PER SCOZIA E GALLES SI ALLONTANA IL TEMPO DELLA SECESSIONE
(12 Maggio 2021)

EDIMBURGO-CARDIFF. Per Scozia e Galles si allontana il tempo della secessione dalla Gran Bretagna: le elezioni regionali svoltesi il 6 maggio nei due territori hanno segnato un sostanziale stop al trend di crescita delle forze separatiste.

In Scozia il Partito Nazionale (SNP) manca d’un soffio la maggioranza assoluta nel Parlamento di Holyrood, mentre in Galles Plaid Cymru, che sperava di far il “grande balzo in avanti” ha sostanzialmente confermato le sue percentuali di cinque anni fa.

Particolarmente bassa la partecipazione al voto,soprattutto in Galles dove i votanti, come vedremo, non hanno superato il 51% del totale.

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I RISULTATI.

SCOZIA.

in Scozia, dunque, il SNP ottiene il 40,3% dei voti e 64 seggi sui 129 che compongono la nuova Camera regionale: rispetto alle elezioni del 2016, i seggi a disposizione crescono d’una sola unità.

Il sistema elettorale misto (proporzionale-maggioritario) che da sempre presiede allo svolgimento delle elezioni regionali scozzesi, di fatto impedisce il conseguimento della maggioranza assoluta al partito più votato.

Il fronte separatista si arricchisce dell’8,1% raccolto dai Verdi, che eleggono 8 deputati (+2) e da Alba, la lista di Alex Salmond, che non supera l’1%.

Gli unionisti, dal canto loro, raccolgono complessivamente un interessante 46,4%: i conservatori 23,5% (31 seggi, +1), i laburisti 17,9% (22, -2), i Liberal Democratici, 5,1% (4, come finora).

La partecipazione al voto è stata del 63%: a valle del voto la First Minister Nicola Fergusson Sturgeon ha rilanciato la prospettiva d’un nuovo referendum per decidere se rimanere o meno nel Regno Unito.

Considerando però il risultato del voto del 6 maggio l’esito dello scrutinio appare come minimo molto equilibrato: per di più, al momento i conservatori, al governo a Londra e nettamente prevalenti in Inghilterra, sembrano aver il vento in poppa e quindi una grande forza contrattuale nei confronti d’un partito, come il SNP che pare aver esaurito la sua forza espansiva.

Perché era chiaro fin dall’inizio di questo passaggio elettorale che i Nationals avrebbero vinto, ma la vera posta in palio era il conseguimento della maggioranza assoluta: ora il SNP si trova di fronte ad una “vittoria mutilata” e le conseguenze potrebbero farsi presto sentire, considerato che fra gl’indipendentisti ci sono i “falchi” e le “colombe”.

La premier confermata parla d’un accordo con Londra per giungere alla celebrazione d’un plebiscito concordato, i duri vogliono l’indipendenza subito.

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GALLES.

In Galles, i laburisti, col 36,2% mantengono il controllo dell’assemblea regionale, ribattezzata Senned (30 seggi su 60), mentre i separatisti del Plaid Cymru raccolgono il 20,7% (13).

I conservatori progrediscono significativamente acquisendo il 25,1% e 16 mandati, ossia 5 in più), mentre i Liberal Democratici, col 4,3% eleggono un solo deputato.

Senza seggi rimangono i Verdi che pur conseguono il 4,4% delle preferenze.

Alle urne si è recato il 46,6% del corpo elettorale.

«Dobbiamo reinventarci come nazione – affermava alla vigilia del voto Adam Price, leader di Plaid Cymru – storicamente, siamo stati una nazione invisibile di tre milioni di persone, più povera e più piccola della Scozia, irrilevante, periferica e trascurata, la cui economia è stata distrutta da Margaret Thatcher negli Anni ’80, piena di comunità  postindustriali depresse, dove un terzo dei bambini vivono al di sotto della soglia di povertà , ci sono banchi alimentari e code agli ospedali.»

Se questa è la realtà, come potrà il governo d’un eventuale Galles indipendente far fronte alla crisi,determinata dalla deindustrializzazione e dalla chiusura delle miniere, tenendo conto che già oggi l’amministrazione autonoma spende ogni anno 35 miliardi di sterline, ne incassa 20 dalle imposte e riceve da Londra il resto? E’ ovvio che Cardiff, ove mai fosse staccata dal resto del regno piomberebbe in una crisi ancora più grave, dovendo rinunciare al fondo di perequazione, previsto dalla legge britannica (formula di Barnet) che calcola il contributo dello Stato centrale alle autonomie.

