AFRICA. ELETTRIZZANTE AUTUNNO ELETTORALE
(7 Novembre 2020)

CONAKRY. In Africa è in corso un elettrizzante autunno elettorale: in Guinea, Tanzania, Costa d’Avorio e Seychelles in queste settimane si sono svolte elezioni legislative e presidenziali.

Tra poco sarà la volta di Burkina Faso, Ghana e Centrafrica.

In quasi tutti gli Stati in cui si è già votato i presidenti uscenti son stati riconfermati, ma tanto prima, quanto dopo lo scrutinio è stato tutto un fiorire di boicottaggi, contestazioni e mancato riconoscimento degli esiti elettorali.

Unica eccezione le isole Seychelles dove l’uscente ha ceduto il passo ad un nuovo capo di Stato, come avviene nelle democrazie più mature.

Ma andiamo con ordine.

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GUINEA. IL TERZO MANDATO DI CONDE’.

CONAKRY. Il 18 Ottobre, dunque, gli elettori guineani sono stati chiamati ad eleggere il presidente della Repubblica, dopo che in primavera era stata rinnovata l’Assemblea Nazionale ed approvata con referendum confermativo la nuova Costituzione.

Per mesi una coalizione di forze politiche e sociali, riunite nel Fronte per la difesa della Costituzione avevano dato del filo da torcere alle autorità di Conakry con manifestazioni e proteste che avevano visto la partecipazione di parecchi giovani, residenti nelle banlieue della capitale e in provincia.

L’FNDC sosteneva, non a torto, che il varo d’una nuova Costituzione era finalizzato unicamente a far rieleggere per un terzo mandato il Presidente in carica Alpha Condé, 82 anni, che, in base alla vecchia legge fondamentale non avrebbe potuto ricandidarsi. Condé ed il suo partito l’RPG (Rassemblement du Peuple Guinéen) non hanno dato ascolto alla società civile.

Il Capo di Stato, perciò, è tato confermato al primo turno col 59,41% dei voti, mentre il suo principale rivale, Cellou Dalein Diallo (Unione des Forces Démocratiques du Guinée, UFDG), che ha denunciato brogli, ha raccolto il 33,5%.

Nelle violenze seguite al voto, sono morte almeno 21 persone. Il sito Wakat Séra commenta: «Complimenti ad Alpha Condé per aver dimostrato che la democrazia
è un’arma di distruzione di massa concessa ai politici per
massacrare il loro popolo.» .

Diallo – scrive BBC News Africa – si è rivolto alla Corte costituzionale per ottenere l’invalidazione del voto, mentre sia gli Stati Uniti che l’Unione europea hanno definito poco credibili i risultati diffusi dalla Commissione Elettorale.

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TANZANIA. MAGUFULI ATTO SECONDO .

DAR ES SALAAM. John Magufuli ha ottenuto facilmente un secondo mandato in Tanzania nelle elezioni del 28 Ottobre.

Il Presidente, candidato ufficiale del Chama Cha Mapinduzi, il partito che fin dall’indipendenza domina la scena politica nazionale e che nel 2015 si era candidato con l’obiettivo d’estirpare la corruzione, ha ottenuto l’84,4% dei voti. Il suo principale rivale, Tundu Lissu (Chadema) si è dovuto accontentare d’un esiguo 13%.

Nelle parallele elezioni nell’isola di Zanzibar Hussein Mwinyi (CCM) ha vinto col 76,3%, mentre a Seif Sharif Hamad (ACT-Wazalendo) è andato il 19,9%.
(dal 1964, Tanganika e Zanzibar formano una federazione che porta il nome di Tanzania: Zanzibar gode d’una speciale autonomia).

Nei giorni successivi allo scrutinio, i principali esponenti dell’opposizione sono stati arrestati perché intendevano protestare contro le irregolarità che, a loro dire, erano state commesse sia durante le operazioni di voto che di scrutinio.

Successivamente però Tundu Lissu ed altri dirigenti di Chadema sono stati rimessi in libertà su cauzione, anche se su di loro pesano accuse pesantissime come quella d’aver cospirato contro i poteri dello Stato ed aver programmato attentati dinamitardi e incendiari contro le sedi della Presidenza e del parlamento.

Lissu – narra BBC News Africa – nel 2017 è sopravvissuto ad un tentativo d’assassinio: gli furono sparati contro 16 proiettili. Per tre anni è stato all’estero per farsi curare per poi rientrare in patria a luglio per candidarsi alle presidenziali.

Dal canto suo, John Magufuli, imperturbabile, il 5 novembre ha prestato giuramento allo Stadio di Dodoma, la capitale amministrativa del Paese, davanti alle delegazioni di 12 Stati del continente e rappresentanti dell’Unione africana, mentre la commissione elettorale ha dichiarato non sufficientemente provate le accuse di brogli.

