TREGUA NEL SUDAN MERIDIONALE
(29 aprile 2016)

GIUBA. Secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) nel mondo sono in atto almeno una quarantina di conflitti.

In Africa, in particolare, ve ne sono almeno venti ed altri potrebbero esplodere a breve termine.

La situazione è particolarmente complessa in Libia, Mali, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo e Burundi.

Nel Sudan Meridionale, nato il 9 luglio 2011, dal dicembre 2013 si combatte una guerra civile tra la fazione del Presidente Salva Kiir Mayardit e quella del vice presidente
Riek Machar che proprio in questi giorni ha riassunto il suo ruolo istituzionale.

Entrambi i leader, pur di prevalere, hanno giocato la carta etnica tentando di esacerbare i contrasti tra i Dinka e i Nuer.

Il conflitto ha provocato, secondo fonti indipendenti, migliaia di vittime ed oltre due milioni tra profughi e sfollati, ma soprattutto ha bloccato lo sviluppo del Paese, nato solo cinque anni fa, dopo un’annosa guerra interna alla Repubblica del Sudan tra il Nord arabo e musulmano ed il Sud, prevalentemente cristiano ed animista.

Nell’agosto 2015 è stata siglata ad Addis Abeba (Etiopia) un’intesa di pace che prevedeva:
1. il reintegro di Machar nei suoi incarichi istituzionali;
2. il varo d’un governo d’unità nazionale comprendente tutte le parti in conflitto;
3. l’indizione di nuove elezioni generali;
4. il disarmo delle diverse parti in lotta.

E’ difficile prevedere se tutto andrà liscio: in oltre due anni di combattimenti è stato sparso molto odio e le diffidenze tra gli attori in scena sono molte. tuttavia da parte della comunità internazionale sono state messe in atto forti pressioni perché non si ritorni a combattere.

A voce alta il Presidente Salva Kiir ha dichiarato che lui e il vice presidente sono intenzionati a metter da parte le loro divergenze e desiderano risolvere il problemi rimasti aperti dopo la stipula dell’accordo di Addis Abeba. tuttavia le violenze, malgrado l’armistizio, non sono mai venute meno:
Ad esempio, nelle regioni settentrionali del Paese si è sempre combattuto, negli Stati di Unity, Upper Nile, Jonglei. La situazione per la popolazione civile è molto difficile: in alcune zone si stanno riaprendo i mercati ed è possibile qua e là rifornirsi di cibo. Le strade però son in pessimo stato ed è un problema far affluire nelle zone interessate dagli scontri beni di largo consumo. Perciò è sempre in agguato la denutrizione ed i raccolti possono tuttora esser devastati dalle diverse milizie, non ancora disciolte, senza contare la presenza di bande di predoni e devastatori che sempre fan corollario in queste circostanze di grave insicurezza.

La crisi economica che ha investito il Paese ha fatto aumentare i prezzi e, quindi, anche le ONG che, ad esempio, agiscono nei campi di raccolta degli sfollati faticano ad acquistare i generi di prima necessità per sfamare la popolazione lì ospitata.

Il Sudan meridionale è, sulla carta, come molti Paesi africani, potenzialmente ricco: la terra è fertile e la popolazione potrebbe coltivare e trarne profitto. Inoltre, dispone di ingenti riserve petrolifere che potrebbero dar reddito.

La guerra, però, finora ha impedito a questo nuovo soggetto della complessa mappa africana di decollare verso un futuro migliore.

PIERLUIGI GIACOMONI