MEZZO SECOLO FA, LA RIVOLTA DI REGGIO CALABRIA
(10 agosto 2020)

REGGIO CALABRIA. Cinquant’anni fa, nell’estate del 1970, scoppia in Italia una rivolta che richiama alla memoria il Brigantaggio meridionale che si manifestò subito dopo la proclamazione dell’unità nazionale nel 1861.

per mesi, scontri, assalti, barricate, scioperi generali, scuole chiuse trasformate in caserme, 43 attentati dinamitardi, 11 morti, migliaia di feriti. Una guerra civile in cui per otto mesi una folla armata occupa una città, si sostituisce alle autorità, combatte contro carabinieri, polizia, esercito.

Motivo: Reggio Calabria rivendica d’esser capoluogo della Regione appena istituita, ma la politica nazionale ha scelto Catanzaro. Lì avranno sede giunta e Consiglio regionali.

Protagonisti della rivolta: neofascisti, ‘Ndrangheta e massoneria.

All’inizio il resto del paese non capisce, la politica minimizza, ma poi diviene chiaro che si è formata una coalizione che riunisce diverse forze eversive che vogliono alimentare la tensione e forse produrre un mutamento degli assetti dello Stato, partendo da un nervo scoperto: la dipserazione d’un sottoproletariato meridionale, sempre alla ricerca d’una promozione sociale che non arriva mai.

«Con la Guerra fredda – scrive Gianni Barbacetto su ilfattoquotidiano.it – [si coalizzano] l’eversione di destra, i servizi segreti, la massoneria e, infine, […] la nuova ’ndrangheta, la Santa, e le sue alleanze con la Cosa nostra dei siciliani e la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo.»

La rivolta scatta il 14 luglio: a esplodere sono i neofascisti che si mettono alla guida dei rivoltosi. Tutto inizia con una carica violenta delle forze dell’ordine contro i dimostranti per Reggio capoluogo raccolti davanti al municipio. In poche ore sorgono barricate in molti punti della città, vengono appiccati incendi, si contano i primi feriti. Il giorno dopo c’è il primo morto, Bruno Labate, ferroviere iscritto alla Cgil.

Il 22 luglio, sei morti sul treno Palermo-Torino che sta entrando nella stazione di Gioia Tauro: viene raccontato come un incidente, ma è una strage.

Nei mesi successivi ci saranno altri morti: Il 17 settembre Angelo Campanella, autista dell’azienda municipale dei trasporti, il poliziotto Vincenzo Curigliano e il barista Carmine Iaconis.

Il 16 gennaio 1971 muore l’agente di pubblica sicurezza Antonio Bellotti, 19 anni.

Reggio non è una città fascista. Alle elezioni regionali del 7 giugno ’70, cinque settimane prima della rivolta, il partito erede del fascismo, l’MSI, ottiene 7.838 voti, l’8,4%. I comunisti prendono il doppio (15.761 voti), i socialisti vanno bene (11.315 voti) e la Dc conquista la maggioranza relativa con 36.205 voti (38,9%).

I fascisti si mettono alla guida della rivolta visibile, mentre sono in corso due grandi trasformazioni invisibili.

La prima riguarda direttamente la collocazione geopolitica dell’Italia: il nostro Paese è nevralgico per l’alleanza atlantica, situato com’è al confine col mondo comunista.

La coalizione di forze che opera a Reggio vuole impedire che la penisola scivoli nel campo comunista come fanno temere le persistenti proteste operaie e studentesche del biennio 1968-69.

Così, vien elaborata e messa in atto la strategia della tensione che prevede attentati, rivolte ed anche un possibile golpe come accaduto in Grecia nel 1967.

Nell’agosto ’70, Junio Valerio borghese, leader dei golpisti del successivo dicembre, detto «il principe nero» è spesso a Reggio. S’incontra coi capi della rivolta, tenta un comizio (vietato dal questore Emilio Santillo).
A Reggio è presente anche Stefano Delle Chiaie, Er Caccola, capo di Avanguardia nazionale e uno dei registi della citata strategia della tensione.

«La seconda – aggiunge Barbacetto – ha a che fare con il cambiamento di pelle della ’ndrangheta, che passa dalle guardianìe e dal contrabbando di sigarette a business più remunerativi (i sequestri di persona, la droga, gli appalti pubblici), ma soprattutto s’integra con un pezzo di classe dirigente locale, i costruttori, i politici, i massoni. Nasce una cosa nuova, la Santa. In loggia i boss emergenti discutono alla pari con politici, affaristi, uomini dello Stato, pezzi grossi dei servizi segreti.»

Reggio, dunque, diviene un laboratorio, il luogo esemplare della “riscossa nazionale”, nell’Italia delle stragi e dei golpe: questo sono i Moti del ’70. E la ’ndrangheta come una Gladio calabrese, presidio contro il comunismo sotto la supervisione di chi a roma opera nel segreto come uno Stato dentro lo Stato.

A febbraio 1971 la rivolta s’avvia verso l’epilogo. Il 12, il presidente del Consiglio, il democristiano Emilio Colombo, annuncia in Parlamento il “pacchetto per la Calabria”: capoluogo e giunta a Catanzaro, consiglio regionale a Reggio, università a Cosenza. Reggio viene compensata anche da un fiume di soldi, distribuiti in tre aree che corrispondono a tre mandamenti della ’ndrangheta: centro siderurgico a Gioia Tauro (Piromalli), industria chimica a Saline (Iamonte), 600 miliardi di lire del Decreto Reggio per la città (De Stefano).
Il 23 febbraio 1971 i mezzi corazzati dell’esercito italiano espugnano la cosiddetta “Repubblica di Sbarre”. Le barricate sono smantellate. I “boia chi molla” sconfitti. Ma intanto, “ricco chi molla”: il denaro dello Stato fa compiere alle cosche il salto di qualità. Negli anni seguenti, scoppierà a Reggio la prima guerra di ’ndrangheta, 200 morti in tre anni, vinta dalla famiglia De Stefano.

Nel frattempo, la strategia della tensione si trasferisce ad altre aree del Paese: tutti gli anni Settanta saranno caratterizzati da omicidi, sequestri di persona, stragi sui treni,bande armate, gruppi rivoluzionari in un crescendo che arriverà fino al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro (1978), all’abbattimento del DC9 Itavia Bologna-Palermo (27 giugno 1980) ed all’eccidio della stazione centrale di Bologna (2 agosto ’80).

L’anno dopo a Castiglion Fibocchi verrà scoperta la lista degli iscritti alla Loggia massonica segreta P2: alti funzionari dello Stato, tra cui i dirigenti dei servizi segreti, gerarchie militari, magistrati, politici, giornalisti, perfino cantanti fanno parte d’un’associazione che segretamente opera per destabilizzare lo Stato democratico.

E’ la «Notte della Repubblica», un lungo momento storico del nostro paese su cui, tra depistaggi e menzogne, deve ancora esser fatta piena luce.

PIER LUIGI GIACOMONI