REGNO UNITO. BORIS JOHNSON LASCIA, I PROBLEMI RIMANGONO
(22 Luglio 2022)

LONDRA. Boris Johnson, il 7 luglio, ha annunciato le sue dimissioni da capo del partito conservatore. La rinuncia implica anche l’abbandono, anche se non immediato, del N. 10 di Downing Street , al punto che alcuni hanno chiesto che il posto del capo del governo fosse preso dal vice Dominic Raab.

Il più inviperito contro Johnson è il suo ex braccio destro dominic Cummings, licenziato un anno fa in seguito ad una faida interna ai tories: «Buttatelo fuori subito – ha tuonato – o farà altri danni.»

Lo stesso ha chiesto Sir John Major, Premier tra il 1990 e il ’97, che ha scritto ai membri del Comitato 1922 affinché esigessero da Johnson una resa totale, «per il bene del Paese».

Quelli però non se la sono sentita d’arrivare a tanto, ma hanno accelerato le procedure per la designazione del capopartito che in passato hanno richiesto per compiersi anche più di tre mesi. In effetti, Johnson sperava di poter rimanere al suo posto fin alla conferenza annuale dei tories che normalmente si tiene in ottobre, ma,come vedremo, non sarà così.

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IL COMMIATO

Presentandosi in televisione, cosa inedita per il Regno Unito, per annunciare il passo indietro, «Big dog», come si fa chiamare in casa Tory, ha detto: «Ho lottato duramente negli ultimi giorni perché sentivo che era mio obbligo e dovere onorare il mandato ricevuto nel 2019». Passando quindi a riassumere gli obiettivi raggiunti in poco più di mille giorni di governo, li ha elencati: la Brexit, la campagna vaccinale anticovid, il pugno di ferro contro la Russia al fianco dell’Ucraina.

Nessun accenno, invece, al «Partygate», lo scandalo dei festini organizzati a Downing Street durante il lockdown che ha dato inizio, a dicembre 2021, alla fase discendente della sua parabola.

L’insistenza del partito per un cambio al vertice, ha ammesso, gli è parsa «eccentrica» ma, si sa, «in politica nessuno è indispensabile».
Il nostro «brillante sistema darwiniano produrrà  un altro leader a cui darò tutto il mio sostegno».

Riferendosi all’ondata di dimissioni che ha azzoppato la sua amministrazione, BoJo ha sarcasticamente commentato: «L’istinto del branco è potente: quando si muove, si muove. Così è la vita,

Al nuovo gabinetto, riunito in forma provvisoria appena dopo l’addio alla guida del partito, ha ribadito che intende rispettare la consuetudine non scritta di non prendere iniziative politiche di una certa rilevanza, come quelle fiscali, fino a quando il suo successore sarà  nominato. Eppure c’è chi teme che Johnson possa utilizzare questo tempo per giocare una sua partita personale, non ritenendo conclusa la sua carriera politica.

Parlando ai Comuni nell’ultimo question time, per esempio, ha tracciato la via per «chi verrà dopo di me: alleanza strettissima con gli Usa, sostegno all’Ucraina e al mondo libero, meno tasse. Intanto, vi lascio, per ora».

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IL CROLLO

Dopo mesi di tentativi di rovesciarlo, mozioni di sfiducia andate a vuoto in seno al gruppo parlamentare, lo scoppio dell’ultimo scandalo ha decretato il crollo dell’intero esecutivo. Tra il 4 e il 6 luglio una cinquantina tra ministri, viceministri ed alti burocrati di Stato hanno presentato le dimissioni, rendendo impossibile il funzionamento del Governo. Il Primo ministro ha tentato una strenua resistenza, ma poi ha gettato la spugna.

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LA CORSA

In passato, il leader dei conservatori era scelto solo dal gruppo parlamentare ai Comuni con un elezione per acclamazione. Nel 1975 Margaret Thatcher divenne leader al termine d’una serie combattuta di votazioni e nel ’90, quando fu sfiduciata, si batté contro John Major e Michael Heseltine, cedendo quando fu chiaro che non era più appoggiata.