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COSTA D’AVORIO. OUATTARA STRAVINCE, L’OPPOSIZIONE BOICOTTA.

ABIDJAN. Alassane Ouattara, 78 anni, è stato trionfalmente rieletto Presidente della Costa d’Avorio per un terzo mandato nelle elezioni svoltesi nel Paese il 31 ottobre: i dati definitivi resi noti il 3 novembre dalla Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI) gli assegnano il 94,27% dei voti.

Motivo di questo trionfo? Il boicottaggio decretato dalle principali forze d’opposizione: questa protesta si è concretizzata con l’astensione degli elettori fedeli a FPI, PDCI ed altri partiti contrari a Ouattara.

Anche se l’affluenza ai seggi è stata complessivamente pari al 53,9% degli elettori iscritti, nelle roccaforti degli avversari del presidente gli uffici elettorali sono rimasti deserti, mentre nei feudi di Ouattara la partecipazione è stata altissima.

Il 2 novembre, prima che venisse annunciato l’esito dello scrutinio, l’opposizione ha costituito un consiglio nazionale di transizione, presieduto dal principale avversario di Ouattara, l’ex Capo di Stato Henri Konan Bédié, mentre su twitter l’ex Premier guillaume Soro ha fatto appello alle Forze Armate affinché ristabiliscano la legalità istituzionale, intervenendo sulla scena politica, come accaduto in Agosto in Mali.

Le Nazioni Unite, l’Unione africana e la Comunità degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) hanno chiesto dal canto loro alle forze politiche ivoriane di rispettare l’ordinamento costituzionale dopo che Ouattara è stato riconfermato e di cooperare alla costituzione d’un governo d’unità nazionale.

Il tutto avviene in un’atmosfera di tensione crescente che ha già provocato da agosto in qua una quarantina di vittime in scontri tra milizie rivali.

«L’ultima volta che in Costa d’Avorio le elezioni sono finite con un
testa a testa – ricorda the Economist – sono morte tremila persone.»

Ancora una volta, le rivalità interne all’élite che si contende il potere da trent’anni minacciano d’esplodere e provocare un bagno di sangue: dopo un trentennio di regime autoritario di Félix Oupouet-Boigny (1960-1993) le tensioni tra il sud cristiano ed economicamente più sviluppato ed il nord musulmano ed impoverito sono sfociate in due colpi di stato e due guerre civili.

In questo momento il conflitto è soprattutto tra gli eterni duellanti Alassane Ouattara, il Presidente in carica, e Laurent Gbagbo, 75 anni, che guidò il Paese dal 2002 al 2011.

Già negli anni 90 questi si allea con Konan Bédié per impedire a Ouattara d’impadronirsi del potere: è creata la dottrina dell'”ivoirité” in base alla quale non può esser eletto un Presidente che non discenda da una famiglia ivoriana per quattro quarti.

Ouattara, infatti, è originario del Nord del Paese dove molti, compresi i suoi genitori, hanno origini burkinabé.

Si arriva così alle elezioni del 2010, vinte da Ouattara, ma Gbagbo si rifiuta d’accettare la sconfitta asserragliandosi coi suoi fedeli nel palazzo presidenziale.

Conseguenza: le milizie pro Ouattara, nell’aprile 2011 vanno a stanare Gbagbo nel suo bunker, con l’aiuto dei soldati e degli elicotteri francesi. L’ormai ex presidente è tradotto davanti alla Corte Penale Internazionale (Cpi) dell’Aia (Paesi Bassi) ed imputato per crimini contro l’umanità. Ne segue un processo che durerà anni e si concluderà con un’assoluzione nel 2019.

Gbagbo libero, dunque, esule in Belgio ed in contatto coi suoi sostenitori in patria, in attesa di potersi vendicare su chi l’ha deposto.

Per complicare il quadro, sulla scena irrompono altri due nomi: Guillaume Soro ed Henri Konan-Bédié.

Il primo è stato leader d’una milizia ribelle e poi Capo del Governo con Ouattara, per poi prenderne le distanze; il secondo, 86 anni, ha guidato la costa d’Avorio dopo la morte di Ouphouet tra il ’93 ed il ’99.

Il 14 settembre il consiglio costituzionale accoglie la candidatura
di Ouattara, avallando l’idea che la recente modifica costituzionale azzeri il
limite dei due mandati e non ammette 40 dei 44 precandidati alla Presidenza.

La consulta di Abidjan “squalifica” Gbagbo perché condannato in contumacia per aver depredato la banca centrale, e Soro, colpevole d’appropriazione indebita.

Ne conseguono le proteste di queste settimane che conducono al voto del 31 ottobre e ad un dopo elezioni assai incerto. Malgrado gli appelli della comunità internazionale la tensione politica non accenna a distendersi, né contribuisce all’avvio d’una fase negoziale la decisione della procura d’Abidjan d’arrestare, interrogare ed accusare i principali dirigenti dell’opposizione di terrorismo e d’attentato alla stabilità dello Stato.

