CRISI DI GOVERNABILITA’ IN SPAGNA ED IRLANDA
(28 febbraio 2016)

MADRID-DUBLINO. L’incertezza, l’instabilità, la fragilità dei governi, ecco il triplice spettro che si profila per due Stati PIGS, quelli che all’inizio del decennio parevano la palla al piede per le sorti progressive dell’Euro e dell’Unione Europea.

Spagna. Il 1° marzo il Congresso dei Deputati uscito dalle elezioni del 20 dicembre 2015 sarà chiamato a pronunciarsi sul progetto di governo di minoranza PSOE-Ciudadanos, proposto dal candidato Presidente Pedro Sánchez, designato ad inizio febbraio da Re Filippo VI di Borbone.

Sulla carta, le prospettive per quest’esecutivo paiono chiuse: sia il PP di Mariano Rajoy (122 seggi), sia Podemos (69 seggi) hanno escluso di votare a favore del nuovo candidato alla Presidenza del Governo.

Entrambi questi due schieramenti,per motivi diversi, ma tutto sommato convergenti, scommettono sull’incapacità di questo Parlamento di dar vita ad un nuovo governo e puntano, più o meno esplicitamente a nuove elezioni a fine giugno.

Tuttavia, sia i socialisti che Ciudadanos stanno premendo su Popolari e Podemos perché alla fine, tra la prima votazione (probabilmente il 2 marzo) e la seconda (verosimilmente il 4 marzo) uno dei due schieramenti decida d’astenersi permettendo al governo di nascere.

Irlanda. Anche se la complessa legge elettorale in vigore nella Repubblica d’Irlanda non consente ancora di sapere quale sarà la composizione del nuovo Dáil éirean tre cose appaiono chiare:
1. la coalizione Fine Gael-Laburisti esce pesantemente sconfitta: il FG scende dal 36 ad uno scarso 26% dei voti, i Labours crollano al 6% perdendo per strada oltre due terzi dei voti ottenuti nel 2011;
2. Nessuno dei due partiti principali del Paese (Fine Gael, appunto, e Fianna Fáil) conquistano una solida maggioranza e sarà necessario un lungo negoziato per formare il nuovo governo.
3. Da quest’elezioni, come già in Spagna a dicembre, esce un Parlamento molto frammentato con almeno una decina di gruppi parlamentari che brillano per la loro incapacità di raggiungere dei compromessi che consentano un’adeguata governabilità

E’ uno scenario che noi Italiani conosciamo bene: anzi, quanto emerso dalle urne in Spagna ed Irlanda assomiglia molto alla situazione politica scaturita nel nostro Parlamento dopo le elezioni del 24-25 febbraio 2013.

Pedro Sánchez, in particolare, ha toccato con mano cosa voglia dire tentare di formare una coalizione con uno schieramento populista come Podemos: il suo Leader Pablo Iglesias, fin dall’inizio, ha condotto una campagna denigratoria nei confronti del PSOE mettendo in evidenza più le divergenze che le consonanze, più i difetti dei socialisti che i progetti che si potevano realizzare insieme. Insomma, come han fatto in Italia i cinque stelle, ha alzato sempre di più la posta in palio, fino a rendere impossibile un accordo.

Ha proposto, per esempio, a Sánchez un patto di governo, ponendo, però come condizioni imprescindibili:
1. una lista di ministri predefinita a tavolino, limitando l’autonomia di decisione del Presidente del Governo, che, in base alla Costituzione del 1978, ha il potere di nomina e revoca dei membri del consiglio dei Ministri.
2. la creazione d’un ministero per la plurinazionalità;
3. la celebrazione entro due anni d’un referendum sulla permanenza della Catalogna in seno allo stato spagnolo;
4. un referendum sulla revocabilità del governo dopo due anni di mandato.

Il tutto condito da una retorica sulla corruzione ed il malcostume della classe politica spagnola e sulla sostanziale uguaglianza tra socialisti e popolari. .

E’ ovvio che in queste condizioni,l’accordo tra i due attori in scena non era possibile.

Dall’altro lato il PP ha inutilmente chiesto la formazione d’un governo di grande coalizione PP-PSOE-Ciudadanos che al momento in cui scriviamo, non potrebbe esser accettato dai socialisti, pena il loro suicidio politico.

In Irlanda le prime dichiarazioni degli attori politici sembrano prefigurare un lungo periodo di stallo politico con conseguente ricorso a nuove elezioni entro ottobre: il 10 marzo prossimo il nuovo Dáil si riunirà per eleggere il nuovo Taoiseach (Primo Ministro) a cui il Presidente affiderà l’incarico di formare e presiedere il nuovo gabinetto.

Anche qui, o le principali forze politiche dimostreranno la loro capacità di negoziare e di raggiungere dei ragionevoli compromessi o sarà inevitabile un lungo periodo d’instabilità politica e nuove chiamate alle urne.

Tutte cose che cozzano con la necessità di avere governi autorevoli e funzionanti in tempi di crisi, dove i problemi, invece di risolversi, s’ingarbugliano e paiono irrisolvibili.

Se c’è una morale chiara che si può trarre dalle vicende di questi Paesi membri dell’Unione europea pesantemente investiti dal collasso delle loro economie ed interessati dai programmi di riforme proposte da Bruxelles in nome dell’austerità e dell’equilibrio di bilancio, è proprio che questi programmi mettono in forte tensione il sistema democratico e la sua capacità di far fronte alle tremende tensioni sociali che pervadono l’insieme della collettività.

Può la democrazia sostenere a lungo il peso dell’aumento delle disuguaglianze sociali, del divario tra ricchi e poveri, del progressivo impoverimento di vasti strati della popolazione?

La storia ci ha insegnato che a volte ce la fa, come insegna l’esperienza del New Deal di Franklin Delano roosevelt, in parte anticipato dall’incompreso Herbert Hoover, a volte no, come nel caso della Repubblica di Weimar travolta dall’irruzione sulla scena politica d’una molteplicità di forze antisistema che, alla fine, han consegnato il potere supremo ad Adolf Hitler, con le tragiche conseguenze che ben conosciamo.

PIERLUIGI GIACOMONI