L’OSSESSIONE DI PUTIN PER L’UCRAINA
(12 Marzo 2022)

MOSCA. Per Vladimir Vladimirovic Putin l’Ucraina è una vera ossessione: da diversi anni cerca in tutti i modi d’impadronirsene, o imponendo un regime filorusso o occupandone diverse regioni: dal 24 febbraio è scattata un’operazione che potrebbe preludere ad un’occupazione militare totale oppure ad uno smembramento.

Nei trentun anni della sua storia come Stato indipendente, l’Ucraina ha conosciuto diverse convulsioni: nel 2003 e 2014, gli ucraini insorsero per rovesciare Viktor Janukovic, l’uomo che con la sua condotta aveva riportato il Paese nell’orbita di Mosca. Poi, nelle elezioni del ’19, delusi per la sistematica corruzione della classe dirigente, hanno votato per Volodimir Zelensky, un ex comico molto popolare, senza nessuna esperienza politica precedente, nella speranza d’aver un governo pulito e capace.

Zelensky, russofono e d’origine ebrea, era stato descritto al momento dell’insediamento come un Presidente di compromesso che avrebbe tentato di risolvere le questioni aperte con la russia, onde sanare la ribellione dei separatisti del Donbass.

I fatti dimostrano che quelle previsioni erano sbagliate: Mosca non voleva risolvere pacificamente le controversie in atto, montate magari ad arte: voleva l’Ucraina ed avrebbe fatto di tutto per riaverla. A tal fine è stata condotta per anni una preparazione militare che ora vien dispiegata in tutta la sua terrificante mostruosità, supportata da un apparato ideologico che mescola revanscismo nazionalistico e cascami della propaganda comunista dell’antica Unione Sovietica.

a sostegno dell’impresa putiniana, che nelle intenzioni del leader e del suo cerchio magico avrebbe dovuto esser un Blitzkrieg, risolvibile in pochi giorni, è sceso in campo tutto l’apparato propagandistico che adula il capo e demonizza gli avversari.

per converso, tra quanti oggi avversano Putin e la sua avventura bellica, è serpeggiata una russofobia dal sapore antico: così, accanto a più che giustificate sanzioni economiche e commerciali che però per il momento salvano le importazioni di gas e petrolio, son stati immotivatamente cancellati corsi di studio su scrittori russi dell’Ottocento, come Dostoevskij, o la partecipazione di gatti, provenienti dalla Federazione russa, a certe mostre feline.

Intanto, la guerra continua, col suo strascico di sofferenze: migliaia di morti e feriti, distruzioni e colonne di profughi alla ricerca d’un rifugio che li salvi dalla morte. Una volta tanto l’Europa non si è voltata dall’altra parte: anche Paesi in passato restii ad accogliere rifugiati han aperto le loro porte. Secondo le Nazioni Unite potrebbero essere fin a 5 milioni (su una popolazione di 44 milioni d’abitanti) gli ucraini che cercheranno altrove ospitalità.

Sempre l’Europa, insieme a Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone ed Australia han decretato durissime sanzioni contro la russia e il suo sistema economico: in due settimane, il valore del rublo si è polverizzato, molte imprese che avevano filiali nella Federazione russa han chiuso, gl’interessi di parecchi “oligarchi” che devon la propria fortuna all’amicizia col leader del Kremlino son stati colpiti. Basta tutto questo per far finire la guerra d’aggressione all’Ucraina? Per provocare un cambio di regime a Mosca? Per dimostrare che l'”operazione speciale” promossa dal Kremlino è sostanzialmente fallita?

Parrebbe di no, benché sian in atto tentativi diplomatici per far cessar il fuoco ed aprir una trattativa che eviti conseguenze ancor più gravi di quelle già provocate da combattimenti e bombardamenti indiscriminati.

Se Putin sperava d’ottenere l’appoggio di tutta la popolazione ucraina di lingua russa e di fede ortodossa, (va ricordato che nel 1991 il 90% degli ucraini si espresse per l’indipendenza dall’URSS, comprese le regioni del donbass, ribelli dal 2014), oggi l’aggressione compiuta dall’armata russa ha scavato un fossato d’odio tra i due Paesi che richiederà anni per esser colmato, tanto più che nel suo vulcanico discorso del 21 febbraio il Presidente ha negato l’esistenza dell’Ucraina.

