XENOFOBIA E PROTEZIONISMO: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA
(27 Maggio 2017)

WASHINGTON. In questo 2017 si sono ribaltati i paradigmi culturali della destra e della sinistra: la destra, ad esempio i repubblicani americani, una volta radicalmente liberisti e mercatisti, sono divenuti isolazionisti e keynesiani, la sinistra, ad esempio i democratici statunitensi, sono vigorosamente liberisti ed antistatalisti.

Allo stesso modo, i repubblicani vogliono porre ostacoli alla migrazione, vogliono stracciare gli accordi di libero scambio già pattuiti e che hanno arrecato tanti vantaggi all’economia nordamericana, mentre i democratici difendono il NAFTA, il TPP, gli accordi sul clima e vorrebbero firmare il TTIP con l’Europa perché ne condividono l’impostazione.

I cambiamenti in atto nel GOP sono d’importanza storica perché potrebbero preludere a dei profondi mutamenti della scena globale, ma potrebbero anche preludere ad un progressivo ridimensionamento della potenza americana con conseguenze difficilmente misurabili.

Una vecchia legge storica sostiene infatti che quando una superpotenza comincia ad isolarsi, ecco, quello è l’inizio della sua fase declinante: per tutto il Novecento gli USA sono stati il paradigma della società aperta alle novità ed alla meritocrazia, ora nel XXI secolo divengono invece il Paese della chiusura a riccio, una nazione sospettosa e diffidente, arrogante ed aggressiva, ostile a tutti i cambiamenti.

Siccome vi è chi fra gli storici ha fatto un parallelismo tra la storia americana e quella dell’impero romano, anche noi accettiamo la sfida ed il rischio dell’anacronismo e volgiamo lo sguardo al momento in cui i Cesari affrontarono e gestirono vaste ondate migratorie, mentre lo Stato stava attraversando una fase di grave crisi economica e demografica, con deprezzamento della moneta, ed andava spegnendosi l’apporto degli schiavi, vera manodopera a basso costo della romanità.

Forse potremo trarre da quegli eventi così lontani utili insegnamenti per il tempo in cui ci è toccato vivere.
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Il mondo romano. L’Impero romano per secoli, sia per fronteggiare frequenti crisi demografiche, sia per rimpinguare l’esercito, vera spina dorsale dello Stato, accolse o deportò intere popolazioni.

Racconta per esempio lo storico greco del IV secolo d. C. Ammiano Marcellino:

«Si diceva che una moltitudine di barbari, cacciata improvvisamente dalle sue sedi, vagava con i propri cari in gruppi dispersi attorno al Danubio. Questi avvenimenti furono confermati dall’arrivo degli ambasciatori dei barbari i quali pregavano e supplicavano che il loro popolo, bandito dalle sue terre, fosse accolto al di là del fiume.
Per i Romani la situazione fu motivo più di gioia che di paura. L’imperatore poteva procurarsi dalle più lontane regioni tante reclute da poter disporre di un esercito invincibile. Invece dei soldati, che ogni anno le province inviavano, si sarebbe riversata nelle casse dello stato una grande quantità di denaro.

Ottenuto, per concessione dell’imperatore, il permesso di attraversare il Danubio, i barbari venivano trasportati in schiere oltre il fiume, giorno e notte, su navi, zattere e tronchi d’albero scavati. Parecchi perirono annegati perché, a causa della gran massa di gente, tentavano di attraversare a nuoto contro corrente.»

Nello stesso periodo un retore, Temistio, celebre a Costantinopoli, in un discorso rivolto all’imperatore Valente osservava che una volta i barbari venivano semplicemente uccisi, ma «oranon si fa più così» e proseguiva:

«Adesso i nostri imperatori hanno imparato a risparmiarli, ad accoglierli, a farli venire qui in mezzo a noi. e’ giusto? Sì, è giusto, perché in ogni uomo c’è un elemento barbarico, selvatico e ribelle: la rabbia e la voglia sono l’antitesi della ragione, così come i Germani o i Goti sono l’antitesi dei romani.
Ma quando queste passioni insorgono è impossibile, inutile, tentare di reprimerle, eliminandole.
Perché la Natura aveva un suo scopo preciso quando le ha create. e’ compito della virtù sottometterle agli ordini della ragione e renderle docili.
E’ compito dei prìncipi, quando hanno soggiogato i barbari, non eliminare del tutto questa componente della natura umana, ma salvarli e proteggerli, facendoli diventare parte dell’impero. Chi perseguita i barbari fino alla fine si comporta come imperatore solo dei romani, ma chi li sottomette e poi ha pietà di loro, si comporta come imperatore di tutti gli uomini.»