In tempi recenti, la procedura è stata modificata per coinvolgere anche gli iscritti al partito: circa 200.000 persone in tutto il Regno Unito.

L’organo che sovrintende alla prima fase è il comitato 1922, un organismo eletto dai backbenchers, i deputati che non hanno responsabilità di governo che siedono alla Common’s Chamber alle spalle del banco riservato all’esecutivo.

Il 1922 committee, perciò, velocemente, ha definito le procedure, accelerando i tempi della corsa: chi voleva presentarsi per la leadership doveva far sottoscrivere la propria candidatura da almeno 20 firme di colleghi parlamentari disposti a sostenerlo: così il 13 luglio, quando son iniziate le votazioni, i pretendenti erano in tutto undici.

Nei giorni precedenti l’inizio della gara Ha fatto scalpore il ritiro del Segretario di Stato alla Difesa Ben Wallace, 52 anni, dato per favorito: in un’intervista a un domenicale ha annunciato che non si presentava per importanti ragioni familiari.

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LE VOTAZIONI

Il 13 luglio, dunque, sono cominciati gli scrutini: ogni giorno i candidati col minor seguito uscivano di scena provocando spostamenti di voti su concorrenti con maggiore appeal.

Il 20 luglio, infine, è spuntata la coppia dei due concorrenti principali: un uomo e una donna, Rishi Sunak, già Cancelliere dello Schacchiere e Liz Truss, Segretario di Stato agli Esteri.

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RISHI SUNAK

D’origine indiana, viene da una famiglia benestante: nato 41 anni fa a Southampton, si laurea ad Oxford e consegue un master in business administration a Stanford, Stati Uniti.

Prima d’entrare in politica lavora per Goldman Sachs. Sposato Akshata, figlia del miliardario indiano N. R. Narayana Murthy, fondatore del colosso informatico Infosys. La coppia ha un patrimonio di circa 900 milioni di sterline.

E’ considerato perciò uno degli uomini più ricchi del paese, ma la sua corsa al N. 10 di Downing Street potrebbe esser ostacolata dalla moglie. «mesi fa – scrive La Repubblica – si è scoperto che la ricchissima Akshata non ha pagato le tasse per anni nel Regno Unito, sfruttando la controversa auto-definizione di “non domiciliata”».

Nello stesso momento, suo marito, Ministro delle Finanze, aumentava le imposte a tutti i britannici.

Sicuramente nei dibattiti che si terranno in agosto presso i diversi club tory qualcuno s’incaricherà di metterlo in difficoltà di fronte agli elettori del partito.

brexiter della prima ora e ideologo della deregulation rispetto agli standard UE, con le dimissioni rassegnate il 5 luglio ha di fatto decretato la caduta del Premier che lo considera un “traditore” e che farà di tutto per impedirgli di succedergli.

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LIZ TRUSS

La titolare del Foreign Office, 48 anni, dello Yorkshire, figlia di un insegnante di matematica e di una infermiera, ha conquistato, con il suo strappo sull’accordo Brexit con l’Ue sull’Irlanda del Nord, la cruciale fazione di euroscettici e ultra-conservatori, sebbene nel referendum del 2016 si fosse schierata per il “remain”.

Ora, invece, è il vero falco del governo in carica assieme alla titolare degli Interni Priti Patel, colei che ha concordato con il Ruanda il rinvio dei richiedenti d’asilo in quel lontano paese africano.

Truss ha posizioni radicali sull’Ucraina, dichiara che ridurrà le imposte a tutti, praticherà un liberismo sfrenato. Si richiama esplicitamente al mito di Margaret Thatcher, per cui ha una vera venerazione.

Si dice che il suo successo si debba al sostegno dell’establishment conservatore, ricalibratosi verso di lei negli ultimi giorni. E ora, per i sondaggi, è la vera favorita.

L’esito finale della corsa sarà noto il 5 settembre, quando il Parlamento di Westminster riaprirà i battenti dopo la pausa estiva: eletto il leader, Boris Johnson si recherà a Buckingham Palace dalla Regina per rassegnare le dimissioni e suggerirle di nominare al suo posto chi avrà vinto il duello. Questi sarà invitato dalla sovrana a formare e presiedere il nuovo esecutivo al suo posto.

