SUDAN. ACCORDO DI PACE TRA MILITARI E SOCIETA’ CIVILE
(4 Agosto 2019)

bandiera-del-SudanKHARTOUM. Dopo quattro mesi di grave instabilità  politica, caratterizzata  anche da indicibili episodi  di

violenza, i militari al potere e i rappresentanti della società  civile hanno finalmen- te trovato un accordo sulla

prossima Carta costituzionale. L’annuncio è stato dato il 3 agosto dal mediatore dell’Unione Africana, Mohamed  El

Hacen Lebatt, che ha seguito e coordinato i negoziati: rimangono da definir i dettagli tecnici dell’intesa, ma

l’accordo di massima è stato raggiunto.

Migliaia di persone erano scese in piazza a festeggiare già venerdì 2 agosto, quando già circolavano con insistenza

le prime voci che parlavano d’un accordo ormai vicino tra il Consiglio Militare che dall11 aprile scorso gestisce

il potere e le FFC (Forces for Freedom and Change), la coalizione di forze politiche e sociali che si son battute

per la fine del regime di Omar Hassan Al-Bashir e l’avvio d’un processo di democratizzazione.

La firma della nuova Costituzione pare imminente, mentre per il 16 Agosto è prevista una cerimonia alla presenza di

diversi leader africani.

Il documento costituisce la base legale provvisoria indispensabile per condurre il Paese alle elezioni

presidenziali e legislative previste per l’ottobre 2022, un tempo ritenuto congruo dalle FFC per spezzar la rete di

legami politici ed affaristici che si è consolidata in decenni di potere dispotico.

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I TERMINI DELL’INTESA.

Sebbene i dettagli dell’accordo di condivisione del potere non siano ancora stati rivelati, alcuni  media hanno

pubblicato una versione della bozza costituzionale.  Nel documento si prevede «la formazione di un “Consiglio

sovrano”, composto da undici membri, 5 civili e 5 militari, presieduto aturno per 21 mesi da un uomo in uniforme e

per 18 da un rappresentante delle FFC.

Accanto a quest’organismo, verrà nominato un Consiglio dei Ministri: in esso i titolari degl’Interni e della difesa

saranno militari, mentre il premier sarà un civile.

Verrà in fine  costituita un’Assemblea transitoria di 300 membri che avrà il potere di stendere la Costituzione

definitiva.
.
Punto importante dell’accordo riguarda la funzione dei servizi segreti e delle milizie che in questi mesi hanno

sparso il terrore nel Paese: secondo il documento il NISS (National intelligence and security
service) dovrà rispondere del proprio operato al “consiglio sovrano”, mentre le milizie delle Forze  paramilitari

di supporto rapido  (Rsf), accusate  d’aver compiuto massacri di massa dovranno far riferimento all’esercito.

Per le Forze politiche e sociali che in questi otto mesi si sono battute per ottenere un profondo mutamento del

volto d’un Paese affetto da decenni di dispotismo, corruzione e violenza, inizia ora una nuova fase: quella della

concreta messa in pratica degli accordi pattuiti, una strada che si presenta ancor  lunga ed accidentata.

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CRONACA DI UNA RIVOLUZIONE.

La terza rivoluzione sudanese è partita nel dicembre 2018: il 19 sono iniziate le manifestazioni popolari contro il

regime di Al-Bashir.

Cause immediate: mancanza di denaro nelle banche, inflazione a due cifre, prezzo del pane triplicato in poche

settimane.

Motore della rivolta: il ceto medio impoverito.

In prima fila a protestare gli studenti delle università: nei giorni precedenti alle marce del 19 dicembre  hanno

cominciato a circolare fogli con slogan contro il regime, prodotti da ragazzi di quasi vent’anni, cresciuti durante

il lungo regime al-Bashir.

Dalla protesta per l’aumento del prezzo del pane alla richiesta di maggiore libertà il passo è stato breve: per

mesi le principali città sudanesi sono state scosse da manifestazioni quotidiane con scontri violenti con la

polizia ed arresti compiuti dai servizi segreti.

Malgrado sia scorso il sangue e gli agenti del NISS abbiano utilizzato i soliti sistemi per ottenere confessioni

mediante tortura, la protesta non si è fermata. I sudanesi han capito che non avevano più nulla da perdere.