Nel mondo romano, però, il dibattito se accogliere o respingere i “barbari” era vivace e vedeva contrapposti il partito dell’accoglienza e quello della separazione e del respingimento.

Nel 48 d.C. a Roma scoppia un putiferio tra senatori: l’imperatore Claudio vuole aprire le porte dell’assemblea ad elementi dell’élites gallica, sottomessa ai romani da quasi un secolo e che già aveva ricevuto la cittadinanza.

Tacito racconta:

«alcuni affermavano che l’Italia non era poi così mal ridotta da non poter rifornire con elementi suoi il Senato di Roma. Un tempo erano bastati i Romani ai popoli di eguale stirpe, né l’antica repubblica aveva avuto a pentirsene, ché anzi si ricordavano ancora esempi di virtù e di gloria, tramandati intorno al carattere dei Romani dei tempi antichi. Non era forse già grave il fatto che Veneti ed Insubri fossero stati immessi in Senato, senza che fosse necessario immettervi ora, con una massa informe di stranieri, quasi una turba di prigionieri? Quale dignità sarebbe rimasta a quei pochi superstiti della vera nobiltà, oppure a quei senatori latini, se qualcuno ve n’era ancora, che fossero ridotti a povertà? Tutte le cariche sarebbero state ora occupate da quei ricchi, i cui nonni e bisnonni, capi di nazioni nemiche, avevano assalito e tagliato a pezzi i nostri eserciti, e stretto d’assedio il divo Giulio presso Alesia. Godessero pure i capi di quel popolo dei diritti della cittadinanza romana, ma non si prostituissero le dignità antiche e il decoro delle cariche pubbliche.

Tali discorsi non commossero il principe che, convocato il Senato, si affrettò a confutarli, cominciando così: “I miei maggiori, al più antico dei quali, Clauso, venuto dalla Sabina, furono conferiti insieme la cittadinanza romana e il patriziato, mi esortano ad adottare gli stessi criteri nel governare lo Stato, col far venire in Roma quanto di pregevole vi sia altrove. Non ignoro, infatti, che i Giulii furono chiamati da Alba, i Coruncanii da Camerio, i Porcii da Tuscolo e, per non risalire ad epoche più antiche, dall’Etruria, dalla Lucania e da tutta l’Italia furono chiamati uomini al Senato romano. L’Italia stessa portò i suoi confini alle Alpi, in modo che non solo i singoli individui, ma le terre e le genti si congiunsero strettamente in nostro nome. Allora in patria fiorì pace duratura e noi toccammo il massimo della potenza nei rapporti con le altre genti, quando, accolti come cittadini i Traspadani, si poté risollevare l’indebolito impero, assimilando i migliori elementi provinciali, col pretesto di fondare colonie militari. E’ il caso, forse, di pentirsi che dalla Spagna siano venuti i Balbi e dalla Gallia Narbonese uomini non meno famosi? Rimangono i loro discendenti, che non sono a noi secondi nell’amore verso questa patria. A quale altra cagione fu da attribuirsi la rovina degli Spartani e degli Ateniesi, se non al fatto ch’essi, per quanto prevalessero militarmente, tenevano i vinti in conto di stranieri? Romolo, fondatore della nostra città, fu invece così saggio che ebbe a considerare parecchi popoli in uno stesso giorno prima nemici e subito dopo concittadini. Stranieri ebbero presso di noi il regno, e l’affidare a figli di liberti uffici pubblici, non è, come molti falsamente credono, cosa di questi tempi, ma già era stato fatto nella precedente costituzione. E’ pur vero che noi combattemmo contro i Senoni, ma non si sono forse mai schierati contro di noi in campo aperto i Volsci e gli Equi? Fummo sottomessi ai Galli, ma abbiamo anche consegnato ostaggi ai Tusci ed abbiamo subito dai Sanniti l’umiliazione del giogo. Pur tuttavia, se esaminiamo tutte le guerre, vediamo che nessuna si concluse in più breve tempo che quella contro i Galli, coi quali in seguito fu pace continua e sicura. Ormai essi si sono assimilati a noi nei costumi, nelle arti, nei vincoli di sangue; ci portino anche il loro oro, piuttosto che tenerlo per sé. O padri coscritti, tutte le cose che si credono ora antichissime, furono nuove un tempo: dopo i magistrati patrizi vennero i plebei, dopo i plebei i Latini, dopo i Latini quelli degli altri popoli italici. Anche questa nostra deliberazione invecchierà, e quello che oggi noi giustifichiamo con antichi esempi, sarà un giorno citato fra gli esempi”.»

