GRECIA. LUCE IN FONDO AL TUNNEL
(10 Gennaio 2018)

ATENE. A quasi dieci anni dall’esplosione della crisi greca che ha rischiato di mandar all’aria la costruzione

dell’Euro, si vedono segnali d’un’uscita del Paese dalla crisi debitoria.

Il 3 gennaio scorso, l’agenzia per la gestione del debito greco Pdma è riuscita a collocare 1,625 miliardi di euro

di titoli del Tesoro di Atene a sei mesi, un importo identico a quello in scadenza. Il rendimento
è diminuito all’ 1,65% dall’1,95% dell’analogo collocamento del mese precedente.

Rispetto a tre anni fa, quando la crisi toccò il suo culmine, i tassi d’interesse sono nettamente diminuiti: nel

2015 i titoli di Stato di Atene, considerati ad altissimo rischio, costavano un interesse del 10%, ora ci si

colloca intorno al 2%.

E’ evidente, che per i mercati, la Grecia – il 2% del PIL europeo – non è più sull’orlo del default.
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Incognite. Tuttavia, sulla strada della ripresa vi sono alcune incognite: nell’agosto 2018 terminerà il terzo

programma di aiuti deciso dall’Unione Europea nel luglio del 2015.

Rispetto ad allora, l’economia nazionale si è ripresa facendo segnare un progresso del PIL del 2,5%, ma i duri

provvedimenti d’austerità adottati dal governo Tsipras – aumento delle imposte, riduzione della spesa, revisione

del sistema pensionistico, riduzione dei salari pubblici tra il 10 e il 40%, privatizzazione di alcuni settori –

potrebbero avvantaggiare gli avversari del Primo Ministro alle elezioni generali che avranno luogo al più tardi

nell’autunno 2019, quando scadrà il mandato quadriennale della Camera.

Rimane sul tappeto la questione della  ristrutturazione del debito greco che ammonta complessivamente a 320

miliardi di euro, pari al 180% del PIL.

Tsipras chiede D’allungare la scadenza dei prestiti anche di alcuni decenni, dando così più margine al governo per

attuare politiche espansive e permettere una maggiore sostenibilità: in pratica Atene vorrebbe aver più mano libera

per poter spendere una parte del denaro in investimenti pubblici invece che per rimborsare i creditori.

La rigidità contenuta negli accordi del 2015 non consente attualmente al governo né d’attuare degl’investimenti

all’interno, né d’intervenire sulle emergenze, come quelle determinate da catastrofi naturali o dall’afflusso dei

rifugiati.

L’operazione d’alleggerimento del debito, che un tempo sembrava impensabile per le forti resistenze dei Paesi, come

Germania, Olanda e Finlandia, più affezionati al principio dell’inderogabilità del rigore di bilancio, è ora presa

in considerazione da alcuni paesi europei e ritenuta necessaria anche dal Fondo Monetario Internazionale: in

ottobre, in occasione d’un colloquio avvenuto a Washington con Tsipras, la direttrice del FMI, la francese

Christine Lagarde ha ribadito che l’attuazione del programma di salvataggio greco insieme alla cancellazione del

debito sono i fattori decisivi per portare il paese fuori dalla crisi.

Le domande che in molti si fanno sono:
• che cosa succederà in Grecia nel 2018?
• La Grecia uscirà davvero dalla situazione critica nella quale si trova oppure cercherà di tornare al modello

economico che ha contribuito a creare la crisi stessa?

Sarà fondamentale capire inoltre, dopo la fine degli aiuti, che forma avrà la “supervisione” del paese da parte dei

creditori, cioè gli Stati membri dell’UE che nel 2010 hanno acquisito dalle banche private la proprietà del debito

ellenico.
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Storia di una crisi. Nel 2009 la Grecia dichiara di non essere in grado di rispettare i parametri di Maastricht: il

suo debito con le grandi banche europee, soprattutto francesi e tedesche, è enorme ed Atene non è in grado di

ripagarlo.

A questo punto, inizia una lunga trattativa tra Bruxelles e la capitale greca: l’UE chiede ai greci d’attuare

severe misure d’austerità per ripianare il debito, ma il governo di Gheorgios Papandreou recalcitra, perché teme di

perdere consensi all’interno.

Capofila di questo fronte pro austerità è la Germania di angela Merkel e del suo ministro per le finanze Wolfgang

Schäuble: da un lato Berlino procede al salvataggio delle banche tedesche coinvolte nel crack investendo 123

miliardi di euro, dall’altra alza la voce contro i governanti ateniesi accusati di spendere più di quanto

posseggono.

