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PERU’. ESPLODE UNA GRAVE CRISI ISTITUZIONALE TRA POTERI DELLO STATO

Ottobre 4, 2019 • Pierluigi Giacomoni

PERU’. ESPLODE UNA GRAVE CRISI ISTITUZIONALE TRA POTERI DELLO STATO
(4 Ottobre 2019)

LIMA. Due messaggi presidenziali alla nazione, il primo del 27 il secondo del 30 settembre, hanno fatto esplodere una grave crisi istituzionale in Perù: essa coinvolge i tre poteri dello Stato, la Presidenza, il Congresso ed il

Tribunale Costituzionale, ma sono la conseguenza d’un duello politico in atto da tempo tra i sostenitori della dinastia Fujimori e gli avversari dell’ex Presidente-dittatore e della figlia Keiko, leader del maggior partito del paese, Fuerza Popular.

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LE PAROLE DEL PRESIDENTE.
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Rivolgendosi al Paese, tramite radio e TV, il Presidente della Repubblica Martín Alberto Vizcarra Cornejo ha accusato il 27 settembre la maggioranza parlamentare d’attuare manovre dilatorie per non approvare il pacchetto di riforme legislative miranti a riformare le istituzioni ed a lottare contro la dilagante corruzione, mentre con una fretta sospetta ha deciso d’eleggere alla corte suprema dei candidati legati a persone indagate per aver preso bustarelle.

Per questo motivo – conclude il Capo di Stato – «Il mio governo ha deciso di porre la questione di fiducia al Congresso della Repubblica per cambiare le regole per l’elezione dei membri del Costituzionale: per il mio Governo è prioritario garantire gli standard istituzionali, accettati a livello internazionale, in modo che sia assicurata la piena indipendenza ed autonomia d’un’istituzione così importante.»

Il successivo 30 Settembre, dopo che il Congresso aveva eletto al TC un giudice gradito alla maggioranza parlamentare ed aveva rinviato l’esame della mozione di fiducia richiesta da Vizcarra, il primo mandatario è comparso in TV per annunciare:

1. lo scioglimento del Congresso e la convocazione di elezioni intercalari per il 26 gennaio 2020;
2. la nomina d’un nuovo Governo presieduto da Vicente Zeballos.

«questa decisione – dichiara il Presidente – è un atto costituzionale previsto dall’articolo 134 della Costituzione

Politica del perù (1993). La chiusura del Parlamento che oggi dispongo rientra nelle mie facoltà e cerca di dare

una soluzione democratica e partecipativa ad un problema che il nostro Paese si porta dietro da tre anni.

Di fronte al sabotaggio permanente, devono essere i cittadini a decidere il futuro del Paese: se si deve dar

ragione all’attuale maggioranza parlamentare, che ancor oggi si è opposta al Governo, o all’esecutivo, eleggendo

una nuova maggioranza.»

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LE REAZIONI.

Le parole e gli atti del Presidente hanno suscitato sconcerto nell’opinione pubblica peruana ed hanno diviso il

Paese in due: da una parte i sostenitori del Congresso, in particolare la potente confederazione dell’industria,

dall’altra quanti denunciano la galoppante corruzione della classe politica. A favore di vizcarra sono scese in

campo le Forze Armate che hanno giurato fedeltà al Capo dello Stato.

Dal canto loro, i Congressisti, o meglio la maggioranza fujimorista, si sono asserragliati nel palazzo legislativo

ed hanno dichiarato nulle le disposizioni presidenziali: l’assemblea ha adottato una mozione che sospende vizcarra

dall’incarico per dodici mesi «per incapacità» ed hanno eletto alla Corte suprema il giurista Gonzalo Ortiz de

Zevallos, cugino del presidente del Congresso, Pedro Oleachea.

Il 3 Ottobre ha giurato nelle mani del Presidente il nuovo Governo, mentre si sa che sono in corso negoziati per

uscire dal pericoloso impasse istituzionale in cui il Paese si è infilato.

Vizcarra, la cui popolarità è in aumento, sa che deve puntare tutte le sue carte sulle urne per poter condurre in

porto la sua battaglia; i suoi oppositori, in particolare keiko fujimori, al momento in carcere, sa che la sua

popolarità è in calo e che se vuole ambire alla presidenza nel 2021 deve ottenere dai tribunali un verdetto di

proscioglimento che le consenta di candidarsi per la quarta volta alla massima carica dello Stato.

Si comprende così che il braccio di ferro in atto è un’altra puntata della lunga telenovela che oppone da

trent’anni i fautori del Fujimorismo ed i suoi avversari: non è però chiaro se stiamo arrivando al punto di svolta

o se alla fine verranno sconfitti gli uni e gli altri, magari inducendo i militari a prender il potere una volta

ancora, imponendo un regime autoritario.

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LE ORIGINI DEL CONFLITTO.

Come dice il Presidente, il conflitto tra esecutivo e legislativo dura ormai da tre anni, ma ha le sue origini vere

nella storia politica del Perù, dopo la fine del regime militare (1980).

Quell’anno, il 28 Luglio, dopo dodici anni di dittatura militare, il potere torna nelle mani dei civili, in

particolare del Presidente Fernando Belaúnde Terry, democristiano, deposto col Golpe del 3 ottobre 1968.

