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UNGHERIA. ORBAN OTTIENE PIENI POTERI

Aprile 3, 2020 • Pierluigi Giacomoni

UNGHERIA. ORBAN OTTIENE PIENI POTERI
(3 Aprile 2020)

BUDAPEST. Viktor Orbán, da dieci anni capo del governo ungherese, ha ottenuto dal Parlamento di Budapest pieni poteri.

La legge, approvata lunedì 30 marzo con 137 sì e 53 no, consente al primo Ministro d’emanare decreti pienamente esecutivi a tempo indeterminato coi quali può:

– far arrestare chiunque diffonda notizie “false” sul coronavirus o sull’azione del governo e chiedere che gli autori degli articoli sian condannati dai tribunali a 5 anni di carcere;
– sciogliere il Parlamento, governare per decreto e deporre le autorità locali;
– far condannare fino a 8 anni di reclusione chiunque affetto da coronavirus non si adegui alle misure adottate dalle autorità;
– abrogare o modificare leggi già esistenti o introdurne di nuove.

Invano, le opposizioni hanno proposto emendamenti volti a limitare temporalmente i pieni poteri, stabilendo ad esempio che lo stato d’eccezione termini entro 90 giorni (l’emergenza in Ungheria è in vigore dall’11 marzo), ma la maggioranza della camera ha detto no.

Al Parlamento resta il diritto formale di controllare l’operato dell’esecutivo, la Corte costituzionale ha il permesso di lavorare in smart working. In realtà Orbán adesso ha solo il dovere di informare con briefing-lampo il presidente della Camera e i capigruppo parlamentari, poi può fare tutto da solo.

Le norme frettolosamente approvate e promulgate dal Capo dello Stato János Ader, uomo di fiducia di Orbán, inquietano gli attivisti per la libertà  d’informazione, anche perché dal 2015 è in vigore nel Paese un altro stato d’eccezione proclamato per far ftronte alle migrazioni.

Il timore perciò è che, una volta esauritasi la pandemia, Orbán mantenga i superpoteri acquisiti a tempo indeterminato.

«Oggi inizia la dittatura senza maschera di Orbán», ha denunciato il leader dei socialisti ungheresi Bertalan Toth, mentre il numero uno del partito nazionalista Jobbik, dal cui gruppo parlamentare sono venuti 4 voti in sostegno del capo del governo, Péter Jakab, ha parlato di «colpo di Stato», affermando che la situazione attuale non giustifica lo stato d’emergenza così come si configura nella legge e che il voto in Parlamento dà al premier poteri illimitati che verranno usati per rafforzare la sua presa sul Paese piuttosto che per contrastare la diffusione del coronavirus.

«Mentre l’Ue – scrive Avvenire – si riserva di valutare la mossa di Orbán, anche la direttrice dell’ufficio Istituzioni democratiche e diritti umani dell’Osce in Europa, Ingibjörg Gásladóttir, ha espresso preoccupazione: “Lo stato d’emergenza, ovunque sia dichiarato e per qualsiasi motivo, deve essere proporzionato al suo scopo e restare in vigore solo il tempo assolutamente necessario”.»

E’ «un EPISODIO – commenta Massimo congiu sul Manifesto – che ai critici appare come un’opera di vandalismo politico attuata senza freni inibitori, cogliendo lo spunto dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid 19 che vede le autorità del paese dichiarare 492 casi di infezione, 16 decessi, 61 quarantene e 37 guarigioni. «La crisi in atto non giustifica il ricorso a questi mezzi estremi» secondo i critici, che riprendono quanto già detto oltre una settimana fa dalla commissaria del Consiglio d’Europa per i diritti umani, Dunja Mijatovic, secondo la quale anche in situazioni come quella che stiamo vivendo devono essere garantiti il lavoro del Parlamento e la libertà d’informazione.»

durante l’aspro dibattito parlamentare il Premier spazientito ha gridato «Chi non vota per questa legge sta dalla parte del virus», mentre riferendosi alle critiche provenienti da Bruxelles, peraltro fin qui abbastanza timide: «Ho risposto ai frignoni europei di non avere il tempo di discutere questioni giuridiche senz’altro appassionanti ma teoriche» quando ci sono «vite da salvare» e «Se l’Europa non è in grado di aiutarci almeno eviti di ostacolare i nostri sforzi per difenderci».

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AUTORITARISMO COMPETITIVO

L’ultima mossa di Orbán è solo il culmine di un percorso autoritario che dura da anni e che si è dipanato sotto lo sguardo spesso benevolo delle opinioni pubbliche europee. E contro il quale finora le istituzioni comunitarie non hanno saputo, o voluto, trovare una risposta efficace.