E’ possibile che il nuovo premier convochi elezioni generali anticipate, come fece Johnson nel 2019, sia per giovarsi della “luna di miele” che da sempre accompagna per breve tempo un nuovo Primo Ministro sia per stroncare sul nascere le velleità dell’opposizione che al momento sembra oggettivamente in difficoltà.

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CONSERVATORI, MA MULTIETNICI

Una delle novità di questa battaglia interna ai tories per la leadership è l’emergere d’un gruppo di politici d’origine straniera. Tra gli undici che sono scesi in campo per prender il posto di Boris Johnson sei sono degli emigrati. Oltre al già ricordato Rishi Sunak si sono proposti
l’attuale Cancelliere dello Scacchiere, ed ex rifugiato curdo iracheno, Nadhim Zahawi e l’ex ministro della Salute, Sajid Javid d’origine pakistana.

Non degli outsider, dunque, ma dei politici di primo piano che han ricoperto incarichi governativi importanti e prestigiosi.

Va in frantumi quindi lo stereotipo d’un partito conservatore rigidamente bianco e impermeabile alla natura multietnica della società dove da tempo convivono britannici di varia origine senza che questo generi scandalo.

Da questo non discende che i candidati d’origine immigrata siano più teneri nei confronti di quanti chiedono d’entrare a vario titolo nel Regno Unito: Priti patel, Segretario di Stato all’Home Office, indodiscendente, ha condotto una politica durissima nei confronti di rifugiati e migranti, compresi i profughi ucraini.

Il loro atteggiamento conferma il noto principio secondo cui i più acerrimi nemici degli ultimi sono i penultimi: «molti immigrati degli scorsi decenni – nota Maurizio Ambrosini su avvenire.it – avendo faticosamente conseguito qualche miglioramento socio-economico, ingrossano il fronte del rifiuto nei confronti dei nuovi arrivati.»

Ma siamo in un’epoca in cui in politica, come in vari altri ambiti sociali, si guarda molto a chi sono i protagonisti, al loro profilo identitario, alla loro appartenenza a determinati gruppi sociali, al di là del loro curriculum e delle loro proposte. Si guarda a quante donne, giovani, esponenti di minoranze di vario tipo occupano posizioni di vertice.»

Del resto, lo stesso referendum sulla Brexit fu fondamentalmente indetto per isolare la Gran Bretagna dai flussi migratori provenienti dal continente e i conservatori furono allora in prima linea nel difendere la sovranità nazionale ed un rigido controllo delle frontiere.

L’esito del voto, pur nella sua limitatezza, il 51,9% si pronunciò per la separazione dall’UE, ha confermato che il britannico medio accetta gli immigrati già presenti sul territorio, ma teme l’arrivo di idraulici polacchi o muratori lituani disposti a lavorare in pessime condizioni e malpagati, pur di migliorare la loro condizione in vista d’un futuro più soddisfacente.

Indiani, pakistani, caraibici sono ormai presenti da decenni nella società britannica, anche per effetto dell’eredità coloniale, ed alcuni di essi son riusciti a ritagliarsi un ruolo di prima fila tra i tories, dimostrando che non è un’esclusiva prerogativa della sinistra cooptare al proprio interno gente di colore.

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LE VERE RAGIONI DELLA CADUTA DI JOHNSON

Da mesi Boris Jonson era al centro di numerose trame in seno al gruppo parlamentare tory per la sua gestione disinvolta della pandemia, il suo scarso impegno sul fronte del rincaro e la sua attitudine a mentire sistematicamente. La questione vera che nei fatti ne ha determinato la caduta è la crisi di popolarità dei conservatori testimoniata sia dalle elezioni amministrative del 5 Maggio, sia da una tornata di consultazioni suppletive il 23 giugno.

Fra i 365 deputati tory era ormai diffuso il timore che alle elezioni generali previste al più tardi per il dicembre 2024 molti di loro non sarebbero tornati a Westminster: era perciò indispensabile disfarsi il prima possibile d’un leader ormai impopolare.

