuovo Congresso procede all’elezione di Presidente e vice: alla camera spetta l’elezione del Capo della Casa Bianca, al Senato il suo vice: nel sistema politico nordamericano non è infrequente che ciascuna delle due ali del Congresso sia controllata da due maggioranze diverse.

Così, si potrebbero creare le condizioni per l’elezione d’un presidente democratico ed un vice di fede repubblicana o viceversa.

I candidati presidenziali più quotati sono quelli espressi dal partito Repubblicano e da quello Democratico, ma non sono i soli: è già accaduto in passato che aspiranti di scarso peso sottraessero voti importanti a personalità più in vista, impedendo loro d’essere elette alla Casa Bianca.
(si veda ad esempio il caso di Ros perot nel 1992 e nel ’96 che sottrasse voti utili ai repubblicani, permettendo l’elezione di William J. Clinton, oppure la vicenda di Ralph Nader che nel 2000 tolse voti ad Al Gore (dem) spianando la strada al repubblicano George W. Bush Jr.).

Tra i 50 Stati della confederazione americana ve ne sono alcuni, una dozzina circa, che sono denominati in gergo politico Swing States, aree dove, a seconda delle circostanze, la maggioranza può passare dai democratici ai repubblicani, o viceversa, mentre altri Stati sono roccaforti dell’uno o dell’altro partito.

New York e California, ad esempio, sono chiamati “blue States” perché i democratici vincono quasi sempre la maggioranza al Congresso locale ed inviano una robusta delegazione blu a Washington.
(Tuttavia, in entrambi i territori non sono mancati governatori repubblicani come Arnold Schwarzenegger e Pete Wilson in California e George Pataki a New York).

In queste aree, comunque, il colore blu, quello dei democratici che utilizzano anche il simbolo dell’Asinello come emblema è prevalente.

Negli Stati del Sud, come Mississippi, alabama, Georgia, Florida e Texas prevalgono da decenni i repubblicani da quando le amministrazioni Kennedy e Johnson (1961-1969) imposero l’abolizione della legislazione segregazionista in vigore in quelle aree.
(anche qui non sono mancati governatori democratici di orientamento conservatore e sindaci neri che hanno incontrato notevoli difficoltà nella gestione quotidiana degli affari pubblici).

Questi Stati sono denominati Red States, cioè “stati rossi” perché il rosso è il colore dei repubblicani, mentre l’animale prescelto è l’Elefante.

E’ negli Stati incerti, che di fatto decidono la contesa presidenziale, che si concentra la campagna elettorale.

Nel 2016 Trump vinse perché s’impossessò praticamente di quasi tutti i Swing States (Ohio, Pennsilvanya, Florida, Wisconsin, Michigan…) che nel ’12 avevano votato per Obama.

Conseguenza: il Presidente vinse la maggioranza nel collegio elettorale, pur venendo votato da meno cittadini (-3 milioni di voti rispetto ad Hillary Clinton).

Accadrà la stessa cosa anche stavolta?
Joe Biden, lo sfidante democratico, riuscirà a mandare a casa Trump?
La coalizione di destra che ha eletto Trump nel 2016 si confermerà?
Il Presidente confermerà la sua leadership?

Non è possibile al momento fare previsioni: perché la campagna sta entrando nel vivo e un ruolo rilevante potrebbero averlo i dibattiti televisivi tra i concorrenti, ma anche altri avvenimenti.

Innanzitutto, quali effetti avrà sull’elettorato la pandemia di Coronavirus che ha investito come un ciclone gli USA? E le proteste delle minoranze etniche per le evidenti manifestazioni di razzismo delle polizie?
E la situazione economica generale del Paese il cui PIL è crollato in questi mesi del 32%?

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IL VOTO PER IL CONGRESSO.

Accanto alle elezioni presidenziali, destinate ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, non solo americana, vi è anche il rinnovo biennale del Congresso: nel 2018, in occasione delle elezioni di medio termine la Camera dei Rappresentanti passò ai democratici che tra l’altro hanno tentato, senza successo di deporre Trump.

Il Senato rimase saldamente in mani repubblicane.

Per i due rami del Congresso, Camera e Senato, il sistema elettorale in vigore è quello del first-past-the post: il candidato che in ciascuna circoscrizione ottiene il maggior numero di voti è eletto.

In generale, la maggior parte dei parlamentari in carica che si ripresenta è riconfermato, ma possono esserci delle sorprese: tuttavia l’elezione d’un presidente in linea di massima spinge in avanti i candidati del proprio partito.

Così se dovesse esser rieletto Trump i repubblicani potrebbero rovesciare i rapporti di forza alla Camera e consolidare la maggioranza al Senato, mentre si potrebbe verificare un cambio di leadership alla camera alta ed una conferma dei “blues” in quella bassa in caso di successo di Biden.

E’ ovvio che per qualunque Presidente sarebbe importante poter contare su una solida maggioranza nelle due assemblee per poter condurre innanzi la propria agenda legislativa, almeno fino alle consultazioni di metà mandato previste per il novembre 2022.
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I PRECEDENTI

Prendendo in considerazione solo le elezioni presidenziali svoltesi tra il 1944 ed il 2016, solo tre presidenti non sono stati rieletti dopo il primo mandato:

• Gerald Ford (rep.) fu battuto da James E. Carter (dem) nel 1976;
• Carter, a sua volta fu sconfitto nel 1980 dal repubblicano Ronald Reagan;
• George H. W. Bush Sr. (rep.) nel 1992 fu sconfitto da William J. Clinton (dem.) nel 1992.

Tutti gli altri inquilini della Casa bianca sono stati riconfermati: addirittura Franklin d. Roosevelt (dem.) tra il 1932 ed il ’44 vinse le elezioni quattro volte.

Poi l’approvazione del 26o emendamento nel 1952 istituì la clausola della non rieleggibilità d’un presidente che avesse già fatto due quadrienni di seguito: ecco perché nel gergo politico statunitense il primo cittadino che ormai non sia più rieleggibile è definito “anitra zoppa” e soprattutto nell’ultimo biennio raramente riesce a far passare le proprie proposte al Congresso.

PIER LUIGI GIACOMONI
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NOTA.

[1] Pubblico qui di seguito la composizione del collegio elettorale del 2016 col numero di grandi elettori spettanti ad ogni Stato.

Da allora potrebbero esserci stati alcuni mutamenti a causa della modifica delle circoscrizioni elettorali per la Camera (i senatori son sempre due per Stato) dovuti ai censimenti della popolazione.

COLLEGIO ELETTORALE

Alabama 9
Alaska 3
Arizona 11
Arkansas 6
California 55
Colorado 9
Connecticut 7
Delaware 3
District of Columbia 3
Florida 29
Georgia 16
Hawaii 4
Idaho 4
Illinois 20
Indiana 11
Iowa 6
Kansas 6
Kentucky 8
Louisiana 8
Maine 4
Maryland 10
Massachusetts 11
Michigan 16
Minnesota 10
Mississippi 6
Missouri 10
Montana 3
Nebraska 5
Nevada 6
New Hampshire 4
New Jersey 14
New Mexico 5
New York State 29
North Carolina 15
North Dakota 3
Ohio 18
Oklahoma 7
Oregon 7
Pennsylvania 20
Rhode Island 4
South Carolina 9
South Dakota 3
Tennessee 11
Texas 38
Utah 6
Vermont 3
Virginia 13
Washington State 12
West Virginia 5
Wisconsin 10
Wyoming 3
Totale 538