QUIRINALE. I PRECEDENTI PRESIDENTI/2
(6 Febbraio 2022)

ROMA. Eccoci dunque alla seconda puntata del nostro rapido percorso ricostruttivo delle figure dei dodici Presidenti della Repubblica Italiana.

Qui prenderemo in considerazione il periodo che va dal 1964 (elezione di Giuseppe Saragat) al 1992 (fine del mandato di Francesco Cossiga).

Sono gli anni del centro-sinistra, della solidarietà nazionale e del pentapartito: è un periodo molto più drammatico e traumatico di quello che abbiamo già narrato e anche se non è nostra intenzione esser eccessivamente analitici, certi avvenimenti nazionali ed internazionali non possiamo tralasciarli, anche perché influiscono direttamente su quanto accade sulla scena italiana.

Gli anni che qui consideriamo vedono ancora la Democrazia Cristiana come partito dominante, ma con gli Ottanta quest’egemonia è messa in discussione, tant’è vero che dei quattro inquilini del quirinale che si succederanno uno sarà socialdemocratico e l’altro socialista.

Su un piano più generale, tra il ’64 e il ’92 accadono moltissime cose sia nell’ambito politico che in quello del costume: l’italia agricola e patriarcale lascia rapidamente il posto ad un Paese altamente industrializzato che assorbe manodopera dalle regioni meridionali (l’emigrazione di oltre venti milioni di persone dal sud al Nord cambia il volto delle città del Settentrione), esplode la rivolta giovanile nelle università (1968) e nelle fabbriche l””autunno caldo” (1969), segna un punto di svolta trasformando i sindacati in veri protagonisti della vita politica ed economica.

L’approvazione della legge che concede il divorzio (1° dicembre 1970), contro cui è promosso un referendum abrogativo dalla DC e dal MSI-DN (12 Maggio ’74), stravinto dai fautori della Fortuna-Baslini, dimostra che tra la popolazione è ormai matura la convinzione che il matrimonio non è necessariamente indissolubile e che per via giudiziaria,anche se con molte cautele, se ne può decretare lo scioglimento. a queste norme seguiranno nel ’75 il nuovo diritto di famiglia che renderà paritaria la posizione dei coniugi (artt. 143, 144 e 147 codice civile).
Nell’81 un altro referendum sancirà l’approvazione della legge che consente l’interruzione della gravidanza nelle prime 12 settimane (L. 194/78): ancora una volta contro il testo votato dal Parlamento si schiera la DC, l’MSI-DN e la Chiesa cattolica, che tuttora considera un delitto l’aborto, ma il 67% dei votanti la pensa diversamente. Infatti durante la campagna elettorale vien messo in evidenza che molte donne o emigrano all’estero o si rivolgono a mammane per interrompere una gravidanza non gradita o frutto di violenza sessuale.

Il parlamento, sempre nel ’75 abbassa la maggior età da 21 a 18 anni e più tardi abolisce i manicomi (legge Basaglia) e le classi separate per gli alunni disabili.

Purtroppo, son questi anche gli anni della “strategia della tensione” e del “terrorismo” che per quasi un ventennio insanguinerà le città d’Italia, nessuna esclusa.

In ambito internazionale, la sconfitta americana nella guerra del Vietnam sembra a metà degli anni Settanta aprire nuove prospettive nel confronto pluridecennale tra i blocchi che, però, subisce una frenata con gli anni Ottanta. L’elezione di Margaret Thatcher nel Regno Unito e di ronald Reagan negli Stati Uniti mette a segno la “rivoluzione neoliberista” che determinerà le scelte politiche ed economiche dei diversi paesi per un quarantennio, mentre si avvertono i primi scricchiolii del monolite comunista. Nel 1980 scompare dalla scena Josip Broz Tito che per quasi quarant’anni ha diretto col pugno di ferro la Iugoslavia, Paese socialista ma non allineato, dove convivono faticosamente etnie che rivendicheranno presto la loro autonomia; in Unione Sovietica la morte di Leonid Ilic Breznev (1982) apre una fase di transizione che si concluderà nell’85 con l’elezione di Mikhail Sergeevic Gorbačëv, promotore della Glasnost e della Perestrojka. Questi processi condurranno al crollo del muro di Berlino (9 Novembre 1989), alla riunificazione tedesca (3 Ottobre 1990) e alla dissoluzione dell’URSS (25 dicembre 1991).

La scena politica italiana che è fondata sulla perpetuazione della “guerra fredda” e che esclude dall’area di governo tanto il PCI quanto l’MSI verrà considerevolmente trasformata da questi avvenimenti determinando le condizioni storiche per la fine dei partiti della prima fase repubblicana per dar vita a nuovi schieramenti.

Non possiamo qui affrontare tutti gli argomenti di questo lungo lasso di tempo, ma è giusto tenerne conto perché influenzeranno le diverse elezioni del Presidente della Repubblica.

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GIUSEPPE SARAGAT (1964 – 1971).

Il 29 dicembre 1964, il Ministro per gli Affari Esteri Giuseppe Saragat giura come quinto Capo dello Stato. Piemontese, è uno dei protagonisti della scena politica nazionale fin dai tempi della Costituente. eletto nel ’46 nelle liste del Partito socialista, nel gennaio ’47 si mette alla testa dei critici di Nenni portando alla scissione di palazzo Barberini che produce la nascita del Partito socialista dei Lavoratori (PSLI) che più tardi assumerà la denominazione di Partito socialista Democratico PSDI).

I “Saragatiani”, come popolarmente vengon chiamati, negli anni cinquanta appoggiano o fanno parte di quasi tutti i governi che si succedono e nel ’62 entrano con DC e PRI in quel Ministero tricolore che apre la stagione del centro-sinistra che diverrà “organico” nel dicembre ’63 col varo del primo esecutivo Moro di cui fanno parte anche i socialisti di Pietro Nenni.

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L’ELEZIONE.

Già nelle elezioni del 1962 Saragat è candidato al Quirinale proposto dal PSDI. Scrutinio dopo scrutinio sull’esponente socialdemocratico confluiscono i voti del PSI (2o scrutinio) e poi del PCI (3o). Solo grazie all’appoggio determinante di monarchici e missini, Segni ottiene l’incarico.

Alla prima votazione nel 1964, Saragat è il candidato di bandiera dei due partiti socialisti, mentre la DC e il PCI puntano, rispettivamente, su Giovanni Leone e Umberto Terracini. Presto però prende quota, in ambito scudocrociato, il nome di Amintore Fanfani che, di scrutinio in scrutinio raccoglie sempre più consensi. Dopo sette votazioni infruttuose, PSI e PSDI, vista la temporanea impossibilità d’una candidatura comune della maggioranza di centro-sinistra che appoggia il Governo, optano per l’astensione; al 10o, il PSI vota Pietro Nenni che, a partire dal 13o, diventa il candidato comune anche di PSDI e PCI; nel frattempo, Fanfani si ritira. Dopo 15 turni senza esito, si fa da parte anche Leone: al 18o, scatta l’accordo tra DC e PSDI che rilancia la candidatura Saragat.

PCI e PSI però continuano a sostenere Nenni. Dopo altre tre “fumate nere”, Nenni si fa da parte, invitando gli elettori che l’hanno sostenuto a confluire su Saragat che è eletto il 28 dicembre ’64, al ventunesimo scrutinio, con 646 voti su 963 componenti l’assemblea (67,1%).

