SI ESTENDE L’INFLUENZA DI PUTIN
(14 Novembre 2016)

MOSCA. Nell’indifferenza generale Vladimir Vladimirovic Putin sta allargando la sua area d’influenza.

Ieri si sono tenuti i ballottaggi delle elezioni presidenziali in Moldavia e Bulgaria ed in entrambe le nazioni
hanno prevalso i candidati “prorussi”.

Moldavia. Nell’ex repubblica sovietica schiacciata tra Ucraina e Romania, il candidato della forte minoranza
russofona, Igor Dodon ha vinto il turno decisivo della corsa presidenziale con il 55% dei voti, battendo la rivale
romenofona Maia Sandu, ex funzionaria della Banca mondiale, che si è fermata al 44%.

E’ forse proprio questo conflitto tra moldavi di lingua russa e romena una delle chiavi interpretative che
permettono di comprendere, almeno in parte, il motivo di questo successo.

Durante la campagna elettorale sono avvenute a Chishinau, la capitale, diverse manifestazioni in favore dell’unione
tra Romania e Moldavia, in nome della comune lingua, ma questa prospettiva non piace ai russofoni che temono
ulteriori discriminazioni ai loro danni.
All’indomani della proclamazione d’indipendenza del Paese (1991) si formò all’interno del territorio nazionale
moldavo uno Stato, la Transdnistria, abitato da russi, non riconosciuto dalla comunità internazionale, ma sostenuto
economicamente da Mosca.

Ora, è noto che Putin non vuole un ulteriore allargamento dell’UE e della NATO in quello che considera il suo
“spazio vitale” e punta ad isolare l’Ucraina, che aspira a legarsi con l’Occidente in funzione antirussa.

La guerra tra separatisti filorussi del donbass e governo di Kiev è in fase stagnante, ma una vera soluzione delle
questioni aperte è ben lontana dall’esser raggiunta.

Quindi, l’avvento alla presidenza della Moldavia d’un Presidente prorusso non può che far piacere al leader del
Cremlino, che segue da vicino anche l’evoluzione politica della Georgia, con cui sono aperti diversi contenziosi,
soprattutto dopo che si sono staccati da Tbilisi, i territori dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale, anch’essi
Stati non riconosciuti dalla comunità internazionale, ma realtà pur esistenti e gravitanti nell’orbita russa.

Mosca segue anche l’evoluzione della situazione negli Stan dell’Asia centrale, dove gli autocrati che assunsero il
potere dopo la disgregazione dell’URSS, sono più o meno tutti in età avanzata e prima o poi si porrà il problema
della successione.

In questo complesso quadro, costituito da diversi territori, minoranze etniche, Stati esistenti,ma non
riconosciuti, rivendicazioni autonomistiche, volontà di potenza, pulsioni nazionalistiche, s’inserisce la vicenda
politica moldava: una piccola nazione che una volta faceva parte della romania, che fu conquistata da Stalin dopo
l’ultima guerra mondiale e trasformata in repubblica sovietica e che solo da 25 anni ha riconquistato una sofferta
indipendenza.

Estesa solo 33.843 KMQ ed abitata da appena 3,6 milioni di persone, sopravvive unicamente grazie agli aiuti forniti
dalla romania e dalle rimesse della diaspora degli emigrati moldavi.

Di questa realtà, dovrà prender nota il nuovo Capo dello Stato, le cui prerogative, peraltro, sono limitate dalla
presenza d’un governo, controllato dai proromeni che hanno la maggioranza nella Camera di Chishinau.

Bulgaria. «Con la mia vittoria la democrazia ha vinto sull’apatia e la paura e, nonostante il caos evocato dal
governo, oggi inizia la missione più importante della mia vita, lavorare per una Bulgaria stabile e prospera», sono
le prime parole pronunciate da Rumen Radev, appena proclamato Presidente eletto della Repubblica bulgara.

Tuttavia, l’elezione di questo ex generale dell’aeronautica, 53 anni, alla massima carica del Paese ha avuto
immediate conseguenze istituzionali: il primo Ministro Bojko Borrisov ha annunciato che rassegnerà le dimissioni e
non è chiaro se a Sofia si formerà una nuova maggioranza parlamentare, si scioglierà la camera e saranno celebrate
quanto prima elezioni legislative anticipate.

Rudev, che in estate si era dimesso dalle forze armate per potersi candidare, come indipendente alle elezioni
presidenziali, era sostenuto dal Partito socialista, lo schieramento erede del vecchio Partito Comunista bulgaro
che dominò il Paese dal 1945 al 1989.

L’ex generale ha battuto nel turno di ballottaggio la candidata del partito liberalconservatore Gerb, Tseka Tsaceva
con il 58% dei consensi.

Questa sconfitta appare una netta sconfessione, da parte dell’elettorato, della politica di progressivo
allineamento della Bulgaria alla NATO ed alla UE, ma è soprattutto un “no” alla corruzione reale e percepita che
pervade l’establishment politico, fortemente condizionato dalla presenza d’un gruppo di oligarchi che influenza le
scelte dei governi.

In ogni caso, sia in Bulgaria che Moldavia i votanti hanno voluto mandare un forte messaggio di malcontento,
denunciando il crescente impoverimento della popolazione ed il prepotere di élites sempre più ricche ed arroganti.
Infatti, in questi paesi sono state applicate ricette di trasformazione economica che hanno favorito gruppi
ristretti di “furbetti” che si sono facilmente appropriati delle risorse nazionali nella fase di passaggio
dall’economia pianificata a quella di mercato.

Per Putin, in fine, questo 2016 passerà sicuramente alla storia come un anno d’oro: Mosca ha nettamente esteso la
propria influenza in quell’area geografica considerata da tempo il suo “cortile di casa” (l’Europa Orientale, la
Turchia, il Medio Oriente), traendo anche vantaggio dalle sanzioni decretate dagli Stati Uniti e dall’Unione
Europea nel 2014 all’indomani dell’annessione unilaterale della Crimea, non riconosciuta dall’Occidente e sottratta
al controllo dell’Ucraina.

Per il leader russo, inoltre, l’elezione di Donald J. Trump è senz’altro una buona notizia, considerato che il
nuovo futuro inquilino della Casa Bianca non ha mai nascosto la sua simpatia nei riguardi del suo prossimo collega.

In mezzo a questa situazione si trova l’Unione Europea la quale deve decidere come collocarsi e come comportarsi: è
ormai più che evidente che la mancanza d’una politica estera comune è un punto di forte debolezza di Bruxelles che
a medio e lungo termine rischia di rendere irrilevante la comunità dei 28.

PIER LUIGI GIACOMONI