Lo scontro si fa duro e ad un certo punto Papandreou minaccia di convocare un referendum, dall’esito scontato, per

chiedere ai greci se il governo deve sottoscrivere il primo memorandum.

La mossa si rivela azzardata: il referendum non si fa, Papandreou deve dimettersi: lo sostituisce Loukas Papademos,

governatore della Banca Centrale, che assume la guida d’un governo tecnico.

Nella primavera del 2012 la crisi politica greca tocca il fondo: il 6 maggio ed il 17 giugno l’elettorato greco

viene chiamato in rapida successione alle urne due volte per designare un Parlamento.

Dalle urne emerge un quadro estremamente frammentato, ma soprattutto fa la sua comparsa alba dorata, una formazione

politica d’orientamento nazista.

di fronte a quest’inquietanti sviluppi, i partiti greci decidono di dar vita ai primi di luglio ad un governo di

larghe intese presieduto da Antonis Samaras.

Toccherà proprio a Samaras ed al suo ministro per le Finanze Evanghelos Venizelos firmare i successivi memorandum

ed attuare le misure d’austerità imposte da Bruxelles, mentre periodicamente una troika composta da Unione Europea,

Banca Centrale e Fondo Monetario Internazionale calerà su Atene per controllare che i greci applichino le intese

pattuite.

Quella che poteva essere una crisi di breve durata, in realtà si complica, anche perché nel frattempo emergono

difficoltà nel servizio del debito in altri quattro paesi “periferici” dell’Unione: Irlanda, Italia, Portogallo e

Spagna.

In quei mesi angosciosi si parla d’un contagio tra economie deboli; si discute in diversi ambienti se la creazione

dell’euro sia stata una buona idea, in considerazione delle differenze evidenti tra i Paesi membri di eurolandia;

qualche studioso molto in voga, come Joseph Stiglitz, consiglia il ritorno alle valute nazionali.

In più, la moneta unica ed i Paesi gravati da un enorme debito sovrano sono al centro della speculazione dei

mercati che spingono pericolosamente verso l’alto i tassi d’interesse dei buoni del Tesoro, emessi dai Paesi in

crisi.

E’ l’epoca in cui diviene popolare il termine spread che altro non è che il differenziale del tasso d’interesse del

Bund tedesco a dieci anni, ritenuto il più affidabile, rispetto agli analoghi titoli emessi dagli Stati indebitati.

E’ anche in questa fase convulsa che si tocca il punto di svolta della crisi dell’eurozona: il 26 giugno 2012, il

Presidente della BCE, l’italiano Mario Draghi dichiara che l’istituto di Francoforte  farà tutto il possibile per

difendere l’euro: la speculazione comprende in quel momento che l’europa non lascerà tracollare la moneta unica e

non si tornerà alle antiche monete nazionali.

Tra il 2012 ed il 2015 si susseguono i memorandum coi quali la Grecia promette di  ripagare il debito e

d’introdurre misure d’austerità sempre più draconiane per evitare il default.

Nel gennaio 2015, come reazione ai memorandum ed alle susseguenti manovre emergenziali, alle elezioni generali

anticipate, Syriza, una coalizione di partiti d’estrema sinistra, ottiene la maggioranza relativa dei seggi alla

Camera ed il nuovo Primo Ministro Alexis Tsipras promette che cambierà l’Europa. In pochi mesi però il nuovo

premier dovrà constatare che per evitare un disastro economico, dovrà firmare un ennesimo memorandum: il 13 luglio,

dopo 17 ore di trattativa coi suoi colleghi comunitari, dovrà promettere d’attuare:
• una severa riforma delle pensioni;
• l’aumento dell’IVA;
• nuove leggi sul lavoro;
• l’innalzamento delle imposte indirette.

Nello stesso periodo, per evitare fughe di capitali, vengono chiuse le banche e limitati i prelievi quotidiani dai

bancomat.

In cambio di tutto ciò, Bruxelles concede un prestito di 86 miliardi forniti per ripagare una parte del debito.

Tra luglio ed agosto nel corso d’una serie di drammatiche sedute il Parlamento ellenico approva leggi sempre più

dure che impongono sacrifici sempre più pesanti. Ad un certo punto è evidente che la maggioranza parlamentare è in

crisi, scossa da tensioni sempre più forti: Tsipras ne trae le conseguenze, presenta le dimissioni al capo dello

Stato e chiede le elezioni anticipate.