Da dieci anni il governo ha imposto una serie di riforme illiberali: prima di tutto ha riscritto la costituzione, poi ha ridotto le garanzie democratiche, attuato una brutale propaganda sulla pelle di migranti e minoranze, ha demolito la libertà di stampa, assoggettando all’esecutivo ed al partito dominante radio, tv e giornali, quasi tutti divenuti o di proprietà dello Stato o di amici del Premier. Nell’ambito della legislazione sul lavoro ha adottato una legge che ha aumentato gli orari di lavoro ed imposto straordinari più onerosi.

Ha modificato la legge elettorale in modo da assicurare a fidesz la maggioranza assoluta alla camera: infatti alle ultime elezioni politiche del 2018 il quasi partito unico ha ottenuto i due terzi dei seggi, vantaggio che consentirebbe, se necessario, anche di modificare ulteriormente la legge fondamentale.
Nemmeno la scuola è stata lasciata da parte: è stata eliminata la libertà d’insegnamento e sono stati introdotti libri di testo che fomentano il revanscismo magiaro (l’Ungheria vorrebbe che le comunità magiare presenti negli stati vicini – Serbia, Slovenia, Slovacchia e Romania – si unissero nella grande patria).
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Il nuovo giro di vite autoritario fa immaginare che in caso di problemi seri per il paese, la responsabilità potrà essere addossata ai dissidenti, sfavorevoli all’unità nazionale.

Tutto questo è avvenuto attraverso un meccanismo formalmente ineccepibile: il vero problema sta proprio qui.

Non tanto nella proclamazione d’uno stato d’emergenza, previsto in molte legislazioni di Nazioni specchiatamente democratiche, ma nel meccanismo che l’ha reso possibile: Orbán, oltre a disporre, come s’è detto, d’un’ampia maggioranza parlamentare, sa che in queste circostanze, l’opinione pubblica tende a stringersi intorno al leader e ad unire le forze nazionali in modo da sconfiggere la minaccia esterna costituita dal virus.

Sa anche che la sua propaganda, almeno nel breve periodo, metterà ai margini le critiche per le condizioni insoddisfacenti in cui si trova il sistema sanitario.

Così come sa che le inchieste giornalistiche sulla corruzione dilagante nel regime in questo momento non troveranno alcuno spazio presso l’opinione pubblica. Anche se, riferisce Congiu che conosce bene la realtà ungherese, sulle reti sociali diversi cittadini di quel paese sono preoccupati per la svolta dittatoriale impressa dal Capo del governo.

Da ultimo, egli può contare sulle divisioni tra i partiti d’opposizione dilaniati da conflitti interni che l’avvantaggiano.

Comunque, «nell’Ungheria di Orbán – scrive Internazionale – l’accumularsi di riforme illiberali ha finito per trasformare il modello politico in quell’ibrido semidemocratico che gli studiosi chiamano “autoritarismo competitivo”, cioè un sistema in cui la competizione sopravvive ma è pesantemente falsata a favore del partito al potere.»

In pratica, sul piano formale, l’Ungheria è una democrazia dove periodicamente si vota, c’è un Parlamento, ci sono delle autorità locali, una magistratura, una stampa, dei media…, ma in realtà tutto è sotto il controllo di Orbán e dei suoi accoliti e sostenitori e nessuno che non faccia parte della stessa cricca dominante può aspirare a prenderne il posto.

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PIENI POTERI.

Oltre all’Ungheria, anche altrove i governi, specialmente i regimi più autoritari e traballanti, hanno fatto ricorso a leggi coercitive utilizzando come pretesto la pandemia in corso.

In Polonia e Bulgaria sono stati concepiti progetti di legge simili a quelli adottati a Budapest, in Serbia, con un decreto presidenziale, controfirmato dal capo del governo e del parlamento è stato introdotto lo stato d’emergenza.

In Cambogia il Premier Hun Sen ha chiesto i pieni poteri, mentre il Presidente filippino Rodrigo Duterte ha autorizzato la polizia a sparare a chiunque venga sorpreso fuori casa.

«In Algeria – riferisce Avvenire – la dissidenza politica è bersaglio di una rappresaglia tanto determinata quanto seppellita dai bollettini del contagio: dopo oltre un anno di proteste popolari contro il sistema costituito, il virus è riuscito là dove neanche la repressione militare era ancora arrivata, cioè a bloccare del tutto le manifestazioni. In parallelo, però, i processi contro gli oppositori del regime (ai vertici del quale il presidente Abdelaziz Bouteflika è stato sostituito da Abdelmajid Tebboune, e il capo delle Forze armate Ahmed Saied Saleh dal generale Said Chengriha), continuano a pieno ritmo. Karim Tabbou, figura di punta del movimento contestatore Hirak, è stato condannato in appello a un anno di prigione, dopo un primo grado più leggero: lo sconforto, fra i suoi sostenitori, è grande. Khaled Drareni, giornalista fondatore di CasbahTribune, difensore della libertà di informazione, è in detenzione preventiva in attesa della prima udienza del suo processo. Così anche gli attivisti Samir Belarbi e Slimane Hamitouche. L’accusa è sempre attentato all’unità nazionale e incitazione ad assembramento non armato.»