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IL MANDATO.

Saragat non assume, come i suoi predecessori, attitudini interventiste, quando si apre una crisi di governo conferisce il mandato al presidente incaricato proposto dai partiti durante le consultazioni, ma, atlantista convinto, entra in contrasto col Ministro per gli Affari Esteri Fanfani che conduce una politica estera filoaraba. Tuttavia nella visita compiuta nel ’67 negli Stati Uniti, non emergono conflitti tra Presidente e titolare della Farnesina.

Sul piano politico nazionale, l’elezione del socialdemocratico probabilmente spiana la strada alla riunificazione tra i socialisti del PSI e del PSDI: il 30 Novembre 1966 è fondato il PSU (Partito Socialista Unificato) che però alle politiche del ’68 ottiene risultati peggiori rispetto a quelli raccolti dai due partiti separati, tenuto conto del precedente del ’63. Così, un anno dopo, nel luglio ’69 avviene un’altra scissione che non sarà più sanata.

Gli ultimi tre anni di mandato sono costellati di drammi: dalla primavera ’68 cominciano le proteste studentesche nelle università che saranno seguite dalle proteste operaie dell’autunno ’69: la tensione aumenta in tutto il Paese e pare che i deboli governi che si succedono nella quinta legislatura (1968 – 1972) siano incapaci di far fronte alla situazione. Il 12 dicembre 1969 a Milano, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, avviene l’attentato più grave: nel salone dell’istituto di credito esplode una potente carica che uccide 16 persone (una morrà l’anno dopo) e ne ferirà molte altre. E’ la strage che dà inizio alla “strategia della tensione” che caratterizzerà tutti gli anni Settanta e parte degli Ottanta. Intanto, il Parlamento approva le norme che consentono la creazione delle regioni a statuto ordinario, previste dalla costituzione, lo statuto dei lavoratori e la legge sul divorzio che apre un solco tra DC e partiti laici: la prima contraria alla Fortuna-Baslini, i secondi favorevoli. Dopo la promulgazione della legge la Democrazia Cristiana raccoglierà le firme per abrogarla mediante referendum popolare. Sempre nel 1970 muovono i primi passi le Brigate Rosse che costituiranno una banda armata che condizionerà la scena politica nel settennio successivo.

Saragat sarà rivotato da diversi grandi elettori nelle elezioni presidenziali del dicembre 1971, ma poi non verrà rieletto.

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L’ALLUVIONE DI FIRENZE.

Nel Novembre 1966 Venezia e Firenze vengono investite da inondazioni d’acqua: a Venezia si verifica il fenomeno dell’acqua alta che sommerge gran parte della città; a Firenze l’Arno esonda. Il capoluogo toscano è sommerso, ma i danni più consistenti e duraturi li soffre l’ingente patrimonio artistico e culturale. Le immagini di firenze sott’acqua e fango fan il giro del mondo: tantissimi giovani volontari giungon anche dall’estero per aiutare la città a riparare i danni e soccorrere la popolazione.

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IL GOLPE BORGHESE.

Solo diversi anni dopo si scoprirà che nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 l’Italia è andata molto vicino a subìre un colpo di Stato di destra come in Grecia nel ’67. Accade che un gruppo di persone sotto la guida del “Principe Giunio Valerio Borghese, ex capo della X MAS si ponga l’obiettivo d’occupare i luoghi nevralgici di Roma: la RAI, il Viminale; tra gli obiettivi vi è l’arresto del Presidente della Repubblica che verrebbe costretto a proclamare lo stato d’emergenza, in modo da imporre al Paese una svolta autoritaria. Per ragioni tuttora non chiare, durante la notte i golpisti vengono fermati e rimandati alle loro case. Le numerose inchieste giudiziarie dimostrano che il tentativo putschista è molto serio e probabilmente gode di parecchie complicità negli apparati dello Stato.

L’estrema destra non si dà pace, perché dopo la strage di Piazza Fontana, 12 Dicembre 1969, avrebbe voluto che Quirinale e governo imponessero leggi eccezionali per frenare le proteste sindacali, così nel ’73 Giuseppe Bertoli tenta d’uccidere con una bomba il Presidente del Consiglio in carica tra il ’69 e il ’70, il democristiano vicentino Mariano Rumor che sfugge alla morte.

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L’UOMO.

Giuseppe Efisio Giovanni Saragat nasce a Torino il 19 settembre 1898 e muore a Roma l’11 giugno 1988: dopo il mandato al quirinale ricopre brevemente la carica di segretario del PSDI ed esercita comunque per lungo tempo una considerevole influenza politica. durante la sua permanenza alla Presidenza della Repubblica nomina 4 Senatori a vita: Vittorio Valletta (1966), Giovanni Leone ed Eugenio Montale (1967) e Pietro Nenni (1970), e tre giudici della Corte costituzionale, tra cui il celebre giurista Vezio Crisafulli (1968).

Non si avvale mai del diritto di rinvio di progetti di legge già approvati dalle Camere ai sensi dell’art. 74 della costituzione.

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GIOVANNI LEONE (1971 – 1978).

Leone, che già nel ’64 è stato per qualche votazione candidato ufficiale della DC al Quirinale, è eletto sesto Presidente della Repubblica il 24 dicembre 1971 al 23o scrutinio.

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L’ELEZIONE.

Nelle elezioni del ’71, le prime nelle quali sono presenti come grandi elettori i delegati di tutte le regioni, il candidato ufficiale della DC è il Presidente del Senato Amintore Fanfani, tuttavia dopo sei scrutini andati a vuoto è chiaro che l’aretino non ce la può fare a causa dei “franchi tiratori” che nel segreto dell’urna gli preferiscono altri nomi. All’11o voto, la DC lo ripropone per poi, di fronte ad una nuova “fumata nera”, ritirarlo definitivamente. Lo stallo dura fin alla 22a votazione, quando DC, PLI, PRI e PSDI trovano un accordo per lanciare la candidatura del Senatore leone. Da notare che in una specie di primaria interna il campano prevale di misura su Aldo Moro che si presenta come prosecutore della politica di centro-sinistra, mentre si sta prefigurando una nuova coalizione politica di centro-destra.

Il candidato designato fatica ad ottenere l’incarico, infatti al 22o turno d’un soffio manca l’elezione (504 schede anziché 505, il quorum richiesto). L’obiettivo è centrato il 24 dicembre quando su leone confluiscono i voti anche della destra per cui il democristiano ottiene 518 preferenze.

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LE CONSEGUENZE.

L’avvento al Quirinale di Leone, in poche settimane, determina la crisi del governo di centro-sinistra presieduto da Emilio Colombo dal 6 agosto 1970: il 15 gennaio ’72 i Ministri repubblicani rassegnano le dimissioni. anche colombo si dimette e dopo aver fallito un reincarico la parola passa a Giulio Andreotti che vara un Ministero monocolore DC che il 28 Febbraio non ottiene la fiducia dalla Camera. Leone, per la prima volta nella storia repubblicana, scioglie con un anno d’anticipo le Camere e convoca le elezioni politiche. dalle urne il 7 Maggio ’72 esce una situazione parlamentare complessa: Andreotti è confermato presidente del Consiglio alla guida d’un gabinetto composto da DC, PSDI e PLI, con l’appoggio esterno dei repubblicani. Questa formula resiste solo un anno: nel ’73 il Premier si fa da parte per consentire la formazione d’un esecutivo di centro-sinistra.

