COLOMBIA: NIENTE PACE TRA GOVERNO E FARC
(3 Ottobre 2016).

BOGOTA’. A sorpresa la maggioranza dell’elettorato colombiano ha detto no al trattato di pace firmato solo una settimana fa tra il governo e le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia).

I voti contrari sono stati il 50,25% mentre quelli favorevoli, il 49,75%: concretamente, la differenza tra i sostenitori ed avversari è di 65 mila voti circa.

Alle urne si sono presentati circa 13 milioni di elettori su un totale di 38 milioni: cioè un astensionismo del 62%.

Il referendum, non necessario per ratificare l’accordo, era stato indetto precipitosamente dal Presidente della Repubblica, Juan Manuel Santos Calderón, nella convinzione d’ottenere una sonora vittoria sul suo rivale l’ex Presidente Alvaro Uribe vélez, sceso in campo con energia per il no.

Un paese diviso in due. Addentrandosi nell’analisi del voto, si scopre che la Colombia rurale, quella parte del Paese che più ha sofferto delle rappresaglie delle FARC, ha accettato l’intesa, anche perché prevedeva il varo della riforma agraria, da tempo attesa, nonché la smobilitazione delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia), formazione d’estrema destra nazionalista, colpevole di numerosi delitti ai danni dei campesinos accusati di spalleggiare le FARC.

Invece, l’elettorato urbano ha risposto massicciamente di no, soprattutto per il timore che i guerriglieri venissero amnistiati ed ammessi al Congresso Nazionale, malgrado i loro numerosi omicidi.

Tuttavia, fanno rilevare alcuni commentatori, proprio le aree urbane sono state relativamente meno toccate dalla guerriglia ed hanno vissuto come se quella violenza non le toccasse.

In questo modo, ha avuto buon gioco Uribe nel sostenere in tutta la campagna elettorale, anche nelle ore immediatamente precedenti l’apertura dei seggi che il documento di 297 pagine negoziato a Cuba e firmato il 26 settembre scorso a Cartagena de Indias era «un accordo-tradimento che garantisce l’impunità a un gruppo di delinquenti che si sono dedicati per anni al traffico di droga, il sequestro, lo stupro e il reclutamento di minorenni.»

A dar man forte ad Uribe sono scesi in campo anche ex sequestrati delle FARC che hanno raccontato ai media le loro tristi storie.

Riprenderà la guerra? Santos e i suoi sperano che le FARC non riprendano i combattimenti, i rapimenti, le rappresaglie e le uccisioni.

I primi segnali che giungono dal mondo della guerriglia paiono distensivi, ossia non sembra che abbiano imediatamente intenzione di riprendere le armi.

Anche il Presidente Santos ha fatto sapere che non intende né rinunciare alla carica, come si temeva, né rimangiarsi l’impegno preso per il raggiungimento d’una pace che ponga fine ad una guerra civile che dura ormai dal 1964 ed ha prodotto 200 mila morti e 7 milioni di sfollati.

Per oggi, il Capo dello stato ha convocato tutti i partiti politici, compresi quelli che erano dalla parte del No per studiare possibili vie d’uscita alla crisi.

Per la seconda volta in quest’anno, un referendum non necessario crea una crisi di cui non si sentiva il bisogno; ancora una volta, un leader politico rischia il tutto per tutto, e perde, per l’ambizione di chiudere una volta per sempre una questione annosa; ancora una volta, i sondaggi traggono in inganno i politici e fanno balenare nelle loro menti delle prospettive che concretamente poi non si realizzano.

Il referendum, soprattutto quando è libero,ma libero veramente, è un’arma a doppio taglio perché può dare grande consenso a chi lo vince, ma anche grande delusione a chi credeva di prevalere e si trova invece battuto. Ne sa qualcosa David Cameron che si è giocato la carriera politica per una votazione non necessaria e che porterà la Gran Bretagna fuori dall’UE, ma questa è un’altra faccenda di cui avremo presto occasione di riparlare.

PIER LUIGI GIACOMONI