L’ARTICOLO 83
(11 Novembre 2016)

ROMA. Tra gli articoli della riforma costituzionale, uno di quelli che si è attirato il maggior numero di critiche
è l’83, cioè quello che si occupa dell’elezione del Presidente della Repubblica.

Come abbiamo fatto l’altra volta quand’abbiamo parlato dell’art. 70 vediamo prima di tutto la disciplina attuale.

L’art. 83. Il testo in vigore recita:

«Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri.

All’elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la
rappresentanza delle minoranze. La Valle
d’Aosta ha un solo delegato.

L’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi
dell’assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente
la maggioranza assoluta.»

Infatti è proprio così che avviene: nel corso delle prime tre votazioni il nominativo che raccoglie la maggioranza
dei due terzi dei componenti dell’assemblea elettorale è proclamato eletto, ma se quest’eventualità non si
verifica, dalla quarta votazione in poi l’asticella si abbassa alla metà più uno dei componenti del corpo
elettorale.

In sostanza, immaginando che il Parlamento in seduta comune sia composto da 945 membri a cui bisogna aggiungere tre
delegati per ogni Regione, eccettuata la Valle d’Aosta che, data la sua piccolezza, ne ha uno solo, abbiamo un
corpo elettorale costituito da 1003 grandi elettori, a cui vanno aggiunti gli eventuali senatori a vita o di
diritto (al momento in tutto sono 4).

In totale quindi parliamo d’un elettorato attivo di 1007 persone.

Nelle prime tre votazioni, perciò, occorrono per diventare Presidente della repubblica 671 voti, dalla quarta in
poi 504.
Finché non vien raggiunto quest’obiettivo si va avanti a votare anche per diverse giornate.

Il nuovo articolo 83. L’art. 21 della Legge Costituzionale si occupa appunto di
«Modifiche all’articolo 83 della Costituzione in materia di delegati regionali e di quorum per l’elezione del
Presidente della Repubblica» e recita:

«1. All’articolo 83 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:

a) il secondo comma è abrogato;

b) al terzo comma, il secondo periodo è sostituito dai seguenti:

«Dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dell’assemblea. Dal settimo scrutinio è
sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti».»

Vediamo allora di capirci:

1. Il corpo elettorale incaricato d’elegger il Presidente della repubblica si compone della Camera dei Deputati
(630 membri) del nuovo Senato (95 membri) più gli eventuali cinque senatori di merito nominati per sette anni dal
Presidente della Repubblica, nonché i senatori di diritto, cioè gli ex Presidenti della repubblica (al momento ne
è rimasto solamente uno).

Quindi, il totale degli elettori del capo dello Stato può esser di 725, 730 o 731.

2. alle prime tre votazioni il quorum da raggiungere, calcolato su 726, includendovi quindi anche il Presidente
emerito Giorgio Napolitano, è di 484 voti, dalla quarta alla sesta votazione si scende ai tre quinti, cioè al 60%
degli aventi diritto, cioè 436 su 726.

Dalla settima votazione in poi è necessario per il candidato ottenere il 60% dei voti dei presenti in aula, un
quorum decisamente alto, considerando i tempi che corrono.

Sia l’attuale disciplina del procedimento di elezione del Presidente della repubblica, sia la futura non prevedono
né l’obbligo di presentare una candidatura prima dell’inizio delle operazioni di voto, né alcun vincolo per
l’elettore: cosicché è praticamente sicuro che nei diversi scrutini si manifesterà il fenomeno dei franchi
tiratori, cioè di coloro che nel segreto della cabina, votano per il candidato che pare a loro, non quello scelto
dai segretari dei partiti.

Non casualmente, il procedimento d’elezione del Capo dello Stato italiano è assimilabile a quello che presiede
all’elezione del Papa.

I grandi elettori italiani sono come i Cardinali nel Conclave che sono pienamente liberi di scegliere o non
scegliere un determinato nominativo.

Tant’è vero che, intervistato una volta da un giornalista, forse nel 1992, che gli chiedeva se era candidato al
quirinale, Giulio Andreotti, che la sapeva molto lunga rispose:
«Qui nessuno è candidato!»