Già, perché i cosiddetti “cavalli di razza” della politica italiana, Fanfani e Moro stipulano gli “accordi di Palazzo Giustiniani”: il 12o congresso della DC approva un documento che sancisce il ritorno alla politica di centro-sinistra. La seconda fase della coalizione DC-PSI-PSDI-PRI dura con alterne vicende fino al 1976, quando il Presidente della Repubblica deve di nuovo sciogliere, con un anno d’anticipo, le Camere a causa della definitiva dissoluzione della coalizione. Fanfani, rieletto segretario della DC conduce nella primavera del ’74 una ferocissima campagna antidivorzista, ma dalle urne il 59,1% dei votanti, l’89%, conferma la legge. L’anno dopo, il 15 giugno 1975, le sinistre avanzano notevolmente nelle elezioni amministrative e regionali preparando la strada alla formazione in diversi enti locali di “giunte rosse” anche dove tradizionalmente governa lo scudo crociato.

Fanfani in seguito a questi eventi si dimette e gli succede Benigno Zaccagnini, mite esponente della DC ravennate, mentre Aldo Moro diviene presidente del partito. I due promuoveranno con cautela una politica di riavvicinamento al PCI che avrà sviluppi nella legislatura successiva.

Dopo le elezioni politiche del 20 giugno ’76, che vedono il PCI raggiungere il suo massimo storico (34,4% alla Camera), Leone incarica Giulio Andreotti che il 29 luglio presenta un Ministero monocolore DC che ottiene la fiducia dal parlamento grazie all’astensione di quasi tutti gli schieramenti, ad eccezione della Democrazia Cristiana che lo sostiene e dell’MSI-DN che si oppone. e’ il governo della “non sfiducia” che resisterà fino al gennaio ’78. Ad esso seguirà l’11 marzo di quell’anno un nuovo monocolore DC sempre presieduto da Andreotti che godrà l’appoggio esterno dell'”arco costituzionale”. Quell’esecutivo da subito dovrà affrontare nuove emergenze: il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro (16 Marzo-9 Maggio), le dimissioni dello stesso Capo dello Stato (15 Giugno) e molto altro ancora.

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L’UOMO.

Celebre giurista, all’Assemblea Costituente fa parte della commissione dei 75 e contribuisce alla stesura della costituzione redigendo le norme sulla libertà personale e sul procedimento penale.

Nel 1963 e nel ’68 è chiamato due volte alla Presidenza del Consiglio: vara due Ministeri monocolore DC, definiti “balneari” dalla stampa perché durano da giugno a novembre, il tempo necessario ai partiti per costruire accordi più duraturi, in vista della formazione di esecutivi più stabili. In questa veste, il 16 ottobre 1963 visita i luoghi investiti dalla diga del Vajont: il 9 Ottobre l’invaso improvvisamente crolla e l’onda d’acqua e fango investe e distrugge i comuni dell’area, provocando migliaia di morti.

Una volta divenuto Capo dello Stato, è tirato in ballo a proposito dello scandalo Lockheed, in cui son coinvolti gli ex Ministri della Difesa Luigi Gùi (DC) e Mario tanassi (PSDI) che saranno processati dalla corte costituzionale in base ad una specifica procedura prevista per coloro che han fatto parte del governo. Le accuse al Presidente non sono provate, ma dopo la morte di Moro riprendono gli attacchi al Capo dello Stato che durante la detenzione dello statista democristiano aveva considerato l’ipotesi di concedere la grazia alla terrorista Paola Besuschio come atto in vista d’una possibile liberazione dell’ostaggio. Successivamente, lo stesso Leone ammetterà che «a delitto consumato mi convinsi che i brigatisti fossero al corrente di quel che stava maturando e, non volendo la liberazione di Moro, avessero affrettato quella mattina l’assassinio».

L’inquilino del Quirinale è però ormai nell’occhio del ciclone: Leone e i suoi familiari son attaccati violentemente ed insistentemente. Marco Pannella, leader radicale, e il settimanale “L’Espresso” si distinguono in questa battaglia. Col libro “Giovanni Leone: la carriera di un Presidente” scritto dalla giornalista Camilla Cederna, pubblicato da Feltrinelli nel ’78 vengono messe in piazza le presunte malefatte commesse dal presidente, dalla moglie e dai figli.

La DC, allora diretta da Benigno Zaccagnini, sembra come paralizzata, non reagisce alla campagna di stampa, ma impedisce al presidente di difendersi dalle accuse. quando si apprende che Leone sta per concedere all’ANSA un’intervista con la quale vorrebbe rivolgersi direttamente all’opinione pubblica, parte la richiesta delle dimissioni.

Giovanni Leone annuncia la sua partenza immediata dal Quirinale il 15 Giugno 1978 alle 20,10 in diretta televisiva.

Vent’anni dopo, in occasione del suo novantesimo compleanno, Marco pannella ed Emma Bonino rendono noto il testo d’una lettera da loro indirizzata all’ex Capo dello Stato: «Le siamo grati – scrivono – per l’esempio da lei dato di fronte all’ostracismo, alla solitudine, all’abbandono da parte di un regime nei confronti del quale, con le sue dimissioni altrimenti immotivate, lei spinse la sua lealtà fino alle estreme conseguenze, accettando di essere il capro espiatorio di un assetto di potere e di prepoteri, che così riuscì a eludere le sue atroci responsabilità relative al caso Moro, alla vicenda Lockheed, al degrado totale e definitivo di quanto pur ancora esisteva di Stato di diritto nel nostro Paese». E ancora: «Poté accaderci di eccedere. Non ne siamo convinti. Ma se, nell’una occasione o nell’altra, questo fosse accaduto, e non fosse stato pertinente attribuire al Capo di quello Stato corresponsabilità politico-istituzionali per azioni altrui, la pregheremmo, Signor Presidente, di accogliere l’espressione sincera del nostro rammarico e le nostre scuse.»

Poche settimane prima di spegnersi all’età di 93 anni, a seguito del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 25 settembre 2001, è attribuito a Leone, come a tutti gli ex presidenti ancora in vita, il titolo di “emerito”.

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GLI ANNI DI LEONE.

Il settennato di Leone al Quirinale è uno dei più tragici della storia italiana: innanzitutto l’Italia vive una lunghissima crisi economica causata sia da debolezze strutturali che da eventi esterni: nel ’73 scoppia la guerra dello Yom Kippur tra Israele e paesi arabi, cui segue la prima crisi petrolifera dovuta alla decisione dell’OPEC di non vender petrolio ai Paesi che appoggiano lo stato ebraico. L’Italia, paese trasformatore di idrocarburi è direttamente colpita dall’embargo, cui segue anche un imponente aumento del prezzo di greggio e derivati. conseguenza, l’inflazione divampa facendo aumentare il carovita e falcidiando i salari. I governi, sempre più deboli, varano continuamente misure restrittive e decretano continue svalutazioni della lira per ridar fiato alle esportazioni, ma gradualmente esplode il debito pubblico dello Stato e delle aziende a partecipazione statale. A fine anni Settanta roma aderisce al Sistema Monetario Europeo, un accordo che consente di limitare le fasce di rivalutazione e svalutazione della moneta e prelude alla nascita dell’ECU.

