MICRONESIA. UNO STATO DA SALVARE
(7 Marzo 2017)

PALIKIR. I cittadini degli Stati Federati di Micronesia devono oggi rinnovare il loro Parlamento. Il piccolo stato
dell’Oceano Pacifico è costituito da oltre 600 isole, per lo più atolli che potrebbero scomparire nel nulla qualora
il livello del mare si alzasse, come conseguenza del riscaldamento climatico denunciato dagli scienziati.
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La politica. Lo Stato, nato il 3 novembre 1986, è una repubblica Presidenziale federale.

Il Capo dello Stato si chiama Peter M. Christian ed è presidente del Paese dall’inizio di quest’anno.

E’ probabilmente uno dei più piccoli stati federali al mondo perché ha una superficie di 702 kmq. per una
popolazione di 135.000 abitanti.

Gli Stati in cui si suddivide il Paese sono da ovest ad est:
Yap, Chuuk, Pohnpei e Kosrae.

La Costituzione del 10 maggio 1979 garantisce la tutela dei diritti fondamentali dell’uomo e sancisce la
separazione dei poteri.

Il potere legislativo è esercitato dal Congresso degli Stati Federati di Micronesia: è un organo unicamerale
composto da 14 membri, eletti con voto popolare.

Di essi, quattro rappresentano gli Stati (uno per ciascuno) ed i rimanenti dieci i distretti in cui è suddiviso il
territorio. I 4 rimangono in carica un quadriennio, i 10 un biennio.

Il potere esecutivo è esercitato da un Presidente, un vice Presidente ed il gabinetto.

Capo e vice capo dello stato sono eletti ogni quattro anni dal Congresso.

Il potere giudiziario è assicurato dalla Corte suprema.

Le elezioni, normalmente, sono apartitiche perché i candidati si presentano tutti come indipendenti.
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Rischio sparizione. La grande preoccupazione che coinvolge la popolazione di Micronesia e delle altre isole del
Pacifico è il rischio di sparire un giorno, sommerse dall’innalzamento del livello del mare, a causa dello
scioglimento dei ghiacci, determinato dal riscaldamento globale.

Quest’eventualità non è remota: lo scorso anno cinque piccole isole disabitate dell’Oceano Pacifico,
facenti parte dell’arcipelago delle isole Salomone sono state letteralmente inghiottite dal grande blu che cresce,
dal 1994, ad una velocità di 7 – 10 millimetri all’anno.

La Micronesia ed altre nazioni insulari, che hanno un’altitudine di pochi metri sul livello del
mare, si sono consociate per far sentire più forte la loro voce per chiedere impegni concreti alla Comunità
Internazionale.

«Se restiamo su questa strada – dice alla Radio Vaticana Andrea Masullo, presidente del comitato scientifico di
Greenaccord – l’innalzamento dei mari potrà raggiungere e superare entro la fine del secolo
gli 80 centimetri, e a queste vanno aggiunte le ultime analisi che ci parlano di tempeste oceaniche di inusitata
violenza che si verificheranno. Praticamente la vita, in gran parte di queste piccole isole che raccolgono qualche
milione di abitanti, diventerebbe impossibile.»

Dalle recenti conferenze delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici di Parigi e Marrakesh, le cosiddette COP21 e
COP22, è stato confermato l’impegno alla riduzione dei gas serra che scaldano il pianeta.

Tuttavia, il nuovo Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha più volte fatto capire di non credere al
riscaldamento globale, ha riavviato le trivellazioni nel Sud Dakota ed ha fatto capire che cancellerà tutti i
programmi, varati dalla precedente amministrazione Obama, per la riduzione dell’immissione in atmosfera dei gas
serra.

Se questa politica annunciata dal leader del Paese più potente della Terra e che già oggi, insieme alla Cina,
immette nell’aria grandi quantità di sostanze inquinanti, per Paesi come Micronesia e Kiribati suonerà la campana a
morto.

Soluzioni possibili? Non si esclude l’introduzione del “diritto d’asilo per cambiamento climatico”, invocato per la
prima volta tre anni fa dalla piccola nazione di Kiribati nei confronti della Nuova Zelanda.

PIER LUIGI GIACOMONI