IRAN

IL POPOLO INSORGE, IL REGIME REPRIME
(24 Gennaio 2026)

TEHERAN. Dal 28 Dicembre 2025 è in corso in Iran una vera insurrezione popolare contro il regime degli Ayatollah: motivo iniziale, il carovita determinato dalla svalutazione del Rial che in poche settimane ha visto polverizzarsi il suo valore.

Per settimane le strade delle città del Paese son state percorse da marce di protesta con slogan contro il clero sciita che dal 1979 governa l’Iran: la repressione è stata spietata.

Un bilancio preciso non lo si può ancora fare, ma pare che siano morte oltre 5.000 persone mentre 20.000 sarebbero finite in carcere.

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BUIO ELETTRONICO

Per evitare che le immagini degli scontri tra dimostranti e polizia facessero il giro del mondo, le autorità han imposto il buio elettronico, cioè l’isolamento del Paese dal web: tuttavia la diaspora è riuscita lo stesso a far trapelare informazioni.

Il regime ha reagito con la spietatezza abituale, dichiarando che per gl’insorti non ci sarà pietà e che presto i tribunali emetteranno dure sia detentive che capitali: il leader supremo Ali Khamenei in diversi interventi ha accusato Israele, Stati Uniti ed altri d’aver fomentato la rivolta.

In realtà, la contestazione popolare non ha bisogno di queste interferenze per montare: «L’ostinazione a volersi dotare dell’arma atomica – scrive Le Monde[1] – considerata un’assicurazione sulla vita contro qualsiasi attacco, ha prodotto una raffica di sanzioni internazionali che hanno messo in ginocchio l’economia, nonostante le ricchezze del paese. Allo stesso tempo, queste ricchezze restano nelle mani della casta vicina al regime, a cominciare dal pilastro della sicurezza, i corpi d’élite dei Guardiani della rivoluzione, in prima linea nella repressione.»

Corruzione, malgoverno, dispotismo sempre più feroce, accompagnato dalla consapevolezza che il Paese sarebbe nelle condizioni per esser ricco, son ingredienti sufficienti per far detonare una rivolta di dimensioni nazionali.

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OLTRAGGIO ALLE FAMIGLIE

In un’inchiesta, il New York Times rivela che nel maggior cimitero di Teheran son avvenute nei giorni scorsi scene strazianti:

«Le famiglie frugavano – raccontano Erika solomon e Kiana Hayeri[2] – freneticamente tra pile di corpi, così ammassati che i vivi dovevano stare attenti a non calpestare i morti. Piangevano e maledicevano mentre cercavano nei sacchi per cadaveri il numero assegnato al proprio caro per la sepoltura: uno strato surreale di burocrazia imposto a un incubo caotico.

Ma il punto di rottura è arrivato quando i lavoratori del cimitero, dall’aspetto esausto, sono arrivati con camion frigoriferi per gettare ancora più corpi a terra. I sacchi sono caduti con un rumore ripugnante davanti agli spettatori che erano venuti a seppellire i propri figli, fratelli, padri e madri.
“Quel momento ha distrutto le persone. La gente non poteva sopportare di vedere i corpi gettati in quel modo”, ha detto Kiarash, un testimone che ha descritto la scena avvenuta questo mese a Behesht-e Zahra, il più grande cimitero di Teheran. “C’era una madre distesa sul cadavere del figlio, che supplicava aiuto affinché non lo gettassero da qualche parte”. Infuriata, la folla ha iniziato a farsi strada verso il corridoio dell’obitorio, maledicendo la Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei — reato che può costar la vita — mentre le forze di sicurezza restavano a guardare. “Le madri piangevano, urlando e tutta la gente gridava cose come: ‘Morte a Khamenei’”..

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“TASSA SUL PROIETTILE”

Nei quartieri più poveri di Mashhad, alcune famiglie hanno riferito che è stato chiesto loro di pagare somme impossibili, a volte fino a 6.000 dollari, per recuperare i corpi dei manifestanti: se non pagano, i loro cari saran sepolti in fosse comuni.

«La pratica di imporre una “tassa sul proiettile” alle famiglie dei dissidenti uccisi – aggiunge il Times – risale alla brutale repressione della Repubblica Islamica contro i suoi oppositori negli anni ’80, quando le autorità esigevano un pagamento per restituire i corpi delle persone giustiziate.»

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SEPPELLIRE ALL’ALBA

L’ultima umiliazione è la sepoltura stessa: le autorità Sspesso impongono alle famiglie di tumulare il loro caro nella sua città d’origine.

Le esequie devon avvenire, ordinano, altrove e magari all’alba per evitare che la cerimonia possa trasformarsi in una manifestazione antiregime.

Così avvenne nel 2022 per Mahsa Jina Amini: «la restrizione dei riti funebri – narra ancora il NYT – è una lezione che la Repubblica Islamica ha appreso dalla rivoluzione del 1979. All’epoca, i funerali e le cerimonie commemorative dei 40 giorni furono fondamentali per mantenere lo slancio delle proteste che rovesciarono lo Shah».

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OCCIDENTE SILENZIOSO

Mentre scriviamo queste note sembra che l’insurrezione in Iran stia attraversando un momento di pausa e forse il regime crede d’essersi salvato ancora una volta: ciò che colpisce però in questo momento è la passività di tutto quel mondo che, per esempio, nel 2022 scese per le strade delle città occidentali a sostegno delle proteste scoppiate dopo la morte di Mahsa Amini.

Stavolta gli iraniani son rimasti da soli: forse il mondo che spesso protesta è stanco, affaticato o forse troppo occupato ad inseguire altre cause.

PIER LUIGI GIACOMONI

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NOTE:

[1] Le Monde, éDITORIAL, La terreur, ultime moteur du régime iranien, lemonde.fr, 17 Gennaio 2026;
[2] E. Solomon & K. Hayeri, The Final Indignities Inflicted on Iran’s Protest Victims, nytimes.com, 23 Gennaio 2026.