Lo stesso sistema politico entra gradualmente in crisi a causa dei continui scandali che lo colpiscono, perciò il 15 ottobre ’75, il Presidente della Repubblica invia alle Camere un articolato messaggio col quale si mette in risalto, utilizzando un lessico giuridico, la crescente inadeguatezza degli assetti istituzionali. Il presidente propone di rendere direttamente non rieleggibile il Capo dello Stato e d’accorciare il suo mandato da sette a cinque anni, abolendo contestualmente il semestre bianco.

Il documento, tuttavia, è accolto freddamente dai parlamentari che non lo discutono nemmeno. Leone, dirà più tardi che il parlamento ha compiuto nei suoi confronti una pura e semplice “cestinazione”.

Intanto il Paese è percorso da proteste continue: il malcontento è generale. Vengono continuamente indetti scioperi in diversi settori, le città son continuamente percorse da cortei di protesta che divengon sempre più violente con morti e feriti. Nel ’74 in pochi mesi avvengono due stragi: a Brescia, piazza della Loggia (28 maggio) e sul treno Italicus (4 agosto), mentre varie bande armate, come le Brigate Rosse (estrema sinistra) e Ordine Nuovo (ultradestra) compiono attentati sempre più gravi.

Anche la natura fa sentire la sua presenza: il 6 Maggio ’76 la terra trema in Friuli producendo morte e distruzione e più avanti scandali di corruzione con accuse di mazzette.

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IL MANDATO.

Il sesto Presidente della Repubblica nasce a Napoli il 3 Novembre 1908 e muore a Roma il 9 Novembre 2001: nel corso del suo mandato nomina senatore a vita Amintore Fanfani e tre giudici della Corte Costituzionale. Rinvia alle Camere un unico progetto di legge,ma quelle lo approvano di nuovo nello stesso testo costringendolo in questo modo a promulgarlo.

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SANDRO PERTINI (1978 – 1985).

Il settimo Presidente della Repubblica è Sandro Pertini, socialista, già per otto anni Presidente della Camera dei Deputati. Tocca a lui nel ’71 proclamare eletto il suo predecessore Leone.

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L’ELEZIONE.

Le votazioni per l’elezione del settimo presidente della Repubblica iniziano il 29 giugno 1978: NEI PRIMI TRE SCRUTINI LA dc vota Guido Gonella e il PCI Giorgio Amendola, mentre i socialisti Pietro Nenni. Successivamente, a partire dal quarto voto, democristiani, socialisti, socialdemocratici e repubblicani si astengono.

Il 2 luglio il segretario del PSI Bettino Craxi propone la candidatura di Sandro Pertini perché «figura eminente della democrazia repubblicana, la cui vita politica si è sempre identificata con lotte per la libertà e per l’emancipazione sociale delle classi lavoratrici del Paese.»
Pertini, dal canto suo, non intendendo essere il candidato di bandiera delle sole forze di sinistra, invia una lettera a Craxi con la quale sottolinea che la sua disponibilità deve intendersi come
«espressione di tutto l’arco costituzionale che rappresenta il Paese.»
La proposta socialista incontra resistenze in casa DC, che intende presentare un proprio candidato. Il 3 Luglio il PRI propone Ugo La Malfa, ma i grandi elettori lo bocciano. Lo stesso giorno, il leader socialista avanza le candidature di Antonio Giolitti e Giuliano Vassalli.

Solo dopo 15 scrutini andati a vuoto, la pressione dell’opinione pubblica spinge il segretario della DC, Benigno Zaccagnini a far confluire su Pertini i voti democristiani: così, al 16o, con 832 schede su 995 (82,3%) è eletto Capo dello Stato l’8 Luglio.

Giurando, il giorno successivo, il nuovo Presidente ricorda come «luminosi esempi» per la sua formazione politica siano i nomi di Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Carlo Rosselli, don Giovanni Minzoni e Antonio Gramsci, suo indimenticato compagno di carcere.

Sottolinea quindi la necessità di porre fine alle violenze del terrorismo ricordando, tra l’altro, la tragica scomparsa di Aldo Moro che avrebbe dovuto essere capo dello Stato se le BR non l’avessero ucciso. Passando poi ad evidenziare il valore del lavoro dichiara: «Bisogna sia assicurato il lavoro ad ogni cittadino. La disoccupazione – dice – è un male tremendo che porta anche alla disperazione. Questo, chi vi parla, può dire per personale esperienza acquisita quando in esilio ha dovuto fare l’operaio per vivere onestamente. La disoccupazione giovanile deve soprattutto preoccuparci, se non vogliamo che migliaia di giovani, privi di lavoro, diventino degli emarginati nella società, vadano alla deriva e, disperati, si facciano strumenti dei violenti o diventino succubi di corruttori senza scrupoli.»

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IL MANDATO.

Gli anni in cui Pertini rimane al Quirinale vedono un progressivo logoramento della maggioranza di solidarietà nazionale: nel gennaio ’79 il quarto ministero Andreotti rassegna le dimissioni. Pertini prova ad affidare la presidenza del Consiglio al leader storico del PRI Ugo La Malfa, che però non riesce a formare un nuovo esecutivo. Seguono anni di governi fragili di breve durata e due elezioni anticipate (1979 e 1983). Dopo il voto politico dell’83, giunge alla presidenza del Consiglio il segretario socialista Bettino Craxi. Non è il primo “laico” ad insediarsi a palazzo chigi: già nel giugno ’81, di fronte al collasso del Ministero Forlani, travolto dall’apparire della lista degli aderenti alla loggia massonica segreta Propaganda2, il segretario del PRI Giovanni Spadolini è investito dell’incarico di varare un esecutivo di pentapartito comprendente ministri della DC, PSI, PSDI, PRI e PLI. Il nuovo premier vorrebbe metter un freno alla corruzione e al malcostume, ma nella coalizione cominciano presto a sorgere dissidi che porteranno nel novembre ’82 alla crisi.
Quanto alla loggia P2, l’elenco degli iscritti ritrovato a Villa Wanda (Castiglion Fibocchi, Arezzo) rivela una realtà sconcertante: circa 2.000 persone, tra cui alti gradi delle forze armate e dell’Arma dei Carabinieri, nonché magistrati, politici, giornalisti e gente di spettacolo si son associati per realizzare un progetto eversivo contenuto nel “piano di rinascita nazionale”.

Il governo Craxi, che nasce il 4 Agosto ’83 è un pentapartito, come quello di Spadolini e si dimostra più duraturo, ma crea anche le basi per l’ampliamento del debito pubblico che tuttora condiziona le scelte economiche del Paese: il Tesoro infatti per far fronte alla crescente spesa pubblica, emette montagne di titoli di Stato che rinviano a tempi futuri il rimborso dei prestiti ottenuti dal sistema bancario. Inoltre per ridurre l’inflazione è varato un decreto legge che abolisce la “scala mobile”, un meccanismo in vigore da tempo per cui in caso di aumenti dei prezzi di un paniere di prodotti di prima necessità decisi dall’ISTAT, l’istituto di statistica, ai lavoratori è corrisposto un aumento di salario. Il decreto è accettato da CISL e UIL, ma non dalla CGIL che insieme al PCI promuovono un referendum abrogativo che è convocato il 9 Giugno 1985: a sorpresa la maggioranza dei votanti si schiera dalla parte del governo. Nel frattempo è scomparso il segretario dei comunisti enrico Berlinguer stroncato da un’emorragia cerebrale durante la campagna per le europee dell’84: i suoi funerali saranno seguiti da migliaia di persone.