In Marocco, l’esercito presidia le strade per far rispettare lo “stato d’emergenza sanitaria” e si attira le critiche feroci di parte dell’opinione pubblica per i metodi con cui vengono trattati i trasgressori: video di agenti e soldati che infieriscono su cittadini fuori legge – e pure senza dimora – stanno inondando la rete. Il biasimo, però, non è unanime: c’è anche chi si riscopre sostenitore dello Stato-padrone e legittima qualsiasi intervento, poiché teso ad arginare la pandemia. Contro le fake news, intanto, Rabat ha approvato, senza dibattito alcuno, una normativa che giaceva da tempo nel cassetto e che circoscrive le prerogative delle reti sociali.

In Libano, come denunciano i media nazionali, il movimento di contestazione è la vittima collaterale del virus: emblematico lo smantellamento, misura anti-coronavirus, degli accampamenti allestiti per settimane nel centro di Beirut, dove gruppi di giovani da mesi protestano contro la corruzione dilagante e chiedono una singnificativa epurazione della classe politica, ritenuta inefficiente e dedita solo ai propri affari.

In Egitto, la dittatura è stata prima impegnata a negare la presenza serpeggiante della malattia (fino all’espulsione di una giornalista del Guardian, colpevole di aver riferito bilanci diversi da quelli ufficiali), poi a far rispettare – e digerire – misure ancora più lesive delle libertà fondamentali rispetto al solito. Amnesty ha chiesto al Cairo di liberare i detenuti per reati di opinione, ma dei 60mila prigionieri politici stimati – tra cui il giovane Patrick George Zaky, che stava frequentando un master presso l’Università di Bologna, in arresto dal 7 febbraio – meno di venti sono quelli rilasciati: le condizioni igienico-sanitarie delle carceri egiziane potrebbero rivelarsi drammaticamente favorevoli alla proliferazione del virus. Con il, probabile, placet del regime.

Anche le prigioni tunisine non brillano per salubrità, ma il Paese si conferma l’unica democrazia della sponda Sud del Mediterraneo: accogliendo l’appello di sindacati, associazioni e ong, il presidente Kais Said ha disposto la liberazione di 1.420 detenuti. Le maggiori Ong internazionali invocano il rilascio degli attivisti per la difesa dei diritti umani anche in Bahrein, negli Emirati, in Arabia Saudita, in Kuwait, in Qatar e si mostrano scettiche sulle buone intenzioni delle Forze armate pure in Giordania: nelle strade di Amman, si moltiplicano gli arresti di cittadini pizzicati lontano dal proprio domicilio, in pieno coprifuoco. Complice una peste moderna che sta mettendo la parola fine su di un decennio di libertà faticosamente conquistate, anche con il sangue.

Da ultimo notizie drammatiche giungono dall’Ecuador, in particolare dalla città portuale di Guayaquil: lì lo stato fatiscente della sanità sta spingendo la popolazione ad abbandonare per strada i corpi dei deceduti. si parla di almeno 150 cadaveri insepolti: la sindaco della città, intervistata da Radio nacional de España ha sostenuto che spetta al governo centrale di Quito provvedere alla sepoltura dei morti.

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CONCLUSIONE PROVVISORIA.

Ecco, l’estate scorsa qui in Italia ci fu un politico che forse in preda ad un’eccitazione alcoolica o ubriacatosi di consensi elettorali conseguiti alle ultime europee, voleva i “pieni poteri”: aveva immaginato che in poche settimane si poteva sciogliere il Parlamento, convocarne un altro ed incoronarlo Primo Ministro con le mani libere da ogni controllo. Per settimane ci si è chiesto che cos’erano concretamente questi “pieni poteri”: ora ne abbiamo ampie prove: dall’Ungheria alla Cambogia, dall’Algeria all’Egitto è tutto un pullulare di governi autoritari che, sfruttando la pandemia, sopprimono i diritti democratici e concentrano nelle proprie mani tutto il potere, anche se non sanno che cosa farsene ed anche se un domani le popolazioni dovessero accorgersi che tutto ‘sto potere non è servito a bloccare l’espansione del virus, ma solo a negare la verità sui morti e sui malati da COVID-19, perché è ormai chiaro che molti Paesi hanno truccato le cifre tenendo segreti i dati sulla diffusione del morbo e sugli effetti che sta avendo sulla popolazione, specialmente la più povera e diseredata.

PIER LUIGI GIACOMONI

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