Negli ultimi sei anni questo è il terzo primo Ministro costretto alle dimissioni:

• nel 2016, David Cameron, che aveva stravinto le elezioni dell’anno prima, fu travolto dalla vittoria del “leave” nel referendum sulla Brexit indetto maldestramente da lui stesso per tener fede ad una promessa fatta in campagna elettorale;

• nel 2019 Theresa May, azzoppata dall’incerto risultato delle elezioni del 2017, fu rovesciata proprio da Johnson;

Ora Alexander de Pfeffel Johnson, noto col nome di Boris, già sindaco di Londra per otto anni, l’uomo che opportunisticamente aderì alla campagna per il “leave” convinto di potersi impadronire del partito, per diventare il nuovo Churchill, segue la loro stessa sorte.

Boris Johnson, commenta the Economist, è stato rovinato dalla sua stessa disonestà ed è responsabile del caos che ha caratterizzato il suo governo.

«Ha rifiutato l’idea che governare significhi scegliere. Gli mancava lo spessore morale necessario a prendere decisioni difficili per il bene del paese a costo di rimetterci in popolarità. Gli mancavano anche la costanza e la padronanza dei dettagli necessari per realizzare i suoi progetti. E si divertiva a calpestare regole e convenzioni. Alla base del suo stile c’era un’incrollabile fede nella capacità di cavarsi dagli impicci manipolando le parole. Messo alle strette, Johnson sapeva incantare, temporeggiare, tergiversare e mentire. A volte arrivava perfino a scusarsi. Di conseguenza le cose migliori che ha fatto, come l’acquisto dei vaccini contro il covid-19 e il sostegno all’Ucraina, sono state oscurate dagli scandali in altri settori. Dove avrebbe dovuto esserci una visione d’insieme c’era un vuoto. Le crisi non erano una distrazione dall’attività di governo: erano diventate la principale attività di governo. Man mano che gli scandali aumentavano, crescevano anche le bugie. Alla fine non è rimasto molto altro.»

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LE SPERANZE DEI CONSERVATORI

I Conservatori sperano che l’uscita di scena permetta loro di recuperare popolarità, tuttavia ora emergono con chiarezza le contraddizioni interne al partito che ha stravinto, soprattutto nell’Inghilterra vera e propria le ultime elezioni generali: 345 deputati tory su un totale di 365 sono stati eletti in England, mentre in Scozia e Galles prevalgono altre forze: il SNP e il Partito Laburista.

In più rischia di non ripetersi il capolavoro del 2019 quando strapparono ai laburisti i collegi delle contee settentrionali inglesi: il crollo della “cintura rossa” spianò a Johnson la strada per il potere.

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LIBERISTI E PROTEZIONISTI

E’ ormai evidente che il partito che fu di Margaret Thatcher è profondamente diviso tra liberisti e protezionisti.

I primi vogliono un mercato libero, deregolamentato ed esigono un significativo taglio delle tasse e della spesa pubblica; i secondi, eletti soprattutto nel Nord inglese sono protezionisti e chiedono più spesa pubblica e sovvenzioni statali.

«Col suo carisma – prosegue the economist – Johnson è stato in grado di unire queste fazioni, perché non ha mai sentito il bisogno di risolvere le loro contraddizioni. Era favorevole sia al protezionismo sia agli accordi di libero scambio; voleva abbattere la burocrazia ma poi puniva le aziende energetiche per i prezzi alti; pianificava grandi spese pubbliche ma prometteva profondi tagli alle tasse. Era una politica d’illusioni, che si può ricondurre alla Brexit.» quando, aggiungiamo noi, si prometteva all’elettorato che il paese sarebbe stato più felice lontano dalla UE perché là fuori c’era un mondo ancora più grande, ci sarebbero state opportunità per tutti e chiunque avrebbe guadagnato qualcosa.

Secondo le parole di Johnson «tutti avrebbero avuto tutto».