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I MISTERI D’ITALIA.

Il settennato pertiniano si contraddistingue ancora per la presenza sulla scena nazionale di diverse bande terroristiche sia d’ultradestra che d’estrema sinistra. A fine anni Settanta ve ne sono una novantina, più oltre si salirà a quasi 200.

Rapito ed ucciso Moro, le Brigate Rosse subiscono una serie di colpi che portano all’arresto di diverse decine d’aderenti ed alla scoperta di covi: in uno di essi, quello di via Montenevoso a Milano, si scopre una parte del memoriale scritto dallo statista democristiano durante la sua detenzione. Alcuni degli arrestati, si pentono e rivelano i nomi dei componenti delle diverse colonne. Le BR, che stan perdendo consenso anche nelle fabbriche, soprattutto dopo l’assassinio di Guido Rossa a Genova (24 gennaio ’80) reagiscono uccidendo magistrati, giornalisti, intellettuali, tutti colpevoli d’esser contrari alla “rivoluzione proletaria”. Di fronte all’ondata di pentitismo, favorita anche dall’emanazione d’una legislazione premiale che prevede la concessione di riduzioni di pena per chi rivela ciò che sa, la banda armata compie anche vendette trasversali: nell’83 è rapito ed ucciso roberto Peci, fratello del brigatista patrizio che con le sue confessioni fa arrestare molti dei suoi ex compagni.

E’ una scia di sangue che si prolunga per diversi anni, dimostrando che lo Stato non può assolutamente abbassar la guardia.

Anche il terrorismo d’ultradestra si fa vivo: il 2 agosto 1980 un attentato esplosivo distrugge la sala d’aspetto di seconda classe alla stazione centrale di Bologna alle 10,25. Muoiono 86 persone orrendamente mutilate. Seguiranno anni di processi che son tuttora in corso. Dai diversi filoni d’indagine si scopre che gli autori materiali sono dei giovani aderenti ad un gruppo di destra, i NAR, che nella loro carriera hanno già commesso diversi omicidi.

Le tentsioni internazionali provocano un’altra strage: il 27 Giugno ’80 un DC9 dell’Itavia in viaggio da Bologna a Palermo precipita nei pressi dell’isola di Ustica: tutti coloro che son a bordo dell’apparecchio perdono la vita, in totale 81 vittime. Malgrado i numerosi depistaggi risulta ormai chiaro che il velivolo civile si trova durante il suo percorso al centro d’una vera e propria battaglia tra aerei francesi Mirage ed americani F-104 che cercano d’abbattere un MIG che trasporterebbe ,il leader libico MuammarGheddafi, allora considerato uno dei più feroci nemici dell’occidente.
(a Bologna, dopo il recupero del relitto del DC-9 è stato allestito un museo in memoria dei caduti di Ustica).

Pertini, in tutte queste dolorose circostanze, dimostra una particolare vicinanza con le vittime: appena apprende la notizia che alla stazione centrale di Bologna c’è stata una strage, viene in città a rendersi conto di persona di ciò che è accaduto e si commuove nel vedere i corpi straziati dei morti e dei feriti (2 agosto 1980). Lo stesso farà dopo il 23 Novembre successivo, quando l’Irpinia sarà sconvolta da un terribile terremoto che provocherà mille morti e danni per miliardi.

Altri fatti drammatici ed oscuri che segnano il settennato pertiniano: l’attentato a Papa giovanni Paolo II a Piazza S. Pietro il 13 Maggio 1981 e la misteriosa morte di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, uno degli istituti di credito più importanti d’Italia che vien ritrovato cadavere sotto il ponte dei Frati neri a Londra nel giugno ’82.

Anche mafia e camorra fan sentir la loro presenza: tra l’80 e l’83 son uccisi a Palermo il Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale Capo dello Stato, il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, eroe della lotta contro il terrorismo, il segretario regionale della DC Michele Reina e il deputato comunista Pio Latorre. Tutti costoro si son distinti a vario titolo nella lotta contro Cosa nostra. anche diversi magistrati son assassinati: nel luglio ’83 muore Rocco Chinnici e poi altri ancora.

La camorra campana è invece responsabile dell’attentato al rapido 804 che esplode sotto la galleria tra Vernio e S. Benedetto val di Sambro sulla direttissima Firenze-Bologna, la cosiddetta “strage di Natale”.

Tra i “misteri d’Italia” va segnalata anche la figura di Michele Sindona, bancarottiere e faccendiere che l’11 luglio 1979 fa assassinare Giorgio Ambrosoli, curatore fallimentare della Banca Privata Italiana, perché non vuol cedere alle sue pressioni, poi finge d’esser stato rapito. Sindona terminerà i suoi giorni avvelenato da un caffè alla stricnina mentre si trova in carcere: nella tomba si porta numerosi segreti che forse non saranno mai scoperti.

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EVENTI GIOIOSI.

Nel 1982, però, un evento lieto vien a risollevare il morale del Paese fiaccato da scandali ed omicidi spesso incomprensibili: l’11 Luglio a Madrid la nazionale di calcio batte nella finalissima dei mondiali la rappresentativa della Germania occidentale per tre reti a una. Pertini è nella capitale spagnola per assistere alla gara che consegna all’Italia un titolo che manca dagli anni Trenta, fa il viaggio di ritorno con gli atleti e il commissario tecnico Enzo Bearzot. Per gli Italiani la sera dell’11 Luglio è una festa collettiva che entusiasma anche chi normalmente non s’interessa di calcio: e dire che poche settimane prima che iniziasse il torneo, lo sport più popolare nel nostro paese è stato sconvolto da uno scandalo di scommesse clandestine. L’uomo che più di tutti ha segnato gol in spagna, Paolo Rossi, scomparso nel 2021, ha avuto mesi di squalifica e la critica sportiva lo giudica fuori forma. Vinta la Coppa tutte le più velenose campagne di stampa contro la nazionale vengono messe a tacere, almeno per un po’.

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L’UOMO.

Alessandro Giuseppe Antonio Pertini nasce a Stella, (Savona) il 25 settembre 1896 e muore a Roma il 24 febbraio 1990 a 93 anni. Durante il suo mandato presidenziale nomina cinque senatori a vita: Leo Valiani (1980), Eduardo De Filippo (1981), Camilla Ravera (1982), prima donna ad esser insignita di questa carica, Carlo Bo e Norberto Bobbio (1984); inoltre sceglie tre giudici della corte costituzionale: Virgilio Andrioli (1978), Giuseppe Ferrari (1980) Giovanni Conso (1982).

