SVIZZERA
IL POPOLO SALVA L’SSR
(10 Marzo 2026)
BERNA. Con quasi il 62% di voti contrari il popolo svizzero, l’8 Marzo, salva l’SSR l’azienda che gestisce il servizio radiotelevisivo nella Confederazione.
Contro quest’ente che ogni anno percepisce un canone di 335 franchi dalle economie domestiche era stata lanciata un’iniziativa popolare intitolata «200 franchi bastano».
Tra i promotori, l’UDC-SVP, destra populista, partito di lotta e di governo che ha la maggioranza relativa al Consiglio Nazionale, camera bassa, col 29% e 62 seggi su 200.
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ESITO CHIARO
L’Esito del voto non è mai stato in discussione, fin dalle prime proiezioni, diramate a un’ora dalla chiusura dei seggi, era chiaro il verdetto: nella Svizzera italiana però il divario tra “sì” e “no” è risultato meno ampio rispetto al resto della Confederazione.
D’altronde, in fase di raccolta firme, ben 30.000 ticinesi l’avevan sottoscritta su un totale di 120.000 proponenti.
Evidentemente, a Lugano e dintorni e nei comuni del Grigioni italofono si è molto insoddisfatti del servizio radiotelevisivo.
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L’SSR
La Società Svizzera di Radiotelevisione (SSR o SRG) è l’ente che da decenni diffonde programmi radiofonici e televisivi in tutta la Svizzera: si articola in SRF, in area germanofona, RTS, francofona, RSI, italofona e RTR, romancia.
Oltre ai canali tradizionali, ha creato diversi siti web d’informazione, app e podcast.
Il livello alto del canone le consente di non trasmettere molta pubblicità e di diversificare i contenuti in modo da proporre sia programmi leggeri che d’alto valore culturale.
I proponenti dell’iniziativa popolare intendevano costringere l’ente ad un profondo dimagrimento per dar spazio a radio e TV private che pure sono presenti in tutte le aree linguistiche.
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CONTROPROGETTO
Il Governo, con un controprogetto ha previsto una graduale diminuzione del canone che dovrebbe entro il 2029 scendere a 300 franchi annui. La stessa SSR ha varato una serie di misure di risparmio: dal 1 Gennaio 2025 son state sospese le radiotrasmissioni sull’FM, per cui oggi è possibile ascoltare i programmi solo sul web o sul digitale.
In più, è stato deciso di vendere alcune stazioni radio musicali monotematiche.
In terzo luogo si è pensato di ridurre il personale, procedendo a dei licenziamenti o non sostituendo chi va in pensione.
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TEMPI DURI PER LE EMITTENTI PUBBLICHE
Non è un momento facile per le radiotelevisioni pubbliche: sparito dovunque il monopolio di cui godeva una volta anche la RAI in Italia, questi enti sono dovunque oggetto di discussione.
Di recente, la BBC è stata al centro di critiche e sul suo capo pende una causa milionaria promossa da Donald J. Trump per aver manipolato un suo discorso.
In Italia, la RAI è terreno di conquista dei partiti che se la spartiscono come vogliono, mentre c’è chi chiede che il canone scenda da 90 a 70 euro l’anno.
I partiti di destra, attualmente col vento in poppa presso l’elettorato, si lamentano un po’ in tutta Europa dello sbilanciamento a sinistra dell’informazione radiotelevisiva e chiedono la privatizzazione di questi enti.
Per ora, gli svizzeri son andati contro corrente salvando i bilanci dell’SSR: un domani però potrebbero cambiar idea.
PIER LUIGI GIACOMONI