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IL DISCORSO DEL CAPO.

Parlando in televisione per una cinquantina di minuti, Vladimir Vladimirovic Putin, tra l’altro ha detto: «Fin dall’antichità gli abitanti delle terre storiche del sud-ovest della Russia antica si chiamarono russi e ortodossi. Così fu fino al XVII secolo, quando parte di questi territori fu riunita allo Stato russo, e anche dopo. […]
l’Ucraina moderna è stata interamente e completamente creata dalla Russia, più precisamente, dai bolscevichi, dalla Russia comunista. Questo processo iniziò quasi subito dopo la rivoluzione del 1917, e Lenin e i suoi soci lo fecero in modo molto grossolano nei confronti della Russia stessa, separandole, strappandole parte dei suoi stessi territori storici.
[…] prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale, Stalin annesse all’URSS e trasferì all’Ucraina alcune terre che appartenevano a Polonia, Romania e Ungheria. Allo stesso tempo, come una sorta di compensazione, Stalin dotò la Polonia di parte dei territori tedeschi originari e nel 1954 Khruschev per qualche motivo portò via anche la Crimea dalla Russia e la regalò all’Ucraina. In realtà, è così che si è formato il territorio dell’Ucraina sovietica.»[1]

Quanto detto dal capo non è tutta farina del suo sacco: da diversi anni, tra i consiglieri più ascoltati c’è un filosofo, Aleksandr Dugin che già nel 2009 aveva preconizzato la divisione dell’Ucraina in due Stati separati: la parte orientale si sarebbe alleata con la Russia e quella occidentale avrebbe guardato sempre all’Europa. Per Dugin l’Ucraina era abitata da due popoli distinti – gli ucraini occidentali, che parlavano ucraino, e la popolazione dell’est, una nazionalità che includeva genti d’etnia sia russa che ucraina, ma entrambe russe per lingua e cultura. I due popoli, a suo modo di vedere, avevano orientamenti geopolitici fondamentalmente differenti. Ciò significava che l’Ucraina non era uno Stato-nazione. Significava altresì che il suo smembramento era inevitabile – l’unico dubbio era se si sarebbe svolto in modo pacifico. Una guerra era nell’ordine delle cose, aveva messo in guardia all’epoca.

solo che quel “mondo russo” che il binomio Putin-Dugin immaginano non esiste:

«Si stima – scrive Licia cianetti[2] – che all’indomani della caduta dell’Unione Sovietica circa 25 milioni di cittadini sovietici russofoni si trovassero fuori dai confini della nuova Repubblica Federale Russa. La porzione più grande era proprio in Ucraina. Estonia e Lettonia, altri due Paesi europei che negli anni sono stati accusati di simpatie naziste da governo e media russi, hanno anch’essi poco meno di un terzo di russofoni (di etnia russa, ma anche ucraina e di altre ex Repubbliche sovietiche). Sin dai primi anni Novanta il governo russo ha sempre insistito non soltanto sulla necessità di proteggere una sfera di interesse in quello che identifica come il suo blizhnee zorubezhe («estero vicino», cioè le ex Repubbliche sovietiche), ma anche sulla responsabilità della madrepatria russa di difendere i propri compatrioti all’estero. Da lì sono emerse politiche specifiche di supporto linguistico e culturale (le «politiche per i compatrioti», appunto) e rivendicazioni del governo russo contro infrazioni vere o presunte dei diritti dei compatrioti nelle ex Repubbliche sovietiche.»

Non è chiaro – prosegue Cianetti – quanti dei russofoni dei Paesi confinanti sposino la visione putiniana: in Estonia e Lettonia sono una minoranza anche perché la qualità della vita in Russia è decisamente meno soddisfacente di quella degli Stati Baltici, aggiungiamo noi, inseriti pienamente nei club dell’Unione europea, dell’Eurozona e della NATO.

Anche in Ucraina, l’idea che i russofoni debbano stare dalla parte della madrepatria Russia è una fantasia con poco riscontro nella realtà: negli anni, nonostante differenze linguistiche, sociali ed economiche tra l’Ovest più ucrainofono e l’Est e il Sud più russofoni, e nonostante la crescita come un po’ in tutta Europa dell’ultradestra nazionalista (che però ha preso una batosta alle ultime elezioni nel 2019), il nazionalismo civico, cioè l’attaccamento allo Stato ucraino e la visione più eurofila della posizione culturale e geopolitica dell’Ucraina sono cresciuti un po’ dappertutto.