Esponente socialista fin da ragazzo subisce diversi arresti durante il ventennio fascista, finché riesce ad espatriare. Partecipa alla Resistenza, è di nuovo arrestato ed evade dal carcere di Regina Coeli prima d’esser giustiziato. Nel ’46 è eletto alla Costituente, poi al Senato (1948-53) ed alla Camera (1953-76) sempre nelle file socialiste.

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FRANCESCO COSSIGA (1985 – 1992).

L’ottavo Presidente della Repubblica è Francesco cossiga, politico democristiano di lungo corso: negli anni Settanta, ossia quelli detti “di piombo” è ministro dell’Interno (1976-78, poi Presidente del Consiglio (1979-80 ed infine Presidente del Senato (1983-85).

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L’ELEZIONE.

Il suo accesso al Quirinale è rapidissimo: il 24 Giugno 1985 i grandi elettori lo scelgono al primo scrutinio con 752 schede su 977 votanti): tra i suoi sostenitori, oltre alla DC vi sono PSI, PCI, PRI, PLI, PSDI e Sinistra Indipendente. Il giuramento avviene il 3 Luglio.

Così come Pertini è il più anziano ad esser eletto al quirinale (81 anni), il sassarese è il più giovane: quando assume la carica ha solo 56 anni, un fatto inconsueto nella storia repubblicana. Ciriaco De Mita, segretario della DC, prima della riunione dei grandi elettori, conduce con discrezione dei colloqui per giungere ad un’elezione rapida che non metta in crisi il quadro politico. Poiché il Premier in carica è il socialista Craxi è ovvio che spetti alla Democrazia Cristiana, partito di maggioranza relativa proporre il Capo dello Stato. La formula riesce producendo un rapido passaggio dei poteri tra il “partigiano Presidente” e il relativamente giovane esponente della sinistra democristiana.

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LA PRESIDENZA.

I primi cinque anni di Cossiga al Quirinale sono caratterizzati da un atteggiamento quasi dimesso, notarile: il Presidente limita al minimo gl’interventi e segue le indicazioni dei partiti quando si aprono delle crisi ministeriali. Pone al parlamento quesiti in ordine ai poteri del governo in caso di dichiarazione di guerra e quali siano le prerogative del Capo dello stato nel caso in cui il mandato delle Camere si esaurisca contemporaneamente a quello del Presidente della Repubblica.

Sul primo punto è costituita la commissione Paladin incaricata di studiare la questione; sul secondo è modificato con legge costituzionale n. 1/91 il secondo comma dell’art. 88 che infatti recita: [il Presidente della Repubblica] «Non può esercitare tale facoltà [lo scioglimento delle Camere] negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi
sei mesi della legislatura.»

La seconda fase che va dal 1990 alla fine del mandato vede il Presidente assumere il ruolo di “picconatore” delle istituzioni.

L’abbattimento del muro di Berlino e il conseguente scioglimento dei blocchi nati dopo la seconda guerra mondiale, decretando la fine della “guerra fredda”, avrebbe determinato, secondo Cossiga, un profondo mutamento del sistema politico italiano, che si era sempre fondato fin dagli anni Quaranta sulla contrapposizione tra PCI e DC. Né i partiti né le istituzioni però, secondo il Presidente sono pronte ad accogliere queste novità e a rinnovarsi.

Di qui, un conflitto sempre più aspro con le istituzioni: in una lunga serie d’esternazioni Il Presidente se la prende con tutti i principali uomini politici allora sulla scena:

Ciriaco De Mita è «bugiardo, gradasso, il solito boss di provincia»; Nicola Mancino, uno che «se sta al mare fa un gran bene al Paese»; Paolo Cirino Pomicino «un analfabeta»; Antonio Gava un personaggio su cui «non infierirò mai chiamandolo camorrista o amico di camorristi come per anni hanno fatto i comunisti»; Leoluca Orlando «un povero ragazzo, uno sbandato, che danneggia l’unità della lotta alla mafia, mal consigliato da un prete fanatico che crede di vivere nel Paraguay del ‘600» (il prete fanatico è il gesuita Ennio Pintacuda); Achille Occhetto «uno zombie con i baffi»; Stefano Rodotà un «piccolo arrampicatore sociale, uomo senza radici, parvenu della politica»; Luciano Violante «un piccolo Viscinski]; Giorgio La Malfa «figlio impudente e imprudente d’un galantuomo»; Claudio Martelli «un ragazzino».

Se la prende anche con la magistratura che ritiene troppo politicizzata e stigmatizza che giovani magistrati, appena entrati in servizio, siano destinati alle procure siciliane per svolgere processi di mafia: «Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre un’indagine complessa come può essere un’indagine sulla mafia o sul traffico della droga. Questa è un’autentica sciocchezza». (qualcuno ha pensato che Cossiga si riferisse a rosario Livatino, assassinato nel 1991 dalla mafia, ma anni dopo, in una lettera ai genitori del giovane magistrato, recentemente beatificato, smentisce quest’interpretazione).

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GLADIO.

Nel 1990, si apprende che esiste in Italia, dagli anni Cinquanta, una struttura ipersegreta, all’interno dei servizi di sicurezza dello Stato, che è chiamata “Gladio” o “Stay behind”. Tale gruppo ristrettissimo di militari ha il compito d’impedire che nel nostro Paese prendano il potere i comunisti. Gladio, si dice, è presente in tutti i Paesi NATO dove ci sia serio rischio d’una rivoluzione bolscevica. Andreotti, che in quel momento è Presidente del Consiglio e malsopporta le esternazioni del primo cittadino, rende di pubblico dominio la notizia e fornisce al sostituto procuratore di Venezia Felice Casson la documentazione in possesso del Governo. Sui giornali si grida allo scandalo e si comincia a sostenere che Cossiga è “persona informata dei fatti”. Il Presidente lo conferma in un’esternazione durante una visita ad Edimburgo. Poi con un documento d’autodenuncia indirizzato alla procura di Roma dichiara: «Rivendico in pieno la tutela di quarant’anni di politica della Difesa e della sicurezza per la salvaguardia dell’integrità nazionale, dell’indipendenza e della sovranità territoriale del nostro Paese nonché della libertà delle sue istituzioni, anche al fine di rendere giustizia a coloro che agli ordini del governo legittimo hanno operato per la difesa della Patria.» si assume la responsabilità per gli “omissis” con cui è censurato al Ministero della Difesa, quand’egli era Sottosegretario di Stato (1966-70) il rapporto Manes con cui si descrive le attività paragolpiste del piano Solo.

Cossiga successivamente dichiara che sarebbe giusto riconoscere il valore storico dei «gladiatori», così come già avvenuto per i partigiani: il Presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino, che per anni indaga sui molti “misteri d’Italia” scrive: «Se in sede giudiziaria un’illiceità penale della rete clandestina in sé considerata è stata motivatamente e fondatamente negata, non sono state affatto escluse possibili distorsioni dalle finalità istituzionali dichiarate della struttura, che ben possono essere andate al di là della sua già evidenziata utilizzazione a fini informativi…».

