AFRICA

LEONE PUNTA SUL CONTINENTE PIU’ DIMENTICATO

(29 Settembre 2026)

Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale sono le tappe del primo viaggio in terra africana di Papa Leone XIV a meno d’un anno dall’elezione: dal 13 al 23 Aprile compie un periplo in quello che è forse il continente più dimenticato dai grandi media, salvo quando avvengono tragedie di dimensioni bibliche o migliaia di giovani cercano d’emigrare.

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CONNOTATI COMUNI

I paesi scelti han raggiunto più o meno pacificamente l’indipendenza tra i 60 e 70 del XX secolo: Algeria ed Angola al termine di guerre di liberazione, Camerun e Guinea Equatoriale in modo relativamente pacifico.

Purtroppo, tutti son retti da dittature o regimi patriarcali: A Yaoundé e malabo il leader è sempre lo stesso da decenni, a Luanda ed Algeri invece si è cristallizzata una casta che si riconosce in un partito dominante.

Per tutti, il modello è quello dell’economia d’esportazione di materie prime, prevalentemente petrolio e gas i cui proventi arricchiscono pochi.

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ALGERIA: “LA PACE SIA CON VOI”

Paese assai esteso, prevalentemente musulmano e arabofono, è indipendente dal 1962: gli 8 anni precedenti son caratterizzati dallo scontro tra il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) e la Francia.

Parigi lo domina dal XIX secolo ritenendolo parte integrante della Métropole: così, quando il 1° Novembre 1954 gli algerini insorgono, la reazione dei coloni e dell’esercito è brutale.
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Ottenuta l’indipendenza, eletto Ben Bella alla Presidenza, nel 1965 i militari attuano un golpe con cui assumono la guida dello Stato.

Trascorsi gli anni del boom delle esportazioni d’idrocarburi, negli 80 l’insoddisfazione di vasti strati della popolazione è raccolta dal FIS (Fronte Islamico di Salvezza): nelle legislative multipartitiche del 26 Dicembre 1991 i suoi candidati vincono 188 seggi.

Al secondo turno il trionfo degl’islamisti è assicurato: il 2 Gennaio 1992, però, colpo di scena. Le forze armate bloccano il processo elettorale, dichiarano lo stato d’assedio e metton fuori legge il FIS.

In breve è guerra: i salafisti rispondono con le armi. Per anni esercito ed islamisti si confrontano sanguinosamente, la popolazione è colpita dalle rappresaglie degli uni e degli altri, mentre l’esportazione d’idrocarburi non si ferma mai.

Solo a fine anni 90 è ristabilita la pace: nel 2019, nuove proteste: la Gen Z d’Algeri scende in piazza per protestare contro corruzione e malgoverno.

Il potere reagisce reprimendo.

Avendo presente tutto questo, Papa Leone si presenta agli algerini proclamando che il motto del viaggio è: «La pace sia con voi», parole dette da Gesù dopo la risurrezione (Gv 20,21).
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Parlando nella Basilica di Notre Dame d’Afrique (13 Aprile) dice:

«Pace e armonia sono state caratteristiche fondamentali della comunità cristiana fin dalle origini (At 2,42-47), per desiderio stesso di Gesù (Gv 17,23) che ha detto: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”” (Gv 13,35). Sant’Agostino, in proposito, affermava che la Chiesa “partorisce popoli, ma sono membra di uno solo” (Sermo 192, 2) e San Cipriano scrive: “Il sacrificio più grande per Dio è la pace che regna tra noi, la nostra concordia di fratelli e il fatto di essere un popolo riunito nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (La preghiera del Signore, 23).»

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CAMERUN: UN PAESE LACERATO

Seconda tappa della tournée papale, il Camerun si presenta come un Paese lacerato da un conflitto tra la maggioranza francofona e la minoranza anglofona.

Indipendente dal 1960, l’anno successivo assorbe le province di North-west e South-west, in precedenza sotto dominazione britannica. Fin al 1972 si riconosce alle regioni un’ampia autonomia, ma quell’anno il primo Presidente Ahidjo cambia idea: il centro avoca a sé la maggior parte dei poteri, limitando lo spazio di manovra delle comunità locali.

Tale politica non cambia nemmeno sotto l’amministrazione di Paul Biya che anzi reagisce duramente: mentre a Bamenda la gente manifesta pacificamente per chiedere che nelle scuole sia insegnato l’inglese e nei tribunali applicata la Common Law (2016), invia le truppe facendo radicalizzare lo scontro .

così, esercito e secessionisti dell’Ambazonia commettono abusi sulla popolazione: centinaia di migliaia scappano nella vicina Nigeria per sfuggire agli eccidi.

In questo contesto, la tappa di Bamenda (16 Aprile) assume un significato particolare e le parole di Leone sono molto pregnanti.

