ERITREA ED ETIOPIA DI NUOVO AI FERRI CORTI
(21 giugno 2016).

ASMARA. L’Eritrea è nata nel 1991, separandosi dall’Etiopia al termine d’una lunga guerra d’indipendenza. Da allora, periodicamente, esplodono contrasti tra i due Paesi che sfociano in combattimenti di confine tra i due eserciti.

Negli scorsi giorni i due governi si sono scambiate reciproche accuse sulla ripresa di intensi combattimenti lungo la zona centro-orientale della frontiera.

Nel 2000, un accordo di pace pose termine a due anni di guerra, ma all’intesa non è mai stata data completa attuazione con continue tensioni che aggravano le rispettive situazioni interne.

Sia in Etiopia che in Eritrea gli spazi di libertà individuale vengono considerevolmente limitati dal regime a partito unico, del resto comune a molte Nazioni africane.

Solo la scorsa settimana, ad esempio,  a Ginevra il regime eritreo è stato accusato
di crimini contro l’umanità su grande scala da un’apposita commissione d’inchiesta dell’Onu: i rappresentanti del Palazzo di Vetro non sono stati autorizzati ad entrare in Eritrea, guidata dall’indipendenza con pugno di ferro da Issaias Afewerki, ma hanno ascoltato oltre 800 eritrei in esilio.

Il rapporto delle Nazioni Unite, che sarà discusso il 21 giugno al Consiglio dei diritti dell’uomo, ha tratteggiato una situazione gravissima per 300-400 mila schiavi, denunciando torture, privazioni delle libertà, sparizioni forzate, persecuzioni e violenze.

Gli schiavi sono i ragazzi in servizio nazionale senza fine e permanente. Si possono considerare degli schiavi moderni, perché non hanno la possibilità di decidere del proprio futuro, della propria vita. L’ha voluto il governo eritreo, nel momento in cui ha deciso che la sua linea sulla questione di frontiera
con l’Etiopia lasciava aperte tutte le opzioni, compresa quella di riprendere le armi contro Addis Abeba.

Perciò è stata istituita una leva obbligatoria per tutti
i cittadini. I ragazzi, in particolare, sono tenuti a frequentare l’ultimo anno della scuola superiore al training militare e da lì poi vengono indirizzati al servizio nazionale, che appunto non ha praticamente fine.»

L’Eritrea, fin dalla sua nascita, ha scelto una linea isolazionista ed ipersovranista ed il suo Presidente ha imposto un regime di polizia particolarmente oppressivo nei confronti di tutte le forme d’opposizione vere o presunte. Oggi, però c’è una grande crisi: la popolazione vive nella paura perché sa di non potersi esprimere liberamente. Chi lo fa, è tacciato di tradimento.

Quindi, non può uscire dal Paese, i visti non vengono dati se non si ha un’età avanzata,

Il regime è opprimente anche verso gli adulti: ad esempio chi vuole aprire un’attività commerciale o industriale deve chiedere un permesso alle autorità che possono revocarglielo senza nessun preavviso e, soprattutto senza fornire spiegazioni.

Afewerki, che si era fatto un nome durante i lunghi anni della guerra di liberazione contro l’etiopia (1961-1991) si dimostra attualmente uno dei più brutali despoti in circolazione in Africa.

Non è un caso che tra i profughi in fuga dalle coste libiche una porzione consistente  siano eritrei.

PIERLUIGI GIACOMONI