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EDITORIALE.

AUTUNNO DI GUERRA
(26 Dicembre 2023)

L’autunno 2023 passerà alla storia come una stagione di guerra:

• a settembre è scoppiata la guerra per il controllo del Nagorno Karabakh: da un lato le deboli forze armene che in un paio di giorni han ceduto il controllo della regione agli azeri meglio armati.

E’ seguito un esodo di 120 mila abitanti dell’Artsakh che han trovato ospitalità in Armenia.

• il 7 ottobre Hamas ha attaccato Israele dando vita ad una conflagrazione che si sta configurando come un conflitto di vasta portata in tutto il Medio oriente.

Tel Aviv è stato colto di sorpresa e prima o poi si aprirà il dibattito sullo stato dei servizi segreti israeliani, ritenuti i più avanzati tecnologicamente al mondo, ma incapaci, in questo caso, di prevenire un attacco di vaste proporzioni in preparazione forse da un anno.

Allargando lo sguardo ad un’area più vasta si può dire che alla fine di quest’anno è venuto meno il principio sancito nel 1945, alla fine del secondo conflitto mondiale e che sta alla base dello statuto delle Nazioni Unite: far di tutto perché le controversie tra le nazioni sian risolte col dialogo piuttosto che con le armi.

in Medio Oriente, nell’Africa centrosettentrionale, in Ucraina questo principio sacrosanto che in linea di massima ha garantito quasi ottant’anni di pace in molte parti del mondo, anche se non son mancati conflitti, è calpestato da operazioni militari.

Gli appelli per tregue umanitarie, a salvaguardia dell’incolumità dei civili, cadono nel vuoto: i leader nelle loro prese pubbliche di posizione ripetono ossessivamente che i loro eserciti si fermeranno solo quando gli obiettivi che stanno alla base delle guerre saranno raggiunti.

E allora si combatte e si muore senza che ci sia una benché minima prospettiva di pace.

Anzi ogni giorno sorgono focolai nuovi: gli Huti sciiti dello Yemen,che dal 2015 stan conducendo una guerra di lungo periodo per impossessarsi della totalità del territorio dell’ex Arabia felix fan sapere che faran saltare le navi battenti bandiere di paesi che appoggiano Israele.

Risultato: le compagnie armatoriali che fan viaggiare i mercantili nella rotta Canale di suez-Mar Rosso-stretto di Bab-el-Mandeb sono costretti a cambi di rotta. Invece d’usare la via d’acqua che passa per l’Egitto preferiscono far circumnavigare l’Africa.
Conseguenza/1: aumento della durata dei viaggi ed incremento dei prezzi delle materie o dei prodotti trasportati.

Conseguenza/2: prevedibile aumento dei prezzi al dettaglio e quindi dell’inflazione che già dal 2022 ha fatto la sua ricomparsa dopo un decennio di stagnazione.

Conseguenza/3: le banche centrali che nel 2023 han aumentato i tassi d’interesse potrebbero anche nel 2024 proseguire sulla stessa strada.

Conseguenza/4: l’aumento della tensione a livello internazionale sta inducendo i governi, chi più chi meno, a spendder di più per gli armamenti.

Se ti armi tu, mi armo anch’io e si arma anche il nostro vicino: è la politica della deterrenza che però porta ad un accrescimento delle spese militari a scapito magari dei programmi sociali di cui han bisogno le fasce più deboli della popolazione.

Conseguenza/5: sempre più persone cercheranno di emigrare dai luoghi dove si combatte per cercar un luogo dove viver e lavorare.

Già quest’anno oltre 150 mila individui, tra cui donne, bambini, minori non accompagnati son approdati in Italia provenendo dall’Africa centrosettentrionale e dal Vicino Oriente.

E’ assolutamente indispensabile interrompere questa spirale bloccando quest’orgia di nazionalismo che sta investendo il mondo intero e che ci prepara a sempre nuovi e sanguinosi conflitti.

Se le Nazioni Unite non riescon in questo intento, a causa della loro intrinseca debolezza, ci devon riuscire tutti quei Paesi, piccoli o grandi, che posson servire da mediatori.

Se tutti più o meno sappiamo come si provocano le guerre, forse facciamo più fatica a ricordarci come hanno fine.

Talvolta terminano perché uno dei contendenti alza bandiera bianca, si dichiara sconfitto e chiede la pace.

Ci son dei conflitti però che van avanti per decenni senza che si riesca a trovar una soluzione: è qui che entra in campo la fantasia e la creatività d’una diplomazia che riesce ad immaginare delle soluzioni cui nessuno aveva pensato in precedenza.

Volete alcuni esempi?

La guerra di Corea (1950-53) fu interrotta da un accordo armistiziale, mai trasformatosi in trattato di pace definitivo, che divise la penisola in due Stati separati da una zona smilitarizzata situata al 38o parallelo.

Altri conflitti si esaurirono per stanchezza dei contendenti, come la guerra tra Iran e Iraq (1980-88) che a un certo punto terminò senza vinti e vincitori.

In Mozambico, dopo quindici anni di combattimenti tra le forze governative e la Renamo, la comunità di S. Egidio con un lavorìo diplomatico che richiese molto tempo, riuscì a metter attorno a un tavolo i contendenti e piano piano si giunse ad un accordo che spianò la strada alla pace.

Spetta alla diplomazia creare le condizioni per la pacificazione delle aree interessate dalla guerra: è interesse di tutta la comunità mondiale, quindi anche di ciascuno di noi.

In questo contesto anche le manifestazioni per la pace han un ruolo,mentre servon a poco i cortei organizzati dai tifosi degli uni o degli altri, ché, anzi, fomentan i conflitti.

PIER LUIGI GIACOMONI

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