CIPRO VERSO LA RIUNIFICAZIONE?
(10 Gennaio 2017)

NICOSIA. Si sono riaccesi in questi giorni i riflettori sul processo di riunificazione di Cipro, l’isola divisa in due dal 1974.

«Esiste una reale possibilità che il 2017 sia l’anno in cui i ciprioti, da soli, decidano liberamente di girare la pagina della storia», con queste parole, l’inviato delle Nazioni Unite, Espen Barth Eide, già Ministro norvegese per gli Affari Esteri, ha salutato ieri l’avvio dei negoziati di pace nella sede Onu di Ginevra (Svizzera) fra le delegazioni greco e turco cipriota.
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I punti chiave della trattativa.

I principali scogli su cui si è arenata negli anni recenti la trattativa tra le due componenti etniche dell’isola di Cipro sono state:
• i diritti di proprietà e gl’indennizzi di chi nel ’74 ha perso tutto in seguito alla suddivisione dell’isola in due aree etnicamente omogenee;
• la sicurezza e le questioni territoriali, legate al futuro assetto istituzionale del territorio.

Già il 22 novembre 2016 un precedente round di negoziati naufragò proprio su questi temi.

Per il primo ambito di negoziato, occorre tener conto che, quando 43 anni fa 200.000 persone delle due etnie dovettero spostarsi nelle rispettive regioni etnicamente omogenee, persero tutte le loro proprietà.

Cipro, infatti, prima di quella data, era un’isola abitata da grecofoni e turcofoni che vivevano da secoli l’uno vicino all’altro, sparsi sul territorio.

Oggi, nell’area turca il 98% della popolazione si esprime in turco e pratica la religione musulmana, nell’area greca il 95% parla greco ed è di religione cristiana, secondo diverse denominazioni (ortodossa, maronita, cattolica).

In più, a complicare le cose, Ankara ha fatto affluire sull’isola un certo numero di anatolici al fine di aumentare la presenza turcofona nel Paese.

Oggi si calcola che circa il 30% della popolazione sia d’origine turca, mentre nel censimento realizzato all’indomani dell’indipendenza (1960() era pari al 18%.

Questo ha fin qui alimentato le controversie perché i ciprioti d’etnia greca non riconoscono come autoctoni gli “immigrati” provenienti dall’anatolia.

Nel secondo ambito, si iscrive la rivendicazione turco-cipriota della continuazione della presenza sull’isola di 30.000 militari turchi a garanzia del rispetto degli eventuali futuri accordi.

Mevlut Cavusoglu, Ministro per gli affari Esteri di Ankara, che pure ha dichiarato che non è mai stato così vicino un accordo per risolvere la crisi, ha detto: «Mentre in molti posti del mondo scorre il sangue, la pace regna a Cipro e la ragione è la presenza della Turchia.»

La controparte greca, invece, ne esige il completo ritiro.
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La storia. Dopo esser stata possedimento dell’impero ottomano, L’isola è divenuta nell’Ottocento colonia britannica.

Finita la Seconda guerra mondiale divenne un elemento di conflitto tra la Grecia e la Turchia: infatti tra i greco-ciprioti negli anni Cinquanta del Novecento era forte il movimento per l’enosis, ossia l’unione con atene, mentre la minoranza turca vi si opponeva, temendo d’esser discriminata.

Nel 1959 si arrivò a Zurigo ad un accordo tra Grecia, turchia e Gran Bretagna in virtù del quale, il 16 agosto 1960, nacque la Repubblica cipriota indipendente, membro del Commonwealth, guidata da un presidente di lingua greca e con un vice presidente di lingua turca.

Quest’assetto istituzionale resse fino al 15 luglio 1974 quando un maldestro colpo di Stato rovesciò l’arcivescovo Makarios, Presidente della Repubblica, ed impose l’Enosis.

Il golpe, ispirato dalla giunta militare ateniese, fece scattare la reazione turca che occupò la regione settentrionale di Cipro, determinando successivamente sia la caduta del regime dei colonnelli greci, sia la nascita della repubblica turca di Cipro Nord.

Da allora tutti i tentativi per giungere ad una composizione del conflitto sono falliti per le reciproche diffidenze.
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Cipro. Isola situata a 70 km. dalle coste meridionali turche ed a 100 km. dal Medio Oriente, Cipro ha una superficie totale di 9.250 kmq.

La popolazione complessiva ammonta a 1.141.166 abitanti, secondo dati del 2013.

Il territorio è ripartito in una Repubblica Turca di Cipro Nord, con capitale Lefkosa, riconosciuta solo da Ankara, ed una repubblica di Cipro, Capitale Nicosia, membro delle Nazioni Unite, del Commonwealth e dell’Unione Europea dal 1° Maggio 2004.

Le due aree sono separate da una “linea verde”.

Vi sono inoltre due basi militari britanniche, Akrotiri e Dhekelia, retaggio della colonizzazione di Londra, ma anche degli accordi di Zurigo del ’59 in base ai quali il Regno Unito è uno dei garanti dell’indipendenza e della sicurezza nazionale.

La Repubblica di Cipro occupa circa il 59% del territorio isolano, mentre lo stato turco-cipriota il 36%: il 2,8% appartiene al Regno Unito.

L’economia si fonda principalmente sul turismo, la produzione ed esportazione di olio, agrumi e vino, ma negli ultimi anni si è accresciuta l’importanza del settore bancario: Nicosia, infatti, ha attratto molti investimenti dall’estero, in specie dalla Russia, applicando una legislazione fiscale molto vantaggiosa.

Tuttavia, nel 2013 si verificò una grave crisi finanziaria, che mise in ginocchio il sistema bancario locale.

In particolare, il Governo cipriota non si curò di contenere l’esposizione degli istituti creditizi verso la Grecia: quando questa tagliò del 50% il valore dei propri titoli di stato, le banche dell’isola registrarono perdite enormi.

Si resero necessari, perciò, per Cipro gli aiuti dell’Eurogruppo che il 16 marzo 2013 approvò un piano di salvataggio che prevedeva un prestito di 10 miliardi di Euro, a condizione che il Governo varasse un aggiustamento fiscale di 5,8 miliardi.
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Ragioni per una riappacificazione. Sia i ciprioti che gli altri Paesi coinvolti nella vicenda hanno numerosi motivi per giungere ad una soluzione della vertenza.

Per Cipro sarebbe l’occasione per superare una separazione che in qualche modo blocca lo sviluppo del Paese e potrebbe aprire serie prospettive di sfruttamento di risorse, quali il gas naturale, che si trova nei fondali del mare che circonda l’isola;

per la Turchia, l’abbattimento del muro di Nicosia è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per avanzare nella complessa trattativa per l’ingresso del Paese nell’Unione europea;

per la Grecia è un’occasione per sanare un conflitto che ha rischiato di esplodere più volte in guerra aperta col vicino del Bosforo e potrebbe consentire ad alexis Tsipras di ridurre l’ingente spesa militare (Atene spende per la difesa oltre 13,9 miliardi di $,pari al 3,6% del proprio PIL [2014]).

Sull’esito finale di questo negoziato pesano le incognite dei referendum che si terranno alla fine nelle due aree: già nel 2004, pochi giorni prima che Nicosia facesse il suo ingresso nella UE i grecofoni respinsero massicciamente una precedente intesa.

Ora sia Nikos Anastasiades, Presidente della repubblica di Cipro, sia Mustafa Akinci, leader dei turcofoni, promettono che l’ultima parola sarà detta dagli elettori in appositi plebisciti e noi sappiamo che questi sono tempi molto incerti per questo genere di votazioni.

PIER LUIGI GIACOMONI