La storia delle elezioni presidenziali. Fin dall’inizio della storia repubblicana l’elezione del Presidente della
Repubblica è stato un terno al lotto e spesso colui che pareva il predestinato ad andare al Quirinale veniva
impallinato, votazione dopo votazione.

Ricordiamo, a titolo esemplificativo, nel 1971, l’elezione di Giovanni Leone che ebbe la meglio su Nenni e Fanfani.

Nel 1978, dopo innumerevoli “fumate nere” spuntò a sorpresa il nome di Sandro Pertini, il Presidente forse più
amato dell’intera storia repubblicana.

Nel 1992, dopo una lunga serie di votazioni a vuoto e dopo l’assassinio di Giovanni Falcone e della moglie, i
grandi elettori scelsero Oscar Luigi Scalfaro, dopo aver bocciato Giulio Andreotti ed Arnaldo forlani.

Nel 2006 la maggioranza di centro-sinistra, uscita parzialmente vincitrice dalle elezioni politiche, elesse alla
quarta votazione Giorgio Napolitano.

Nel 2013, dopo che i franchi tiratori avevano affossato Franco Marini e Romano Prodi (famosi furono i 101 che
bloccarono l’ascesa al Quirinale dell’ex Premier) si arrivò faticosamente alla rielezione di napolitano.

Nel 2015 risultò eletto a sorpresa Sergio mattarella.

Molte di queste elezioni sono avvenute dopo innumerevoli scrutini nei quali è apparso il franco tiratore che
sbarrava il passo a questo o a quel pretendente.

Celebre è quanto scrisse su una scheda un anonimo grande elettore, con riferimento alla candidatura di amintore
Fanfani nel 1971:
«nano maledetto, non sarai mai eletto!!»

Le critiche al nuovo art. 83. Ha fondamento la critica secondo la quale con la nuova normativa la maggioranza
parlamentare può eleggersi comodamente il Capo dello stato?

A ben guardare no! Prima di tutto, perché i quorum sono, rispetto alla situazione attuale, addirittura più alti;
poi, perché è inimmaginabile che le minoranze, giunti al settimo scrutinio, abbandonino l’aula, per permettere alla
maggioranza del momento di scegliersi il proprio Presidente.

E’ più facile supporre che provino ad insinuarsi fra gli scontenti, i “malpancisti”, come si dice in gergo
giornalistico, con l’obiettivo di far naufragare un’eventuale candidatura sgradita.

Quindi si può supporre che anche in futuro, ove fosse approvata dal popolo questa riforma costituzionale, la corsa
al Quirinale sarà piena d’ostacoli e uno solo alla fine ce la farà, lasciandosi dietro nomi illustri, personalità
politiche di primo piano, incappate nel franco tiratore, nel quorum mancato d’un soffio, nel pacco di schede
avverse che non t’aspetti.

Se poi uno insiste sull’argomentazione che la maggioranza si sceglie il Presidente che vuole, aggiungiamo che già
oggi è così: come abbiamo visto, sia nel 2006 che nel 2015 gli eletti, ossia Napolitano e Mattarella sono stati
scelti dalla maggioranza del momento.

Nella storia repubblicana solo Francesco Cossiga (1985) e Carlo Azeglio Ciampi (1999) sono giunti alla presidenza
alla prima votazione, superando di slancio la maggioranza dei due terzi.

In più, non è mai capitato che un leader politico di prima fila giungesse alla massima carica dello Stato, ma si è
preferito scegliere persone che avessero già ricoperto importanti incarichi politici, come la Presidenza della
Camera o del Senato o la stessa Presidenza del Consiglio dei Ministri, non essendo in quel momento segretario o
presidente d’un importante partito politico.

Probabilmente, anche in futuro, continuerà ad esser così, con buona pace per quelli che temono il Presidente
despota, che minaccia dal colle più importante di Roma le istituzioni democratiche.

Del resto il picconatore l’abbiamo avuto già!

PIER LUIGI GIACOMONI