Nel frattempo, intraprende un braccio di ferro con l’ala dura di Syriza, capeggiata dall’ex Ministro per le finanze

Yanis Varoufakis: lo scontro si risolve con una radicale epurazione dei dissidenti e la presentazione alle elezioni

del 20 settembre d’una lista di Syriza che non comprende più gli elementi più radicali ed anti-UE.

Dal nuovo scrutinio Tsipras esce riconfermato e ricostituisce il governo di coalizione coi Greci Indipendenti, una

formazione di centro-destra d’orientamento sovranista, ma che si rivelerà un alleato fedele e leale.

Tale spregiudicata condotta, se da un lato ha fatto scomparire la figura di Tsipras dalla mitologia della nuova

sinistra europea, come colui che da solo sconfigge i “poteri forti” di Bruxelles e Francoforte, perché di fatto è

omologato agli altri leader europei, dall’altro l’ha reso un partner rassicurante per gl’investitori, al punto che

di recente il Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha detto, al termine d’un colloquio col leader ateniese:

«[La Grecia] offre immense opportunità per il commercio e gli investimenti. Stiamo anche facendo grandi passi in

avanti nella nostra cooperazione economica». Tsipras, dal canto suo ha proclamato: «le relazioni tra Grecia e Stati

Uniti hanno raggiunto il livello più alto dalla Seconda guerra mondiale».

L’ex avversario della presenza americana nella penisola e fautore dell’uscita di Atene dalla NATO è divenuto un

punto di riferimento strategico nella politica estera nordamericana nel Mediterraneo orientale dove  permangono

focolai di tensione.

Nel luglio 2017, come primo segnale d’uscita dal tunnel, la Grecia torna dopo tre anni sul mercato finanziario,

iniziando a vendere 3 miliardi di euro dei suoi nuovi bond a scadenza quinquennale. Il tasso d’interesse è poco più

basso rispetto a quello degli ultimi bond quinquennali venduti nel 2014, ma il governo fa sapere che sono arrivate

200 offerte d’acquisto e che la vendita è stata un grande successo.

Nel settembre seguente, poi, i ministri finanziari dell’UE, nel corso d’una riunione dell’Eurogruppo, dichiarano

che Atene è uscita dalla procedura per deficit eccessivo, a cui il paese era stato sottoposto nel 2009, quando il

rapporto deficit-PIL era arrivato oltre il 15%. Sette anni dopo quel valore si è trasformato in un saldo positivo:

questa notizia e il fatto che sia nel 2017 che nel 2018 si preveda un rapporto deficit-PIL sotto la soglia del 3% –

come previsto dal Patto di stabilità e crescita degli stati dell’Unione monetaria- fanno dire al commissario per

gli Affari economici dell’UE, il francese Pierre Moscovici, che la Grecia sta per «voltare la pagina dell’austerità

e aprire quella della ripresa».
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La situazione socioeconomica. Tutto bene, allora? Nella pratica, la chiusura della procedura per deficit eccessivo

non ha cambiato molto il quadro complessivo dello scenario socioeconomico.

Nei fatti, La Grecia deve rispettare le misure concordate con i creditori internazionali nell’ambito degli aiuti

finanziari e deve soprattutto fare i conti con una condizione socioeconomica di grande fragilità.

Dal 2010 ad oggi, ha perso un terzo del proprio PIL e mezzo milione di greci, su 12 milioni d’abitanti, sono

emigrati all’estero. Nello stesso periodo, il 20% più povero della popolazione ha perso il 42% del suo potere

d’acquisto. Lo stato ha un debito di 320 miliardi di euro, pari al 180% del PIL, il secondo rapporto più alto del

mondo, e il tasso di disoccupazione – sebbene sia diminuito e sia attualmente al 21% – è tra i più alti d’Europa.