«Secondo un recente studio – conclude cianetti – dopo l’annessione della Crimea e l’occupazione del Donbass da parte della Russia nel 2014, e ancor di più dopo l’elezione di Zelenski (russofono, originario del Sud Est ucraino ed eurofilo) nel 2019, sempre più ucraini sarebbero a favore di un’adesione alla NATO, anche nelle regioni a Est e a Sud, dove la logica etnica suggerirebbe altrimenti. Lo stesso studio mostra come siano l’appartenenza politica (aver votato o meno per Zelenski), fattori socio-economici e sentimenti democratici, e non lingua o etnia, a spiegare l’orientamento dei cittadini ucraini verso l’Unione europea.»

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IL SAPORE DELLA LIBERTA’.

Ma ci sono ulteriori fattori che contribuiscono a far comprendere che l’operazione restauratrice dell’URSS promossa dal Kremlino è destinata al fallimento.

1. Dopo la fine del totalitarismo comunista, è risorto in Ucraina un forte sentimento nazionale che attendeva solo qualche motivo per manifestarsi: la coscienza d’essere una nazione differente dalla russia, indipendentemente dalla lingua parlata o dalla religione praticata, fa sì che oggi a battersi come leoni contro gl’invasori non siano soltanto coloro che parlano ucraino, ma anche moltissimi che si esprimono abitualmente in russo. Costoro non vogliono che il loro paese torni ad essere una colonia di Mosca così come ai tempi dello zarismo e dell’URSS.
(Fra l’altro, nel 2019, nell’ambito dell’ortodossia vi è stato una specie di scisma: a Kiev è nato un patriarcato autonomo da Mosca, riconosciuto da Costantinopoli. L’iniziativa, all’epoca, suscitò le ire degli alti gerarchi della chiesa ortodossa russa che boicottarono il concilio convocato da Bartolomeo I a Creta per sanare i contrasti in seno alla chiesa. In questi giorni con diversi interventi Kirill I, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, ha benedetto l’operazione di Putin).

2. In questi decenni si è sviluppata in tutto l’ex impero sovietico un’opinione pubblica che ha assaporato la libertà in tutti i suoi aspetti: le stesse dimostrazioni pacifiste in atto in parecchie città della Federazione russa dimostrano che c’è una parte della popolazione del vasto regno di Putin che non vuol morir per Kiev e teme l’isolamento internazionale del proprio paese. Ai tempi dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche i sudditi del PCUS, a meno che non fossero artisti di chiara fama, sportivi, spie o alti papaveri del partito, non potevano uscire dal “paradiso del socialismo reale”. Dal 1991 gli ex sovietici hanno potuto scoprire il mondo ed ora non vogliono esser rinchiusi nuovamente sotto una cappa opprimente fatta di propaganda incessante, violenza, soprusi, corruzione, malgoverno. gli ucraini, che faticosamente han costruito un loro percorso democratico, son ancora più decisi a dar la vita per un futuro diverso da quello immaginato dall’oligarchia moscovita.
(secondo alcune fonti, la polizia russa ha arrestato circa 10.000 persone, tra cui anche adolescenti e donne, per aver protestato pubblicamente contro la guerra: ora Mosca sta cercando d’introdurre un proprio internet, così come avviene nella totalitaria Cina, in modo da impedire ai russi di leggere ciò che scrive la stampa internazionale e bloccare sul web le ricerche non gradite al potere).

