IL VANGELO DI OGGI
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(7 Settembre 2025)
XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO: Brasile, Festa dell’indipendenza
CHE LINGUA PARLAN GLI EBREI?
Proseguendo nel mini percorso che abbiam intrapreso la scorsa settimana a proposito degli ebrei, oggi affrontiamo un problema che ha condizionato la storia contemporanea d’Israele: quello della lingua.
In antico, gli ebrei usavan l’ebraico che si trova scritto nella Bibbia e che vien studiato per esempio dai biblisti per poter leggere la sacra scrittura in originale.
Successivamente, in seguito alle varie dominazioni, anche in Palestina è penetrato il greco: così, le sacre scritture son state tradotte in quella lingua dai Settanta (II Secolo a.C.).
Dopo la dispersione del popolo ebraico, imposta dagl’imperatori Flavi, gli ebrei han appreso le lingue dei loro nuovi luoghi di residenza, ma han conservato l’antico ebraico come lingua di preghiera.
Nel Novecento, anche in seguito al fiorir del sionismo, rinasce l’antica lingua che diventa quella dello Stato d’Israele, accanto a quelle dei luoghi di provenienza dei suoi abitanti: ovviamente l’ebraico di oggi ha avuto bisogno d’un profondo aggiornamento per comprender termini che non eran presenti in antico: alla Knesset, alla radio, sui giornali si parla e si scrive in ebraico moderno.
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CHE LINGUA PARLAVA GESÙ?
Gesù probabilmente usava l’aramaico, una specie di lingua franca del Medio Oriente, ma forse sapeva anche un po’ di greco.
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VANGELO
Luca, CAP. 14, Vv. 25-33
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
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COMMENTO
Prima di far qualunque cosa, noi programmiamo: il professore, prima d’andar in classe per tener una lezione, la prepara scegliendo con cura ciò che dirà; il musicista, sapendo di dover dare un concerto, prova e riprova i brani che eseguirà… e così il chirurgo, l’architetto, il pittore…
Se non facessimo così, se ci comportassimo come colui che imposta un lavoro così come viene, senza alcuna programmazione, andremmo incontro a solenni fallimenti.
E’ vero, la storia è piena di “visionari”, gente che ha immaginato prima di altri, cose che poi si son realizzate in tempi successivi. Costoro ai loro tempi son stati presi per pazzi e magari qualcuno ha pagato la propria visionarietà con l’emarginazione o la morte in miseria, quando non perseguitato.
Anche lo scienziato più pazzo e scriteriato, l’artista più fuori dagli schemi, il pensatore più originale ha svolto prima d’uscir allo scoperto un lungo lavoro di preparazione che noi nonvediamo.
E’ di questo che parla Gesù che da noi vuol senso di responsabilità: con l’espressione «Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo», non ci invia un ultimatum, ma un invito ad esser adulti, non necessariamente in senso biologico.
Portarsi dietro la propria croce significa farsi carico di sé stessi e degli altri che ci circondano, evitando di girar lo sguardo da un’altra parte. E’ ciò che distingue l’adulto dal bambino che, di fronte ai fallimenti può esser tentato di cercar delle scuse o scaricar su altri i propri insuccessi.
PIER LUIGI GIACOMONI