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NAZIONALISMO INGLESE

La Brexit è stata costruita sull’illusione che il Regno Unito potesse esser ancora la potenza imperiale d’un tempo, quando il sole non tramontava mai sulla Union Jack. In realtà, quest’illusione si fondava sulla convinzione, manifestata da parecchi brexiters che uscendo dall’UE la Gran Bretagna sarebbe diventata una potenza economica globale, global Britain, potente quanto Stati Uniti e Cina, grazie all’importanza che tuttora ricopre la City londinese.

In sostanza, molti brexiters erano e sono dei nazionalisti inglesi, gente a cui poco interessa che la Scozia voglia l’indipendenza e che si disferebbero volentieri dell’Irlanda del Nord perché tanto la vera forza economica del paese si trova in Inghilterra.

Questo anglocentrismo sta scontentando le altre parti costituenti il regno di Elisabetta: la Scozia potrebbe indire nel 2023 un referendum per decidere se rompere o meno il patto d’unione che la lega a Londra dal 1707 e in prospettiva la stessa cosa potrebbe avvenire in Ulster entro qualche anno, determinando l’unificazione dell’Irlanda.

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ECONOMIA SEMPRE PIU’ FRAGILE

Ma sono proprio i dati economici a far suonare l’allarme: Le promesse fatte per ottenere il via libera alla Brexit si sono rivelate cammin facendo delle illusioni.

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INFLAZIONE GALOPPANTE

Al momento, la Gran Bretagna ha il tasso d’inflazione più alto del G7. Inoltre, le ingenti spese fatte dal governo, creando nuovo debito, rischiano d’alimentarla ulteriormente.

Conseguenza: diverse categorie economiche, ferrovieri, avvocati, medici, son già sul piede di guerra ed altre presto le seguiranno.

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PIL ASFITTICO E SCARSA PRODUTTIVITA’

Il PIL, che prima della crisi del 2007-09 cresceva al 2,7% annuo, ora sale solo dell’1,7%. inoltre da 15 anni il livello di produttivitàè molto basso: nel 2023 dovrebbe registrare la crescita più lenta di tutto il G7.

Occorre ricordare che oltre l’80% della manodopera occupata lavora nel settore dei servizi assicurativi e bancari, mentre è stato smantellato negli anni Ottanta tutto il settore industriale. La stessa Brexit, col trasferimento di molte aziende in Olanda o in altri paesi UE ha provocato diffusi licenziamenti proprio in quel Nord inglese che tre anni fa votò tory.

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PAESE PER VECCHI

Nel Regno Unito cresce il numero degli anziani: dal 1987 al 2010 gli ultrasessantacinquenni erano il 16% della popolazione: da quando i conservatori son tornati al governo con Cameron nel 2010 la percentuale è salita al 19% e si prevede che entro il 2035 si raggiungerà il 25%. Conseguenza: aumento delle spese sociali e sanitarie che peseranno sul bilancio dello Stato.

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RISCHIO DEFAULT

Il paese è più povero di quanto crede: il deficit commerciale è cresciuto, la sterlina è crollata e gli interessi sul debito sono in rialzo.

Di conseguenza: promettere contemporaneamente aumento della spesa e taglio delle imposte può gettare le basi per un futuro default, considerato che procedere alla transizione verso un’economia a impatto zero sull’ambiente richiede ingenti investimenti anche dello Stato.

«Con l’uscita di scena di Johnson – conclude the Economist – la politica deve tornare a basarsi sulla realtà.»

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GIUBILEO AMARO

In questo 2022 il Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord ha celebrato il Giubileo di platino di Elisabetta II Windsor, regina in carica da settant’anni.

A giugno si sono tenuti cinque giorni di festeggiamenti che boris Johnson ha voluto particolarmente fastosi anche per far dimenticare gli scandali che coinvolgevano lui e la sua amministrazione. Ora che la festa è finita, il paese riscopre i suoi molti problemi che il governo uscente ha cercato d’occultare.

Elisabetta, malgrado la sua statura di grande sovrana, nulla può fare per bloccare il disastro che incombe, spetta alla classe politica trovare le parole e compiere gli atti che permettano a questo Paese che è luogo di nascita della democrazia rappresentativa e del parlamentarismo, d’uscire dalle molte crisi che l’affliggono.

PIER LUIGI GIACOMONI