Gli stipendi medi sono diminuiti e la riduzione dei redditi dei lavoratori e delle lavoratrici ha portato

all’impoverimento delle famiglie. Sono aumentati i problemi abitativi e i bisogni legati allo stato di salute, che

riguardano quasi una persona su quattro. Il FMI ha poi rivisto al ribasso le stime sull’avanzo primario per il 2018

(fissandolo al 2,2% del PIL, inferiore al 3,5% previsto dalle istituzioni europee e dal governo di Atene): è quindi

possibile che il FMI chieda al governo greco di intraprendere nuove misure per completare la terza revisione del

programma di salvataggio economico.
In questa situazione ci sono però dei settori dell’economia greca che sono rimasti stabili o che sono migliorati,

come quello della produzione di alcolici: i produttori hanno infatti aumentato le loro esportazioni del 64%  negli

ultimi cinque anni e sette bottiglie prodotte su dieci sono attualmente esportate. Anche l’industria chimica non è

stata particolarmente colpita dalla crisi, così come l’industria dei trasporti. Una ripresa nel settore agricolo ha

poi contribuito a elevare la qualità di alcuni prodotti, come l’olio d’oliva. Infine c’è il turismo: ogni anno

milioni di persone vanno in Grecia, raddoppiando la popolazione del paese. Un ambito invece in forte ritardo è

quello della giustizia: affrontare le cause in modo efficace è positivo per un’economia sana e i giudici greci

impiegano in media più di quattro anni (1.580 giorni) per arrivare a una risoluzione delle controversie

commerciali.
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Prospettive politiche. Alexis Tsipras è leader di Syriza, una coalizione di forze d’estrema sinistra che ha avuto

il suo boom elettorale negli anni della crisi, raggiungendo il livello più alto dei suoi consensi nel gennaio 2015

su una piattaforma programmatica di netta contestazione sia dell’establishment ellenico, sia di quello comunitario.
Rispetto alle idee professate allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma anche il consenso è un po’ evaporato.
Secondo alcuni recenti sondaggi, solo il 3,5% degli intervistati si è detto «soddisfatto dei risultati ottenuti

dalla coalizione Syriza-ANEL». Tra gli elettori di Syriza alle scorse elezioni, l’89,5% si è dichiarato deluso dal

governo.

In caso di elezioni Syriza potrebbe contare al massimo sull’appoggio del 15,5% dell’elettorato, mentre Nea

demokratia  è accreditata d’un rispettabile 33%.
Alba Dorata, partito d’orientamento nazista si situa in terza posizione col 7,5%.

Se Tsipras riuscirà ad ottenere la ristrutturazione del debito, come più volte richiesto, potrebbe presentarsi al

voto potendo vantare il raggiungimento d’un traguardo ritenuto fino a poco tempo fa chimerico.
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La Grecia sulla scena internazionale. In questi anni la Grecia è riuscita a mantenere le sue alleanze tradizionali

e a non creare rotture in un contesto piuttosto complicato.

Il ministro per gli Affari Esteri, Nikos Kotzias si è mosso con discrezione cercando di mantenere aperti canali di

comunicazione con tutti i Paesi: si è assistito ad un graduale riavvicinamento con la turchia, a proposito della

vicenda dei rifugiati, con la Russia, in considerazione della comune appartenenza al mondo ortodosso, e con l’Iran

ed Israele.

Come abbiamo già rilevato, il premier si è riavvicinato agli Stati Uniti, abbandonando la retorica antiamericana

che aveva caratterizzato le origini di Syriza: già ai tempi di Obama, fu proprio washington a spingere l’Europa ad

evitare il crack di Atene, ma anche con Trump alla Casa bianca le relazioni paiono ottime.

La Grecia è poi in prima fila nella politica d’accoglienza di migliaia di rifugiati in fuga dai conflitti in Medio

Oriente: sulle sue isole nel Mar Egeo hanno trovato ospitalità decine di migliaia di rifugiati siriani, iracheni ed

afghani in fuga da guerre endemiche e sanguinose.

Ciò ha accreditato Atene come un partner fondamentale nella gestione del fenomeno che tanto preoccupa governi ed

opinioni pubbliche dell’europa Centrale.

Così, con una condotta ispirata al pragmatismo, Tsipras si è affermato come leader affidabile per investitori

internazionali pronti di nuovo a dar credito alla Grecia: si tratterà di vedere se queste prospettive si

concretizzeranno in modo da far uscire questo piccolo Paese dalle secche d’una crisi economica dolorosa che ha

minacciato di far saltar per aria la costruzione europea.

Fra l’altro, conviene sempre ricordarlo, i Greci, con tutte le sofferenze che han patito non han mai preso nella

minima considerazione l’ipotesi d’abbandonare l’Eurozona e l’Unione europea: se lo dovrebbero ricordare tanti

europei che stanno lavorando per distruggere una delle creazioni più interessanti compiute dalla politica

internazionale nel secondo dopoguerra.

PIER LUIGI GIACOMONI
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