Lo stato romano, dunque, fu un esempio di integrazione riuscita dello straniero: questi, soprattutto se apparteneva all’aristocrazia, poteva ottenere pure la cittadinanza romana ed esser protetto dagli abusi, come avvenne nel I secolo d.C. a San Paolo. Narrano infatti gli Atti degli apostoli che ad un certo punto Paolo è arrestato e, poco prima d’esser sottoposto alla flagellazione chiede:

«Vi è lecito flagellare un cittadino romano, e per di più non ancora
giudicato?».

Udito ciò, il centurione si avvicinò al tribuno per
avvertirlo dicendo: «Che cosa stai per fare? Quest’uomo è romano! ».

Allora, avvicinatosi, il tribuno gli disse: «Dimmi, tu sei romano?».
Egli rispose: «Sì!».

«Io – riprese il tribuno – ho acquistato questa cittadinanza a caro prezzo».
E Paolo: «Io invece vi sono nato».
Subito si allontanarono da lui quelli che stavano per interrogarlo. Anche il
tribuno si intimorì, avendo saputo che era romano, poiché lo aveva
fatto legare.»

Nel 212 d. C. l’imperatore Caracalla concesse la cittadinanza romana a tutti i liberi che abitavano nel territorio dell’impero, allargando di fatto la platea dei Romani a persone di origini diverse: del resto lo stesso sovrano era africano ed era divenuto imperatore.
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Oggi. In tutto il mondo è in atto una forte ondata migratoria dalle aree meno sviluppate a quelle più avanzate e dappertutto i governi cercano d’arginare il fenomeno, perché se da un lato i Paesi ricchi sanno d’avere bisogno di manodopera, dall’altro temono contraccolpi in quella parte dell’opinione pubblica che teme di perdere occasioni di lavoro. Allo stesso tempo cresce la voglia di alzare barriere protezionistiche contro l’invasione di merci a basso costo, provenienti da Paesi votati prevalentemente all’esportazione, perché si teme che vengan danneggiate le imprese nazionali che lavorano negli stessi settori: è ad esempio il caso del tessile e dell’abbigliamento, dove i prodotti made in China tendono ad acquisire fette di mercato a spese delle produzioni locali.

Allo stesso tempo, però, le grandi multinazionali hanno bisogno di delocalizzare la produzione in aree dal costo del lavoro più basso per massimizzare i profitti.

In più, l’economia di oggi non si basa più solo sulla produzione di oggetti, ma anche su attività “virtuali”.

Facciamo alcuni esempi:

• Uber, la più grande compagnia di taxi al mondo, non possiede vetture.
• Facebook, proprietario del social network più popolare del mondo, non crea contenuti.
• Alibaba, il rivenditore online più efficace al mondo, non ha prodotti in magazzino.
• Airbnb, il più grosso fornitore al mondo di soggiorni alberghieri, non possiede una sola casa.

Le aziende di cui stiamo parlando hanno in comune una cosa: tutte hanno creato piattaforme fiduciarie nelle quali l’offerta incontra la domanda per oggetti e servizi che nessuno aveva pensato in precedenza di mettere a disposizione: una camera da letto in più nella propria casa, un posto a bordo della propria auto. Oppure sono piattaforme comportamentali che hanno generato come sottoprodotto informazioni di altissimo valore (su noi stessi) per i venditori o i pubblicitari, oppure sono piattaforme nelle quali la gente comune può farsi un nome per poi offrirsi al mercato su scala globale.

