EDITORIALE. CORONAVIRUS. COME SI CAMBIA PER NON MORIRE
(27 Marzo 2020)

ROMA. «Come si cambia per non morire, come si cambia per ricominciare» erano le parole d’una canzone degli anni Ottanta che possono divenire paradigmatiche di ciò che sta accadendo intorno a noi, causa la pandemia da Coronavirus che ormai ha investito tutto il mondo.

L’epidemia, così ci pare d’intuire, sta imponendo a molti un veloce cambio di mentalità rispetto ai punti di riferimento ideologici degli ultimi decenni: l’uomo torna a riporre fiducia nella scienza e nella sua capacità di dare delle risposte ai problemi, lo stato ridiviene un importante punto di riferimento economico perché è l’unico che può mobilitare ingenti risorse finanziarie, le telecomunicazioni compensano il vuoto causato dal confinamento a domicilio, permettendo ad esempio alla scuola di svolgere il suo ruolo educativo-formativo; la medicina riprende ad esser rispettata nel suo ruolo di garanzia della salute individuale e collettiva.

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LA RINASCITA DELLA SCIENZA.

Or non è molto tempo che una fetta consistente dell’opinione pubblica metteva in discussione la capacità del mondo scientifico di tutelare la vita delle persone: dagli Stati Uniti, paese leader nella ricerca scientifica, si erano diffuse anche in Europa teorie decisamente antiscientifiche, basate sull’ideologia che gli scienziati erano più o meno influenzati da grossi conglomerati industriali, talmente influenti da determinare quali dovessero essere i settori su cui dirigere le indagini.

Oggi, però, a parte i più incalliti no vax, la maggior parte delle persone si attende dal mondo scientifico delle risposte: come osservava giorni fa Paolo Mieli sul Corriere forse è venuto il momento di riconsiderare il nostro rapporto con la scienza:

«Ci capita in questi giorni di ascoltare – scrive Mieli – appelli a «fare presto» nella corsa ai vaccini, esortazioni che vengono da forze politiche — di governo e di opposizione — che fino a ieri hanno flirtato con il cosiddetto «popolo no vax». Niente da dire? Nessuna autocritica? Siamo in un certo senso obbligati pressoché quotidianamente a cercare lumi da una scienziata di prim’ordine, Ilaria Capua, forzata ad andarsene dall’Italia dopo una campagna giudiziaria e giornalistica che l’ha indotta dapprima a lasciare il seggio parlamentare e poi a trasferirsi negli Stati Uniti senza che, una volta assolta, nessuno (o, comunque, troppo pochi) si sia mai sentito in dovere di chiederle scusa. Niente da dire, neanche oggi? Siamo reduci da anni e anni di una campagna (coronata da successo) per porre limiti alla sperimentazione sulle cellule staminali a dispetto del fatto che tali cellule, come non si stanca di ribadire la scienziata svedese Malin Parmar una riconosciuta autorità in questo campo, sono scarti della fecondazione in vitro, non sono mai state nel ventre di una donna ma sempre all’interno del frigorifero di un laboratorio. Potremmo tornare sull’argomento?
Adesso, infine, tutti ci sentiamo impegnati nella gara contro il tempo per trovare un rimedio immunizzante dal Covid-19, competizione in cui è coinvolta anche la Irbm di Pomezia che già si distinse nel mettere a punto il vaccino anti Ebola. Lavorando in collaborazione con l’istituto Jenner dell’Università di Oxford, la Irbm annuncia che già a maggio verrà avviata la sperimentazione sui topi e, dopo l’estate, si passerà all’uomo.»

Quando però sarà finita questa fase acuta, prima di riprendere a vivere come prima e magari ad illuderci che nessun nuovo virus potrà mettere in discussione il nostro modello di vita e le nostre convinzioni sul mondo scientifico «possiamo approfittare del tempo che ci resta […] per acquisire consapevolezza della necessità di investire nella formazione e nella ricerca scientifica. Consentendo a quest’ultima il massimo della libertà così da non doverci sentire eccessivamente in colpa la prossima volta per essere stati colti di sorpresa.» [1]

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RINASCE LA SPESA PUBBLICA

«Meno Stato, più mercato» è stato per decenni lo slogan che ha spinto progressivamente gli Stati a ritirarsi in buon ordine a dar fiducia alla mano invisibile del mercato che con le sue ingenti risorse avrebbe lavorato meglio della mano pubblica, spesso lenta, inefficiente, elefantiaca ed affetta da eccessivi burocratismi.