Il 6 dicembre 1991 è presentata alla Camera una mozione per metter instato d’accusa il Presidente con 29 capi d’imputazione, tra cui:

«a) l’espressione di pesanti giudizi sull’operato della commissione di inchiesta sul terrorismo e le stragi;
b) la lettera del 7 novembre 1990 con la minaccia di «sospendersi» e di sospendere il governo onde bloccare la decisione governativa riguardante il comitato sulla organizzazione Gladio;
c) le continue dichiarazioni circa la legittimità della struttura denominata organizzazione Gladio benché fossero in corso indagini giudiziarie e parlamentari;
d) la minaccia del ricorso alle forze dell’ordine per far cessare un’eventuale riunione del Consiglio superiore della magistratura, nonché del suo scioglimento in caso di inosservanza del divieto di discutere di certi argomenti;
e) i giudizi sulla Loggia massonica P2, nonostante la legge di scioglimento del 1982 e le conclusioni della commissione parlamentare d’inchiesta;
f) la pressione sul governo affinché non rispondesse alle interpellanze, presentate alla Camera nel maggio 1991 da esponenti del PDS;
g) l’invito ad allontanare il ministro Rino Formica dopo le sue dichiarazioni sulla organizzazione Gladio;
h) la rivendicazione di un potere esclusivo di scioglimento delle Camere e la sua continua minaccia;
i) la minaccia di far uso dei dossier e la convocazione al Quirinale dei vertici dei servizi segreti;
l) il ricorso continuo alla denigrazione, onde condizionare il comportamento delle persone offese e prevenire possibili critiche politiche.
Tra i firmatari delle mozioni vi sono Ugo Pecchioli, Luciano Violante, Marco Pannella, Nando dalla Chiesa, Giovanni Russo Spena, Sergio Garavini, Lucio Libertini, Lucio Magri, Leoluca Orlando, Diego Novelli ed altri.

Il comitato parlamentare che si occupa della richiesta d’impeachment ritiene tutte le accuse manifestamente infondate, mentre la procura di Roma non ritroverà alcun reato nell’autodenuncia scritta dal Presidente.

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LE DIMISSIONI ANTICIPATE.

A seguito delle elezioni politiche del 5 aprile 1992, avvenute a scadenza naturale del mandato parlamentare, prendendo atto della sconfitta della coalizione di pentapartito che pure in precedenza ha sostenuto, per «combattere il degrado economico e il terrorismo», deciso a dare un colpo all’immobilismo e alla debolezza dei governi sottoposti alle «estenuanti liturgie e alchimie partitiche», Cossiga rassegna le dimissioni a decorrere dal 28 aprile, dopo che le nuove camere han eletto i rispettivi Presidenti. L’uscita di scena avviene a a due mesi dalla scadenza naturale del mandato, «C’è – dichiara – chi approverà il mio gesto, c’è chi questo gesto non lo approverà; spero che tutti lo consideriate un gesto onesto di servizio alla Repubblica. […] Ai giovani io voglio dire però… di amare la Patria, di onorare la nazione, di servire la Repubblica, di credere nella libertà e di credere nel nostro Paese.»

Fino al 25 maggio, quando al Quirinale sarà eletto Oscar Luigi Scalfaro, le funzioni presidenziali saranno espletate dal Presidente del Senato Giovanni spadolini.

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GLI ANNI DI COSSIGA.

Il settennato cossighiano, oltre che esser contraddistinto dalle polemiche esternazioni del Presidente, è anche caratterizzato da alcuni avvenimenti che non posson esser sottaciuti.

Sul piano nazionale, i governi che si succedono sono tutti di pentapartito: dopo la parentesi craxiana, nella X Legislatura (1987-1992) i Presidenti del Consiglio tornano ad esser democristiani. Nell’88 Ciriaco De Mita cumula nelle proprie mani per un anno le cariche di segretario del partito scudocrociato e di Capo del governo; nel 1989 torna a Palazzo Chigi giulio andreotti che presiede due Ministeri.

Nell’opinione pubblica cresce il malcontento per una politica che appare bloccata: il 12 Novembre 1989, celebrando il 45o anniversario della battaglia partigiana della Bolognina, davanti ad ex partigiani raccolti nella sala comunale di via Pellegrino Tibaldi 17, il segretario generale del PCI Achille Occhetto annuncia che occorre «andare avanti con lo stesso coraggio che fu dimostrato durante la Resistenza […] Gorbačëv, prima di dare il via ai cambiamenti in URSS incontrò i veterani e disse loro: “voi avete vinto la seconda guerra mondiale, ora se non volete che venga persa non bisogna conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni”». Per Occhetto, è necessario «non continuare su vecchie strade, ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso». E a chi gli chiede se quanto dice lasci presagire che il PCI possa anche cambiare nome, risponde: «Lasciano presagire tutto».

La svolta è dunque annunciata in solitario dal Segretario, senza che il partito ne sia informato o preparato: il giorno successivo se ne discute ufficialmente in segreteria e quindi per altri due giorni in Direzione. Qui Occhetto chiede che il partito promuova una «fase costituente sulla cui base far vivere una forza politica che, in quanto nuova, cambia anche il nome» e, per forzare un po’, sulla svolta pone la questione di fiducia su se stesso. Due anni più tardi nasce il PDS (Partito Democratico della Sinistra), ma quasi un terzo degli iscritti compie una scissione dando vita al PRC (Partito della Rifondazione Comunista) guidato da Armando Cossutta.

Sempre nel 1991, l’11-12 giugno, mediante referendum popolare l’elettorato cancella la norma che consente di attribuire nelle elezioni politiche più d’una preferenza. Durante le precedenti politiche dell’87 son avvenuti dei brogli in diverse circoscrizioni, favoriti dalla possibilità di segnare sulla scheda o i nomi dei candidati o i numeri che li indicano sulla lista elettorale presentata dal partito. Durante la campagna per il referendum promosso tra gli altri da Mario Segni, figlio dell’ex Presidente della Repubblica, Bettino Craxi compie un passo falso: invita gli Italiani ad «andare al mare», piuttosto che approvare la proposta. difatti, i referendum abrogativi perché siano validi hanno bisogno che vada a votare la maggioranza assoluta del corpo elettorale. L’iniziativa craxiana provoca una pacifica insurrezione popolare: nei giorni delle votazioni si recano alle urne molti elettori e la norma sulla preferenza multipla è cancellata a furor di popolo. Un segnale di dissenso verso la politica del pentapartito e l’arroganza d’un ceto politico che si sente inamovibile. Con questa votazione popolare prende il via la stagione delle riforme nei sistemi elettorali che metteranno fine alla centralità della DC ed apriranno la strada al bipolarismo ed all’alternanza dei governi nazionali e locali.

L’anno di svolta nella politica italiana è però il 1992: il 17 febbraio, Mario Chiesa viene sorpreso mentre getta nel WC una mazzetta di denaro. Si scopre presto che è una tangente da lui percepita per concedere un appalto al Pio albergo Trivulzio di Milano: è l’inizio delle indagini sulla corruzione nella politica che investirà come un ciclone quasi tutto l’arco parlamentare. Ciò che si sospetta diventa presto una certezza: i partiti sia a livello nazionale che a quello locale si fanno pagare tangenti salate per concedere appalti. Il 12 Marzo a Palermo Salvo Lima, il referente di Andreotti in sicilia è assassinato dalla mafia: la colpa, non esser riuscito ad aggiustare il maxiprocesso a “cosa nostra” in Cassazione. Il clima con cui l’Italia arriva alle politiche del 5 aprile è di forte tensione, anche perché presto il nuovo Parlamento dovrà eleggere il successore di Cossiga. Dalle urne esce fortemente indebolita la DC che scende sotto il 30%, il PSI raccoglie un magro 12,5%. IL neonato PDS raggiunge il 16% e compare sulla scena la Lega che riscuote molti consensi nel Lombardo-Veneto.