Che fine farebbero tutte queste imprese se scoppiassero guerre commerciali tra un Paese e l’altro? Quali conseguenze avrebbe sull’intero pianeta l’emergere di conflitti commerciali tra diverse nazioni? Siamo sicuri che ne trarrebbero vantaggio quelli che a causa della globalizzazione e della delocalizzazione delle produzioni han perso il loro posto di lavoro? Siamo sicuri che sia corretto mantenere in piedi procedimenti di lavorazione obsoleti, piuttosto che riqualificare i lavoratori ed impiegare i perdenti posto in impieghi di nuovo conio, più aderenti alla realtà economica?
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Il Concetto di “economia-mondo”. Già dal Settecento si sviluppò un’economia su scala planetaria. Tale modello, denominato dagli studiosi “economia-mondo” attribuiva a ciascuna area del globo una sua funzione nel processo di divisione del lavoro: in alcune aree si raccoglievano le materie prime, in altre si procedeva ad una prima lavorazione, in altre si assemblavano i diversi pezzi… tale fu il modello su cui si basò la rivoluzione industriale inglese del tardo XVIII secolo, dove il cotone coltivato e raccolto in India veniva lavorato a Manchester in modo da produrre tessuti che poi erano rivenduti in tutto il mondo. Questo processo fu la base per successivi sviluppi che sono giunti fino ai nostri giorni. Molti credono ad esempio che un’automobile sia prodotta in un solo Paese: in realtà ciò che noi acquistiamo per i nostri spostamenti è il frutto di tante fasi di lavorazione che si sviluppano nei quattro angoli del mondo e che al termine confluiscono in un oggetto marchiato in Francia, Germania o Italia, ma lavorato anche in Cina, Corea, Filippine, Irlanda, Brasile e in numerosi altri Paesi.

Che si tratti allora di prodotti a basso valore aggiunto tecnologico, come può esser una maglietta o ad alta presenza di software, come può esser un’automobile o un computer, comunque è necessaria una forte interrelazione tra Paesi diversi.

Senza contare che i mercati sono ormai universali:

«È a partire dal 2001 – scrive Federico Rampini – con l’ingresso della Cina nel Wto, che la storia imbocca una svolta improvvisa e dalle conseguenze inattese. La «cooptazione» della Repubblica popolare, la più grande nazione del pianeta e una superpotenza comunista, è un progetto made in Usa. Il capitalismo americano ha già articolato la sua strategia delle delocalizzazioni: spostare il manifatturiero dove i costi del lavoro sono più bassi, delegare alla periferia dell’impero le produzioni più inquinanti, concentrarsi sulle attività ad alto valore aggiunto. La Silicon Valley californiana ha capito per prima i vantaggi di una simbiosi con la Cina, la catena produttiva di Apple voluta da Steve Jobs è esemplare: gli ingegneri del software stanno a Cupertino in California, gli operai a Shenzhen in Cina.

In Cina vince l’ala tecnocratica e pro business del Partito comunista, emarginando un’opposizione interna che rifletteva le stesse paure dei no-global occidentali: l’ala sinistra cinese era convinta che il Wto sarebbe stato il cavallo di Troia per la colonizzazione del paese a opera delle multinazionali occidentali. A partire dal dicembre 2001 la Cina entra a tutti gli effetti a far parte del «nostro mondo». Come membro del Wto le si spalancano nuovi mercati. Ha inizio una storia spettacolare di decollo trainato dalle esportazioni. Sarà uno shock storico. Il miracolo cinese si produce su dimensioni che non hanno precedenti. Dopo la Cina tocca all’India di Sonia Gandhi e Manmohan Singh; anche «l’elefante addormentato» si risveglia alla crescita con una terapia di liberalizzazioni (sia pure meno radicali di quelle cinesi e corrette da robuste dosi di protezionismo). Ben presto la geografia dello sviluppo si allarga, l’economista di Goldman Sachs Jim O’Neill inventa l’acronimo dei Brics, aggiungendo a Cindia anche Brasile, Russia e, infine, Sudafrica. Ironia della sorte, la sigla dei Brics, nata nell’ufficio studi della Goldman Sachs, finisce per materializzarsi in una realtà geopolitica, coi leader di quei cinque paesi che si riuniscono periodicamente in summit appositi dai quali l’Occidente è escluso.

In un quarto di secolo nasce nei paesi emergenti un ceto medio di 800 milioni di persone, un mercato immenso. Per loro, la globalizzazione ha un segno positivo.»