Tuttavia, come si affannavano a dire, perloppiù inascoltati, i critici del neoliberismo, col tempo sono diventate macroscopiche le disuguaglianze, perché il capitalismo ha approfondito il divario tra ricchi e poveri. Negli ultimi decenni tale divario si è accresciuto e i sistemi di welfare sono andati in sofferenza.

a ciò si è aggiunto il dogma dell’austerità o per meglio dire dell’obbligo per lo Stato d’essere in pareggio: tanto incassi dalle imposte, tanto puoi spendere.

Tale principio, che per un certo periodo pareva indiscutibile, è stato inserito in diverse costituzioni, tra cui l’italiana, riscrivendo nel 2012 l’art. 81:

«Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.» [2]
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Ma l’attuale situazione impone scelte diverse e un profondo cambio di mentalità: perché le comunità nazionali sono investite da un ciclone che impone ingenti investimenti per evitare la propagazione del virus e per rilanciare l’economia gravemente colpita in quasi tutti i settori.

E’ vero che in questi giorni l’Unione europea ha abbandonato il patto di stabilità introdotto una decina d’anni fa e la Banca Centrale europea (BCE) ha riavviato il QE per un ammontare complessivo di 870 miliardi di euro; è vero che anche la Germania, gelosa custode del principio del pareggio di bilancio, ha appena varato un vasto programma d’investimenti per 1.100 miliardi, di cui 156 a debito, portando il deficit statale per il corrente anno fiscale al 3%, ma è altrettanto vero che un gruppo di Paesi, prevalentemente del Nord Europa (Austria, Finlandia, Germania e paesi Bassi) si sono per ora opposti alla creazione degli Eurobonds che permetterebbero ai Paesi membri di eurolandia di mutualizzare i debiti e finanziarsi sui mercati a tassi d’interesse più bassi o addirittura nulli.

Ma la recessione s’avanza, così come il virus, e questi due fattori potrebbero spingere gli Stati, anche quelli più riottosi a rivedere i propri atteggiamenti.

E’ forse proprio per convincere le ortodosse vestali dell’austerità che in questi giorni l’ex Presidente della BCE Mario Draghi è intervenuto sulle colonne del Financial Times per sottolineare come la situazione in cui ci troviamo sia profondamente diversa da quella del 2011-12 quando una valanga di debiti sovrani stava soffocando i PIGS e l’euro rischiava di saltare per effetto della speculazione.

Draghi ha sostanzialmente invitato gli Stati a far debiti per soccorrere le imprese che rischiano di fallire, licenziando i propri dipendenti:

«L’economia – scrive – lancia segnali preoccupanti giorno dopo giorno. Le aziende di ogni settore devono far fronte alla perdita di introiti, e molte di esse stanno già riducendo la loro operatività e licenziando i lavoratori. Appare scontato che ci troviamo all’inizio di una profonda recessione.

La sfida che ci si pone davanti è come intervenire con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura, resa ancor più grave da un’infinità di fallimenti che causeranno danni irreversibili. È ormai chiaro che la nostra reazione dovrà far leva su un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito a cui va incontro il settore privato – e l’indebitamento necessario per colmare il divario – dovrà prima o poi essere assorbita, interamente o in parte, dal bilancio dello stato. Livelli molto più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e dovranno essere accompagnati dalla cancellazione del debito privato.

Il giusto ruolo dello stato sta nel mettere in campo il suo bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro scossoni di cui il settore privato non ha alcuna colpa, e che non è in grado di assorbire.»

L’uomo che nel 2012 col proprio »what ever it takes» dimostrò che la BCE avrebbe utilizzato tutte le armi a propria disposizione per bloccare la speculazione ai danni dell’Euro, soggiunge:

«La questione chiave non è se, bensì come lo stato debba utilizzare al meglio il suo bilancio. La priorità non è solo fornire un reddito di base a tutti coloro che hanno perso il lavoro, ma innanzitutto tutelare i lavoratori dalla perdita del lavoro. Se non agiremo in questo senso, usciremo da questa crisi con tassi e capacità di occupazione ridotti, mentre famiglie e aziende a fatica riusciranno a rimettere in sesto i loro bilanci e a ricostruire il loro attivo netto.»

In altre parole, Draghi consiglia i governi a farsi carico del rischio che nei prossimi mesi aumenti, a fronte d’una recessione ormai conclamata, una disoccupazione di massa che avrebbe pesanti contraccolpi sugli assetti sociali.