Così, si è arrivati all’11 aprile 2019 quando i militari, con un colpo di Stato incruento, hanno deposto il

generale al-Bashir ed hanno creato un Consiglio Militare incaricato di gestire lo stato.

La società civile, però, non si è fidata e le manifestazioni sono proseguite: il 3 giugno un’ennesimo corteo è

stato brutalmente represso nel sangue. Non meno di 100 persone sono morte negli scontri con la polizia e i soldati,

mentre altre son state arrestate. I militari speravano così di metter il bavaglio all’opposizione,ma la strategia

si è rivelata sbagliata. Di conseguenza, son state avviate delle trattative che stan dando i loro frutti  in questi

giorni, sempre che gli uomini in divisa, da decenni attaccati al potere ed alle sue rendite, non compiano un

voltafaccia. .

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STORIA DEL SUDAN.

Riassumere la complessa storia del sudan in poche righe è impresa difficile, perché il Paese fin dalla sua

indipendenza, anzi già durante la fase preparatoria, fu percorso da forti tensioni etnico-religiose tra le regioni

settentrionali, abitate da popolazioni di lingua araba e di religione musulmana ed il Meridione,dove vivono genti

d’origine africana e di fede cristiana o tradizionale.

Durante la dominazione coloniale anglo-egiziana, in un primo tempo, il territorio è ripartito in due regioni

distinte, ma nel 1946, con un atto unilaterale, Londra stabilisce che il sudan divenga un’unica entità

amministrativa.
La decisione irrita notevolmente i sudisti che temono, non a torto, che i Nordisti, una volta ottenuta

l’indipendenza, vogliano imporre per legge l’arabo come lingua ufficiale e l’islam sunnita come religione di Stato.

Già nell’estate ’55 a pochi mesi dal raggiungimento della sovranità nazionale, che scatterà il 1° gennaio ’56,

scoppiano scontri tra miliziani del Nord e del sud: sono i prodromi d’una guerra civile che si trascinerà fino al

1972. Da una parte combattono per il Nord le forze armate del nuovo Stato, dall’altra i miliziani Anyanya,

(letteralmente “veleno di serpente in Madi, lingua diffusa nel meridione e nella vicina Uganda).

I timori dei Sudisti, intanto trovano conferma nei progetti di Costituzione che vengono avanzati: nel 1957

all’Assemblea Costituente si propone un testo che dichiara l’arabo lingua ufficiale e l’Islam, religione di Stato.

Conseguenza: nel ’58 Il Sud abbandona la costituente ed imbraccia definitivamente le armi. Allo stesso tempo,

l’esercito destituisce con un colpo di Stato, primo d’una lunga serie, le deboli autorità civili, dilaniate da

contrasti interni, ed impone la dittatura.

Capo di questo primo regime è il generale Ibrahim Abbud che sarebbe rimasto al potere fino alla “rivoluzione

d’ottobre” del 1964. Quell’anno, una protesta generalizzata contro la politica governativa produce l’allontanamento

di Abbud dal potere, ma non tornano né la pace, né la stabilità politica. Il 22 Maggio 1969 con l’appoggio del

Partito Comunista sudanese, il generale Jaafar Al-Nimeiri, che sarebbe rimasto al potere fino al 1985, attua un

nuovo putsch da lui definito “rivoluzione di maggio”.

Nimeiri, due anni dopo, con un improvviso voltafaccia rompe l’alleanza coi comunisti e questi ordiscono  un nuovo

tentativo rivoluzionario che fallisce: ne seguono processi sommari ed esecuzioni capitali contro i responsabili

della congiura.

nel 1972, ad Addis Abeba, è firmato un accordo di pace tra Nord e Sud: il testo prevede la realizzazione di tre

regioni autonome nell’ambito d’uno Stato unificato. Tuttavia, la tensione presto torna a salire, quando nel 1978

vengono scoperte ingenti riserve petrolifere nel Meridione: Khartoum, nel 1983 straccia l’accordo di Addis Abeba

ed impone su tutto il territorio nazionale la shariya, il codice civile e penale islamico.

Conseguenza: nel Sud riesplode la guerra contro il Nord.