3. La Russia crede d’esser di nuovo una superpotenza mondiale come ai tempi dell’URSS, quando esercitava la propria egemonia su un’area mondiale che andava da Trieste a Vladivostok. quell’area però sopravviveva grazie ad un regime autarchico nel quale ad ogni membro dell’alleanza, chiamata Komekon, spettava un ruolo. Le merci circolavano solo all’interno di quest’alleanza e Mosca si riservava il diritto d’intervento nei diversi paesi membri per ristabilirvi l’ordine qualora fosse andato al potere qualcuno che derogava dalla linea ufficiale. Così accadde nel ’53 a Berlino est, nel ’56 in Ungheria, nel ’68 in Cecoslovacchia. Nel 1980 non fu necessario occupare la Polonia perché le forze armate di Varsavia attuarono un autogolpe che mise per alcuni anni la museruola a Solidarnosch. Gorbachev comprese che quella condotta era disastrosa e diede semaforo verde alle rivoluzioni che tra il 1989 e il ’90 portarono alla dissoluzione dell’impero autarchico del socialismo reale. Putin, uomo cresciuto nel KGB ed imbevuto dell’ideologia che ne faceva il vero padrone dello Stato comunista ora vuol rimetter in riga gli ucraini dopo averlo fatto in Bielorussia, kazakistan, Kirgghisistan e dopo aver infiltrato i suoi mercenari in diversi teatri di guerra, come Siria, Libia e Sahel. Per far ciò chiude tutti gli spazi informativi liberi ed impone la censura, proprio come ai tempi nei quali l’agenzia TASS era l’unica voce del governo. Ma oggi il mondo è diverso: nel bene o nel male ci sono le reti sociali, c’è Internet, c’è una circolazione di notizie, foto, video, comunicazioni inimmaginabile 4 o 5 decenni fa.

4. Se Putin voleva dimostrare con questa guerra che l’Occidente non esiste, che è in piena decadenza, che la NATO non è più necessaria, che la stessa Unione europea può tranquillamente chiuder bottega, che la democrazia liberale ha fatto il suo tempo… Ebbene, proprio in queste settimane tutto ciò che Vladimir Vladimirovic e i suoi tirapiedi abborrono di più ha dimostrato un’inattesa vitalità, una capacità di reazione insperata, un’unità d’intenti inimmaginabile solo fino a poco tempo fa. E’ vero, l’Occidente è uscito male dall’iraq e dall’Afghanistan; è vero, negli anni di Trump gli stati Uniti sembravano inclini all’isolazionismo, mentre l’Europa, anche a causa della Brexit e della dissennata politica dell’austerità, pareva avvitarsi in una crisi senza rimedio. Ma quel tempo è finito.
Ora l’Occidente ha ritrovato motivazioni per star insieme e per battersi coi mezzi di cui dispone contro le minacce lanciate urbi et orbi dal despota eurasiatico. Come nel 1940, nel momento in cui sembrava che la Germania nazista avesse l’europa in pugno e la guerra stesse finendo male per le democrazie, la Gran Bretagna di Winston Churchill trovò la forza per infliggere al demone nazista le prime serie sconfitte, mentre in Francia nasceva la resistenza per merito di Charles de Gaulle, ora un pugno di leader europei stanno intraprendendo la strada per iinfliggere una sonora batosta al tiranno, che non pago di dominare un impero che va da S. Pietroburgo a Vladivostok, lo vuole ampliare sottomettendo gli ucraini, oggi, e chissà chi altro domani.

5. Le vicende di queste angosciose settimane han dato una spinta significativa alla transizione dall’era degli idrocarburi a quella delle energie rinnovabili: finora sembrava che la questione fosse di là da venire. Le lobby petrolifere parevano godere d’un potere incontrastato, ma ora si stan affacciando nuovi temi. La dipendenza dell’occidente dagl’idrocarburi russi (l’italia importa oltre il 40% del gas naturale liquido che consuma dalla Federazione russa), pone il problema di sostituire questa fonte d’energia che ha condizionato lo sviluppo delle società moderne per oltre 160 anni il più rapidamente possibile. Il processo non sarà veloce, ma la strada sembra tracciata. Tanto più che i cambiamenti climatici coi loro caldi eccessivi e le tempeste disastrose sono ormai un argomento all’ordine del giorno dei governi responsabili.

Se Putin, ancora per un po’, potrà pagarsi le guerre in cui è impegnato coi proventi degl’idrocarburi che esporta e che vende a caro prezzo, in un futuro forse non lontanissimo questo strumento di ricatto diverrà un’arma spuntata.

Forza Ucraina! Forza Europa! Forza mondo libero!

PIER LUIGI GIACOMONI

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NOTE:

[1] Cfr. Discorso del Presidente della federazione russa in www.sputniknews.com, 21 febbraio 2022.
[2] Cfr. L. Cianetti, IL «MONDO RUSSO» DI PUTIN NON ESISTE, in www.rivistailmulino.it, 3 Marzo 2022.