Il terrorismo, pur notevolmente indebolito, fa ancora sentire la sua presenza con alcuni omicidi mirati: nell’85 è assassinato il giuslavorista Ezio Tarantelli, mentre nell’88 è freddato Roberto Ruffilli, senatore DC e uomo molto vicino a De Mita.

In ambito internazionale, nel 1985 diviene segretario del PCUS Mikhail Sergeevič Gorbačëv, che impone la politica della Glasnost (trasparenza) e della Perestrojka (ricostruzione o ristrutturazione) ), ma il 26 aprile 1986 proprio la trasparenza dà forfait: già, perché a Chernobil (Ucraina) esplode il reattore N. 4 della centrale termonucleare diffondendo tutt’intorno alti tassi di radiazioni. Per alcuni giorni la notizia è tenuta segreta o smentita dalle fonti sovietiche, mentre da Svezia e Finlandia è dato l’allarme. Finalmente da Mosca ammettono che qualcosa è successo, ma minimizzano. a mano a mano che passano i giorni l’Europa è investita da una “nube atomica” che impone delle severe misure di sicurezza alimentare. Per qualche mese non si può né bere latte né cibarsi d’insalata ed anche l’acqua dei laghi è contaminata. Più oltre si scoprirà che in Ucraina e Bielorussia, le due repubbliche sovietiche più vicine all’epicentro del disastro diverse persone si sono ammalate e morte per effetto delle radiazioni. Per anni in Italia parecchie famiglie accolgono durante l’estate i figli di Chernobil, ragazzi rimasti orfani a causa dello scoppio della centrale nucleare ucraina.

Gorbačëv, , nell’89, ritira le truppe sovietiche dall’Afghanistan e contemporaneamente dà il permesso ai tedeschi dell’Est di passare con le loro Trabant dalla DDR all’Unghheria e da qui in Austria. E’ l’inizio della fine del “blocco sovietico”, per tutto l’autunno di quell’anno, cadono come i birilli uno dopo l’altro tutti i leader del Patto di Varsavia e si vive un’euforia carica di speranza per un nuovo avvenire di libertà anche nell’europa orientale. solo in romania sembra resistere il duro regime di Nicolae Cheausescu, ma il 25 Dicembre ’89 il despota e la moglie sono giustiziati. Tra il 1990 e il ’91 van in pezzi la Iugoslavia e l’Unione Sovietica, mentre Cechia e slovacchia che hanno realizzato la “rivoluzione di velluto” decidono di separarsi consensualmente dal 1° gennaio 1993.
Come già segnalato, tra l’89 e il ’90 la Germania torna ad esser un unico Stato: Andreotti, contrario alla riunificazione del paese, come Ministro degli Esteri dichiara: «voglio tanto bene alla Germania che ne preferisco due» suscitando l’irritazione del suo collega tedesco Hans Dietrich Gentscher.

In Iugoslavia, la fine della federazione s’accompagna con duri combattimenti prima in Slovenia (guerra degli undici giorni) poi in Croazia. Il conflitto si estende alla Bosnia-Erzegovina dove convivono serbi, croati e musulmani. tanto la guerra in Croazia, quanto quella in Bosnia raggiungerà livelli raccapriccianti di ferocia, dimostrando che sotto l’esile velo dell’ideologia comunista sopravvive, ben più corposo, un nazionalismo che non fa prigionieri.

In Cina, nella primavera ’89 insorgono gli studenti delle università di Pechino: per mesi protestano contro l’assolutismo del regime comunista. Per un breve momento sembra che ottengano ascolto da alcuni elementi della cupola dirigente del PCC, poi però prevale la linea dura e la notte tra il 3 e il 4 giugno parte la repressione. i ragazzi che si trovano in piazza tienanmen vengon investiti dai carri armati dell’esercito. sul terreno rimane un numero imprecisato di morti. ancor oggi in Cina non si può parlare o effettuare ricerche sul web sui fatti di Tienanmen.

Il 2 Agosto 1990, l’Iraq, sotto la guida di Saddam Hussein (1979-2003), dopo aver sostanzialmente pareggiato la lunga guerra con l’Iran (1980-88) invade l’emirato del Kuwait che si trova sul Golfo persico ed è ricco di petrolio. Il Presidente degli Stati Uniti George H. W. Bush (1989-1993) minaccia reazioni violente: il 16 Gennaio 1991 comincia la prima guerra del Golfo che si concluderà a fine febbraio con la totale disfatta dell’esercito iracheno. Bush però rifiuta di marciare su Baghdad perché teme di sacrificare troppi soldati statunitensi, cosa che gli si ritorcerebbe contro avvicinandosi l’anno elettorale del ’92.

In Africa, a fine ’89 prende il via la stagione del multipartitismo: quasi tutti i regimi monolitici instauratisi nei tardi anni sessanta si aprono alla società civile: in diversi Paesi (Benin, Zaire, Congo) son promosse delle conferenze nazionali che avrebbero lo scopo di attuare delle riforme costituzionali. Non sempre però questo nuovo vento di libertà riesce a scalzare dal potere vecchi “dinosauri” della scena africana come Mobutu Seseseko in Zaire. Più tardi nel decennio che stiamo per incontrare scoppieranno guerre devastanti che produrranno eccidi biblici. Il 1990 porta la democrazia in Cile dopo 17 anni di dittatura di Augusto Pinochet Ugarte, mentre in Gran Bretagna, vittima d’una congiura all’interno del partito conservatore esce di scena Margaret Hilda Thatcher.

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L’UOMO.

Francesco Maurizio Cossiga nasce a Sassari il 26 Luglio 1928 e muore a Roma il 17 Agosto 2010. E’ il primo Presidente della Repubblica a non aver fatto parte della Costituente: entra infatti in Parlamento nel 1958 e vi rimarrà fino alla fine.

Durante il suo mandato presidenziale nomina cinque senatori a vita: Francesco De Martino, Giovanni Spadolini, Giulio Andreotti, Gianni Agnelli e Paolo Emilio Taviani: offrre la carica anche a Nilde Iotti, dirigente comunista e Presidente della Camera dal 1979 al 1992, ma lei rifiuta; crea anche cinque Giudici della Corte costituzionale: Antonio Baldassarre (1986), Mauro Ferri (’87), Luigi Mengoni, Enzo Cheli e Giuliano Vassalli (1991).

Negli “anni di piombo” il suo nome spesso è scritto sui muri e sui volantini con la K: perciò quando pubblica un libro di memorie lo intitola La versione di K. Sessant’anni di controstoria, con Marco Demarco, Roma-Milano, Rai ERI-Rizzoli, 2009.

Dopo di lui si apre per l’Italia e il mondo una fase storica di profondi cambiamenti che investono tanto la politica, quanto l’economia e il costume, ma questo farà oggetto della prossima trattazione che andrà dal 1992 (elezione di Oscar Luigi Scalfaro) al 2022 (conferma di Sergio Mattarella).
(CONTINUA).

PIER LUIGI GIACOMONI