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SEYCHELLES. DA UN PRESIDENTE ALL’ALTRO.

PORT VICTORIA. Se nell’Africa continentale l’appuntamento elettorale è occasione per regolare conti o per disseppellire antiche rivalità, nell’arcipelago delle Seychelles il voto per il capo dello Stato si è svolto tranquillamente ed il passaggio dei poteri è avvenuto senza tensioni.

Nei giorni tra il 22 ed il 24 ottobre, gli elettori hanno scelto Wavel Ramkalawan, candidato del Linyon Demokratik Seselwa col 54,9% dei voti, mentre l’uscente Danny Faure del Seychelles People Progressive Front (SPPF, ha conquistato il 43,5%; nelle legislative, Linyon Demokratik Seselwa ha vinto 25 seggi su 35, mentre l’SPPF ne ha raccolti solo 10.

L’SPPF, in creolo Party LEPEP, governa indisturbato il Paese dal 5 giugno 1977, giorno in cui attua un colpo di Stato con cui detronizza il primo Presidente James Mancham (1939 – 2017), che il 29 Giugno 1976 aveva proclamato la piena indipendenza nazionale dell’arcipelago dal Regno Unito.

Sale al potere, grazie agli aiuti finanziari dei Paesi socialisti, come la Tanzania e l’Unione sovietica, l’avvocato France Albert René (1935 – 2019) che dal 1964 si era fatto un nome come acerrimo ooppositore del colonialismo britannico e dall’indipendenza era primo Ministro.

In tutto il continente è in atto una spartizione del territorio tra Stati Uniti ed URSS: nel Corno d’Africa si sta combattendo la guerra tra Etiopia, regime comunista, e Somalia, dittatura militare alleata dell’Occidente, per l’Ogaden; in Angola e Mozambico soldati cubani vengon inviati per sostenere i regimi socialisti di Agostinho neto e Samora Machel, attaccati da gruppi di guerriglia finanziati dall’occidente e dal Sud Africa ancora sotto regime di Apartheid. Quindi, anche le apparentemente insignificanti Seychelles diventan in questo risiko internazionale una pedina importante.

Nel 1979, René, una volta consolidato il proprio potere, introduce una nuova costituzione che trasforma l’arcipelago in uno stato socialista e l’SPPF diviene l’unico partito ammesso.

Personaggio controverso, il leader gestisce il potere con piglio dittatoriale, servendosi di spie, elimina avversari politici, schiaccia spietatamente qualunque forma di dissenso.

Tutto questo efficiente apparato di controllo è finanziato dai fiumi di denaro che, dalla metà degli anni 80, affluiscono sull’arcipelago grazie al turismo e ad una tassazione molto bassa: le Seychelles, in quegli anni divengono uno dei “paradisi fiscali” dell’Oceano Indiano, rafforzate dalla creazione della Seychelles International Trade Zone (SITZ). All’interno di essa opera tuttora la Seychelles International Business Authority (SIBA), che rilascia licenze alle società in entrata che vogliono accedere al mercato delle isole.

Il 4 dicembre 1991, la svolta: al Congresso straordinario del SPPF, il presidente René annuncia che l’arcipelago tornerà al multipartitismo.

Sono gli anni in cui in tutta l’Africa è abbandonato il modello del partito-Stato di stampo socialista, in seguito al crollo dei regimi comunisti dell’europa orientale.

Tra coloro che tornano in patria dopo anni d’esilio vi è James Mancham, che vuole rilanciare le sorti del suo Partito Democratico (DP): dal 23 al 26 luglio 1993, dopo che è stata riscritta la costituzione, si tengono le nuove elezioni generali pluralistiche.

Dalle urne esce clamorosamente vittorioso l’eterno René; gli altri otto partiti che si sono registrati non riescono a conquistare abbastanza seggi per creare una forte opposizione in Parlamento. Lo stesso scenario si verifica nel 1998.

Nel 2004, René rassegna le dimissioni dalla Presidenza della Repubblica: è rimasto ininterrottamente al potere 27 anni senza mai essere sconfitto: il suo successore è il vice Presidente Jean Michel (1944) che nel 2006 è rieletto, rimanendo al potere fin al 2016, quando gli succederà Danny Faure (1962), il Presidente sconfitto poche settimane fa.

Questi, Ministro delle Finanze di lungo corso con René e Michel, raggiunge buoni risultati in campo economico, ma non si è mai dovuto sottoporre ad una competizione elettorale.

Dalle urne, come s’è visto, è uscito battuto ed ha dovuto cedere il posto a Wavel Ramkalawan (1961), già più volte candidato alla Presidenza e fondatore nel 1994 del Seychelles national Party SNP).

Le Seychelles sono un arcipelago di 115 isole situate nell’oceano Indiano al largo del Madagascar.

PIER LUIGI GIACOMONI