Stavolta il conflitto sarebbe durato fino al 2005 e poi sarebbe sfociato nella separazione tra Nord e Sud con la

creazione della Repubblica del Sudan Meridionale nel 2011.

Nel frattempo, nel 1985, nuova rivoluzione popolare contro la dittatura di Nimeiri che viene rovesciato: per alcuni

anni si afferma una fragile democrazia che viene cancellata dal golpe militare del 30 giugno 1989.

Sale al potere il generale Omar Hassan Al-Bashir che è rimasto alla testa dello Stato fino all’11 aprile scorso. In

un primo momento, Bashir è sostenuto da hassan al-Touraby, leader dei Fratelli Musulmani,una corrente

fondamentalista molto potente anche nel vicino Egitto, poi fra i due scoppia un conflitto che porterà

all’allontanamento dal potere di Touraby ed a sue numerose incarcerazioni. Non per questo il regime di Bashir

diviene più tollerante nei confronti dei non islamici: anzi, sia nel Sud, ormai in piena ribellione che in altre

regioni, milizie filogovernative, come i Janjaweed nel Darfur, commettono atrocità contro la popolazione non

islamizzata.

Non solo, il Sudan è considerato dagli Stati Uniti uno dei Paesi che dà più sostegno al terrorismo di al Qaeda: nel

1998 Washington accusa Khartoum di dare ospitalità a Osama bin Laden e per rappresaglia in seguito ad attentati

compiuti a Nairobi (Kenya) e Dar Es Salaam (Tanzania), bombardano un impianto chimico presso la capitale.

Mentre sono in corso negoziati con l’SPLA, il movimento guidato da John Garang che si batte per l’indipendenza del

sud, nel febbraio 2003, esplode nella regione occidentale del Darfur, che si considera dimenticata da Khartoum, una

ribellione: il regime reagisce con durezza armando la mano dei miliziani Janjaweed, che si macchiano di massacri e

distruzioni intutta la regione: 2 milioni di persone si rifugiano nel vicino Ciad per sfuggire agli eccidi, mentre,

secondo le Nazioni Unite, almeno 300mila persone hanno perduto la vita in sette anni e oltre di combattimenti.

Nel 2005 si firma a Nairobi un nuovo accordo di pace tra il regime nordista ed i ribelli sudisti: John Garang,

leader storico dell’SPLA (Sudan People’s Liberation Army), diverrà primo vicepresidente della Repubblica, mentre

una nuova costituzione concede ampia autonomia al Meridione.

Nondimeno, poiché vengono sollevati continuamente contenziosi sui confini tra le diverse regioni del Paese,

soprattutto al fine di controllare le aree petrolifere, avvengono periodicamente scontri tra le diverse fazioni. In

più, nel Sud si assiste alla frantumazione del Fronte di Liberazione popolare con la creazione di movimenti

dissidenti in lotta l’un contro l’altro.

Nel 2010 si raggiunge un’intesa per la pacificazione del Darfur,ma allo stesso tempo la Corte Penale internazionale

spicca un mandato d’arresto contro il Presidente al-Bashir con l’accusa d’aver compiuto crimini contro l’umanità

nella regione. Nello stesso periodo si rischia un conflitto di confine col Ciad che accusa Khartoum d’infiltrazioni

nel suo territorio all’inseguimento dei guerriglieri darfuriani.

Il 9 Luglio 2011 è proclamata l’indipendenza del Sudan del Sud dove però dal 2013 si combatte una guerra civile fra

le diverse fazioni guidate rispettivamente dal presidente della Repubblica Salva Kiir e il vice Presidente riek

Machar.

Si arriva così agli avvenimenti di questi mesi: sullo sfondo della crisi che ha portato alla caduta del regime di

Bashir vi è proprio la separazione tra i due Sudan e il venir meno dei proventi delle esportazioni petrolifere che

prima sostenevano la fragile economia sudanese e che ora sono di proprietà del nuovo Stato con capitale Juba.

Si vedrà presto se il compromesso raggiunto sarà solido e produrrà i frutti previsti o se il conflitto tra forze

armate e società civile riesploderà, provocando nuovi bagni di sangue, come già accaduto in passato.

PIER LUIGI GIACOMONI