«La globalizzazione – dice l’economista Branko Milanovic – ha reso il mondo meno ineguale nel senso che ha accorciato le distanze Nord-Sud; ma all’interno di ogni nazione ha divaricato la sorte dei ricchi da quella di tanti altri.»

Ne deriva che qui nel Nord del mondo, dove ci siamo abituati a degli standard di benessere molto elevati e molto costosi, esplode la reazione popolare all’avanzata sulla scena internazionale dei Paesi emergenti.

Essa si rivolge contro le élites dirigenti, accusate d’essere tutt’uno con le multinazionali, le grandi banche ed i centri veri del potere.

Se, però,nella prima decade degli anni duemila alla globalizzazione si contrapponeva un arcobaleno di forze costituito da sindacati, ONG e gruppi di base, preoccupati per il possibile prevalere delle logiche del “pensiero unico neoliberista”, nella seconda decade, quella che stiamo vivendo, complice anche la crisi economica globale scoppiata in America nel 2008, ha prevalso una linea neonazionalista che punta a separare gli Stati a ridare vita alle sovranità.

Tra i fautori di questa linea, che potremmo definire “sovranista”, vi è un miliardario che si è fatto un nome ed un patrimonio con investimenti a livello globale: Donald J. Trump che ha illustrato il suo pensiero col discorso d’insediamento pronunciato il 20 gennaio scorso:

«Per molti decenni – ha detto il nuovo Presidente – abbiamo arricchito industrie straniere a spese dell’industria americana; sostenuto gli eserciti di altri Paesi, mentre dissipavamo la forza del nostro;
abbiamo difeso i confini di altre nazioni, mentre rifiutavamo di difendere i nostri;
e spendevamo miliardi e miliardi di dollari all’estero, mentre le nostre infrastrutture cadevano a pezzi giorno dopo giorno.

Abbiamo reso ricchi altri Paesi, mentre il benessere, la forza e la fiducia dei nostri concittadini venivan dissipate.

Una dopo l’altra, le nostre fabbriche chiudevano senza nemmeno una parola di conforto verso quei milioni e milioni di operai americani che venivano lasciati senza lavoro.

Il reddito della nostra classe media è stato falcidiato e redistribuito in giro per il mondo.

Ma questo è il passato: ora noi stiamo costruendo il nostro futuro.

Siamo qui riuniti oggi per emanare un nuovo decreto che deve essere udito in ogni città, in ogni capitale estera ed in ogni sede del potere.

Da questo giorno in avanti una nuova visione governerà il nostro paese: prima l’America, prima l’America!

Ogni decisione sul commercio, sulle tasse, sull’immigrazione, sulla gestione delle frontiere sarà adottata a beneficio degli americani: noi proteggeremo il nostro paese dalle minacce che verranno alla nostra economia da altri Paesi, sostenendo i nostri prodotti agricoli, il nostro acciaio, le nostre aziende e ci batteremo contro tutto ciò che vorrebbe distruggere i nostri posti di lavoro.»

Al di là della retorica è possibile oggi tornare alle piccole patrie, alle sovranità nazionali così come si sono sviluppate nel corso dei secoli? E’ possibile elevare delle barriere commerciali per proteggere prodotti locali dalla penetrazione di merci a basso costo? E’ possibile bloccare il flusso delle delocalizzazioni? e’ possibile fare a meno del contributo di manodopera straniera disposta a lavorare qui a costi più bassi, arginando le conseguenze del calo demografico e dell’invecchiamento della popolazione nostrana? e’ immaginabile che il nostro oneroso sistema di previdenza sociale possa reggersi a lungo senza il contributo di giovani lavoratori provenienti dai cinque continenti che versano i contributi per mantenere i nostri longevi anziani, figli del baby boom degli anni cinquanta e Sessanta?

I Romani, a loro modo, diedero una risposta a queste domande, aprendo le porte dell’impero e permettendo l’ingresso di popoli che prima venivan chiamati “barbari”, ma che poi furono assimilati: ora tocca alla nostra civiltà scegliere una strada od un’altra, sapendo che a seconda di come ci comporteremo potremo gettare le basi per futuri conflitti, oppure per proficue collaborazioni tra popoli diversi, ma sempre appartenenti al genere umano.

PIER LUIGI GIACOMONI