«la crisi che ha sconvolto queste regioni del Camerun ha avvicinato più che mai le comunità cristiane e musulmane, tanto che i vostri leader religiosi si sono uniti e hanno fondato un Movimento per la Pace, attraverso il quale cercano di mediare tra le parti avverse.
Gesù ci dice: “Beati gli operatori di pace!”. Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso. […] I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire. Fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare. Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine. È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell’inversione a U – la conversione – che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana. Il mondo è distrutto da pochi dominatori ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali! Sono la discendenza di Abramo, incalcolabile come le stelle del cielo e i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare. Guardiamoci negli occhi: siamo già questo popolo immenso! La pace non è da inventare: è da accogliere, accogliendo il prossimo come nostro fratello e come nostra sorella. Nessuno sceglie i suoi fratelli e le sue sorelle: ci dobbiamo soltanto accogliere! Siamo una sola famiglia e abitiamo la stessa casa, questo meraviglioso pianeta di cui le antiche culture per millenni si sono prese cura.

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ANGOLA: DISUGUAGLIANZE E CORRUZIONE

La terza tappa del viaggio papale è l’Angola: ex possedimento portoghese che giunge all’indipendenza dopo la “Rivoluzione dei garofani” (Lisbona, 25 Aprile 1974). Subito alla lotta armata per chiudere l’era coloniale se ne sostituisce un’altra, quella che oppone i diversi movimenti indipendentisti.

Presto il conflitto diviene una guerra per procura tra le grandi potenze del tempo: USA e URSS. Mosca invia propri consiglieri militari e soldati cubani; Washington appoggia le incursioni sudafricane e zairesi.

L’Angola è un Paese ricchissimo di materie prime strategiche e nessuno vuole che finiscan nelle mani dell’avversario: la svolta avviene a fine anni 80: col crollo del blocco sovietico e dell’Apartheid si ritirano gli attori esterni e la lotta continua fra i partiti angolani che a fine anni 90 depongono le armi.

Nato come stato marxista, sotto il dominio di José Eduardo Dos Santos (1978 – 2017) diviene un regime oligarchico che fa man bassa di tutte le risorse arricchendosi sfacciatamente.
(Isabel, figlia del leader, è considerata la donna più ricca d’Africa).

Tenuto conto di questa realtà, il Papa, per esempio nell’omelia
pronunciata nella spianata di Kilamba (19 Aprile), commentando il vangelo dei discepoli di Emmaus, tra l’altro dice:

«in questa scena iniziale del Vangelo vedo rispecchiata la storia dell’Angola, di questo Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità. Infatti, il conversare dei due discepoli […] riporta alla memoria il dolore da cui questo vostro Paese è stato segnato: una lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà.

Carissimi, la Buona Notizia del Signore, anche oggi per noi, è proprio questa: Egli è vivo, è risorto e cammina al nostro fianco mentre percorriamo la strada della sofferenza e dell’amarezza, aprendo i nostri occhi perché possiamo riconoscere la sua opera e donandoci la grazia di ripartire e di ricostruire il futuro. […] La storia del vostro Paese, le conseguenze ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli. Una Chiesa che, con la luce della Parola e il nutrimento dell’Eucaristia, sa rianimare la speranza perduta. Una Chiesa fatta di persone come voi che si donano così come Gesù spezza il pane per i due discepoli di Emmaus. […] E come l’Eucaristia ci ricorda che siamo un solo corpo e un solo spirito, uniti all’unico Signore, anche noi possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta.»

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GUINEA EQUATORIALE: IL REGNO DEL PATRIARCA

L’ultima tappa del periplo papale è la guinea Equatoriale, piccolo Stato, già possedimento spagnolo, incastonato fra Gabon e Camerun, bagnato dal Golfo di Guinea.

Il Paese, acquisita l’indipendenza nel 1968 è governato finora da due Presidenti: Francisco Macías Nguema per undici anni, poi da Teodoro Obiang Nguema Mbasogo che salE al potere con un golpe (1979).

Tutto appartiene all’entourage presidenziale ed ogni forma d’opposizione è schiacciata con brutalità: i detenuti, ad esempio son impiegati per la costruzione della nuova capitale, Ciudad De La Paz, che dovrebbe presto sostituire Malabo.
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Così, Nell’incontro coi giovani avvenuto a Bata il 22 aprile il Papa, dice:

«La luce più splendente, qui, è quella dei vostri occhi, dei vostri volti, del vostro sorriso, dei canti, dei balli, in cui tutto è testimonianza che Cristo è gioia, senso, ispirazione e bellezza per la nostra vita.

Il vostro Paese è ricco di storia e di tradizioni. Lo abbiamo visto poco fa, nelle danze, nei costumi e nei simboli con cui ciascun gruppo ha espresso la propria identità, rendendo ancora più evidente e toccante il nostro stare insieme. […] È l’eredità luminosa e impegnativa di cui voi, cari giovani, siete chiamati a essere, nella fede, il fondamento del futuro vostro e di questa Terra. Il futuro è vostro!»

Pace, unità, futuro, sono le parole chiave d’un magistero, quello di Leone in Africa,che si lega all’amore che Dio ha per l’uomo, un amore con cui l’accompagna anche nelle prove più difficili come quelle che vivono milioni d’africani che soffrono un’oppressione che sembra senza fine. Questo continente è il più giovane del mondo, ma è governato da élites rapaci che ne succhiano le risorse mantenendolo nel sottosviluppo.

Incoraggiando la gente a costruire il suo futuro, Leone l’invita ad impegnanrsi per costruire un’Africa nuova che conosca le proprie radici, ma sappia anche immaginare il domani.

PIER LUIGI GIACOMONI