«Davanti a circostanze imprevedibili – conclude – per affrontare questa crisi occorre un cambio di mentalità, come accade in tempo di guerra. Gli sconvolgimenti che stiamo affrontando non sono ciclici. La perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono vittima. E il costo dell’esitazione potrebbe essere fatale. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti ci sia di avvertimento.»

Già, cambio di mentalità: sta proprio qui il punto cruciale della questione. La crisi che ci sta travolgendo mette anche in discussione delle certezze che parevano indiscutibili e che però alla prova dei fatti sono inadeguate alle circostanze in cui ci troviamo.

In casi come questi, far finta che non stia succedendo nulla o, peggio perseverare sui propri errori, può determinare degli sviluppi assolutamente indesiderabili.

La crisi del ’29, cui allude in conclusione Mario Draghi, assieme ad altre cause, mise le ali al nazismo in Germania, sconquassò gli assetti politici in molti paesi, favorì i totalitarismi ed, in ultima analisi, gettò le basi per il catastrofico secondo conflitto mondiale.

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INTERNET A BENEFICIO DI SCUOLA E CULTURA

Chi si sarebbe immaginato solo poco tempo fa che Internet sarebbe diventato un luogo dove fare scuola e dove produrre eventi culturali, come concerti, performance teatrali, mostre,visite guidate ed altro ancora.

Per anni il web era soprattutto sede dell’inutile chiacchiericcio delle reti sociali, dove si alimentava il narcisismo delle persone coi “mi piace” e coi milioni di followers.

Poiché i governi hanno chiuso i teatri, i musei, le biblioteche ecco fiorire un sacco di idee per riempire di senso le giornate di chi è confinato a casa e comunque vuole tenersi allenato il cervello.

allo stesso modo, la scuola dalle elementari alle università ha lanciato l’e-learning: in tutti gli istituti docenti ed alunni stanno collegati diverse ore al giorno per fare lezione, realizzare laboratori, in una parola, proseguire con l’apprendimento.

chi pensava che questo periodo sarebbe stata una vacanza fuori programma è probabilmente rimasto deluso, anche se qua e là per il Paese vengono denunciate carenze ed inadeguatezze.

La scuola via web forse non sostituirà la scuola normale, vissuta in classe da insegnanti e ragazzi, ma probabilmente sarà difficile un domani non mantenere in piedi delle consuetudini per cui una parte del lavoro didattico viene effettuato in aula ed un’altra parte in collegamento da remoto.

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TORNA LA FIDUCIA NELLA MEDICINA.

Per qualche tempo medici e paramedici sono stati oggetto d’aggressioni sempre più frequenti, oggi vengon definiti eroi perché si sobbarcano sacrifici enormi pur di far fronte all’emergenza Coronavirus.

Giustamente, anche stasera, il Presidente della Repubblica in un suo videomessaggio ha ringraziato il personale sanitario per l’enorme lavoro che sta svolgendo a beneficio della collettività.

Si dice che negli anni i governi abbiano tagliato gl’investimenti nel settore sanitario per oltre 37 miliardi e la ricerca scientifica in questo ambito è stata notevolmente ridimensionata: forse quando sarà possibile riesaminare i fatti di queste settimane a mente fredda diverrà chiaro che investire in salute,come anche in istruzione, ricerca ed altri settori ritenuti per decenni non produttivi è fondamentale per assicurare un futuro ad un paese che per tanti motivi ha bisogno di ridefinirlo.

Già, il cambio di mentalità che qui a noi pare necessario poggia sulla necessità d’immaginare e progettare un futuro non da qui a cinque anni, lo spazio d’una legislatura, ma a più lungo termine per rilanciare prospettive di crescita socioeconomica che vedano la compresenza di servizi pubblici e imprese private, settori di servizio e aree che operano per ottenere un profitto da reinvestire. e poi rammodernare le infrastrutture come strade, ferrovie e reti di comunicazione che sono fondamentali per una nazione del terzo millennio che vuole sentirsi ed essere avanzata.

PIER LUIGI GIACOMONI

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NOTE:

[1] https://www.corriere.it/editoriali/20_marzo_25/attenti-non-dobbiamomollare-troppo-presto-83c6c72c-6ecb-11ea-925b-a0c3cdbe1130.shtml#commentFormAnchor
[2] www.senato.it – La Costituzione – Articolo 81
[3] https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/26/coronavirus-lintervento-integrale-di-draghi-sul-ft-quella-contro-il-covid-19-e-una-guerra-e-dobbiamo-muoverci-di-conseguenza/5750551/