Parallelamente, ha inizio nella Selva peruana la guerriglia maoista di Sendero luminoso. Le autorità, per un

decennio, cercano di stroncare il movimento, ma non riescono ad averne ragione. occorre attendere gli anni Novanta

quando giunge alla presidenza Alberto Fujimori, ex rettore dell’Università di Lima, uomo politico scelto al di

fuori delle oligarchie di partito: questi impone un regime autoritario, sospende le garanzie costituzionali ed

atrribuisce alle forze armate carta bianca affinché stronchino SL ed ogni altro movimento popolare. Al potere dal

1990 al 2000, Fujimori agisce senza scrupoli sia contro i Senderisti che contro tutti i suoi oppositori: nel 1992

attua un autogolpe col quale accentra nelle proprie mani tutto il potere. Si scoprirà dopo la sua caduta che il

vero fulcro del suo regime è il SIN (Servicio de inteligencia Nacional) diretto da Vladimiro Montesinos che fa un

lavoro di dossieraggio contro i nemici, veri o presunti di Fujimori.

Sendero Luminoso viene sconfitto, altri movimenti vengono sterminati, ma alla fine del decennio di El Chino, il

nomignolo che viene dato al dittatore, i mali cronici della vita politica peruana rimangono irrisolti: corruzione

dilagante, nepotismo, inefficienza.

Malgrado il ripristino del metodo democratico per la scelta dei governanti, le bustarelle sono la regola comune che

coinvolge tutti i partiti e presiede al finanziamento delle campagne elettorali: tutti i presidenti in carica dal

2001 ad oggi sono finiti sotto inchiesta per aver percepito soldi. Uno, Alejandro Toledo Manrique (2001-2006) è in

fuga all’estero per sottrarsi all’arresto, un altro, Alán García Pérez (1985-1990 e 2006-2011), si toglie la vita

in aprile per non esser rinchiuso in carcere.

Sono sotto inchiesta anche Ollanta Humala (2011-2016) e Pedro Pablo Kuczynski (2016-2018), l’immediato predecessore

di Vizcarra, accusati d’aver preso mazzette dalla ditta brasiliana Odebrecht che ha ottenuto in tutta l’America

Latina, pagando politici, appalti per la costruzione di strade, ponti e ferrovie.

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UNA SCELTA BIZZARRA

si comprende così quanto sia fragile la costruzione delle istituzioni peruane. A complicare ulteriormente le cose

ci pensa l’elettorato: nel 2016, infatti, da un lato elegge un Presidente antifujimorista, dall’altro un Congresso

controllato dal partito della figlia dell’ex presidente-dittatore.

Infatti, nelle elezioni legislative Fuerza Popular conquista 70 seggi sui 130 che compongono la camera, ma un

cartello di forze ostili al ritorno d’una Fujimori alla presidenza della Repubblica porta l’anziano ex ministro

liberale Pedro Pablo Kuczyinski, seppure dopo un ballottaggio serrato, a giurare come Presidente della Repubblica.

I mesi successivi vedono da un lato PPK tentare di tenere insieme la coalizione che l’ha sostenuto in campagna

elettorale, dall’altra FP prova a deporlo presentando continuamente istanze per l’impeachment d’un Capo di stato

che per i fujimoristi non è altro che un usurpatore.

Inutilmente, PPK cerca di salvarsi concedendo la grazia ad alberto Fujimori, provvedimento che verrà annullato

dalla magistratura, finché il 23 marzo 2018 dovrà rassegnare le dimissioni.

Il suo posto sarà preso dal primo Vice Presidente Martín Vizcarra che intraprende un braccio di ferro con keiko e i

suoi sostenitori che in questi giorni ha avuto l’evoluzione drammatica che abbiamo descritto.

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IL PERU’.

Indipendente da circa due secoli, il Perù è uno Stato che ha avuto una storia politica piena di contrasti e

conflitti tra un’oligarchia decisa a mantenere il proprio potere politico ed economico ed una popolazione, composta

perloppiù da Indios o meticci, esclusa dalla gestione del potere.

Più volte le forze armate si sono sollevate ed hanno attuato colpi di Stato contro governi costituzionali accusati

di voler redistribuire meglio le ricchezze del paese.

sul piano istituzionale,la repubblica peruana è un regime semipresidenziale: il Presidente è eletto per cinque anni

insieme a tre vice Presidenti. Il Capo dello Stato nomina e revoca il presidente del consiglio dei Ministri

che,dopo il suo insediamento deve avere, come nei regimi parlamentari,la fiducia della maggioranza del Congresso.

Questo è formato da una sola camera, composta da 130 deputati, eletti contestualmente al Presidente,ma può esser

sciolto prima della fine del quinquennio presidenziale per consentire l’elezione d’un altra assemblea che completi

il mandato. Quelle del 26 gennaio 2020, se si terranno, saranno perciò elezioni intercalari alle quali, tra

l’altro, non potranno partecipare i congressisti attualmente in carica che, a norma di costituzione, non sono

immediatamente rieleggibili.

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UN GINEPRAIO INESTRICABILE.

Come si vede, la situazione politica peruana è un ginepraio inestricabile, dove si intersecano pareri giuridici ed

opzioni politiche, conflitti d’interesse e guerre personali tra gruppi radicalmente avversi l’uno all’altro.

Sullo sfondo stanno i complessi problemi della società peruana: oltre alla già citata corruzione, vi è

l’inefficienza dei servizi, in particolare della sanità, la crescente insicurezza, la povertà di vaste masse

popolari, urbanizzate o meno, la sussistenza del latifondo, le discriminazioni sofferte dagli Indios, lo

sfruttamento delle risorse minerarie e naturali, la cospicua diaspora di emigrati che cercano unfuturo per sé e le

proprie famiglie all’estero,subendo maltrattamenti in America e in Europa.

Una complicata agenda politica che al momento pare messa da parte di fronte al deflagrare del conflitto tra poteri

dello Stato di cui non si vede, al momento in cui scriviamo, una soluzione.

PIER LUIGI GIACOMONI

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