E’ probabilmente proprio per queste ragioni che la maggioranza dei gallesi si è nuovamente affidata ai laburisti che con Mark Drakeford, il first Minister uscente, formeranno un governo monocolore. .

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UNA LUNGA STORIA.

DALLE GUERRE MEDIEVALI ALL’UNIONE.

L’Inghilterra, fin dai tempi di Enrico II Plantageneto (1154-1189), ha sempre considerato i territori di Scozia, Galles ed Irlanda come il proprio “cortile di casa”: già nel XII secolo gli Inglesi sbarcano in Irlanda e sfruttando le rivalità interne al regno la conquistano.

Più tardi, gli Edoardo I, II e III lanciano attacchi contro Galles e Scozia. Nel 1306 il piccolo Galles è sottomesso, mentre il freddo regno nordico dà del filo da torcere alle milizie inglesi, peraltro impegnate in Francia nella guerra dei “cent’anni” (1337-1453).

si deve attendere il 500 perché Londra s’immischi di nuovo negli affari interni scozzesi: succede che nel 1560 Mary Stuart, che poi verrà immortalata in decine di opere liriche, romanzi e commedie, sposi il debole Re di Francia Francesco III: ELISABETTA I, a ragione teme che francia e Scozia siano alleate per metter sul trono di Westminster un sovrano cattolico, essendo lei protestante. Per questo si allea coi protestanti scozzesi per rovesciare dal trono la regina e metter al suo posto uno più affidabile. Nel 1570 Mary è imprigionata e nell’87 decapitata: re di Scozia è Giacomo VI che il 24 Marzo 1603 diverrà anche re d’Inghilterra.

Un unico re per due regni separati, ma la strada è tracciata: quando nel 1642 in Inghilterra scoppia la guerra civile tra il Parlamento ed il re Carlo I, che ambisce a governare lo Stato con poteri assoluti, la Camera di Westminster si allea con gli scozzesi e forma una coalizione che nel 1649 conduce alla decapitazione del re, alla proclamazione della repubblica ed al regime del Lord Protettore Oliver Cromwell (1649-1658). Nel 1660 avviene la restaurazione: gli Stuart tornano sul trono, ma è solo nel 1688 che avviene un secondo passaggio rivoluzionario: i protestanti temono che il nuovo re Giacomo II voglia restaurare l’assolutismo ed il cattolicesimo, per cui il Parlamento approva il BILL of Rights, che limita fortemente i poteri regali e depone il sovrano. Westminster chiama sul trono Guglielmo d’Orange che insieme alla regina Maria reggerà la corona.

Sono gli anni in cui in Irlanda si combattono guerre di carattere religioso perché l’isola è prevalentemente cattolica.

durante il regno di Anna (1702-1714) i Parlamenti di Londra ed Edimburgo approvano l’atto d’Unione che unisce i due territori in un unico Stato: l’assemblea di Edimburgo si fonde con quella di Londra e la Scozia mantiene una propria legislatzione autonoma (1° maggio 1707).

nel corso del XVIII secolo si combattono al confine tra i due territori diverse guerre locali promosse dai fautori degli Stuart, che però si concludono con una sostanziale affermazione della monarchia inglese, retta dai sovrani della dinastia Hannover, da cui discende l’attuale regina Elisabetta II Windsor.

Il 1° gennaio 1801, all’Unione viene aggregata l’Irlanda con lo scioglimento del parlamento di Dublino: nasce così il Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda.

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DALL’UNIONE ALLA DISUNIONE.

L’800 è il secolo nel quale la potenza britannica tocca il suo apice: nel paese si realizza tra notevoli iniquità la rivoluzione industriale e, malgrado la perdita delle colonie nordamericane, si realizza quell’impero coloniale su cui “non tramonta mai il sole”: India, sud Africa, Australia, Nuova Zelanda, canada sono alcuni dei possedimenti di Sua Maestà, ma all’interno del piovoso arcipelago cova il separatismo. I primi a volersi distaccare sono gl’irlandesi che proprio alla vigilia dello scoppio della Prima guerra mondiale ottengono l’autogoverno (1914).

Ovviamente, l’irrompere del conflitto dilaziona l’entrata in vigore del Homerule Act: conseguenza, in Irlanda lo Sinn Féin e l’IRA si ribellano e Londra reagisce con durezza contro i separatisti.

La vicenda irlandese si concluderà nel 1921 con la divisione dell’isola in due entità: al nord l’Ulster, coi protestanti in maggioranza, al sud l’Eire, prevalentemente cattolica.

Bisognerà aspettare gli anni 70 del XX secolo perché le rivendicazioni autonomiste di scozzesi e gallesi riprendano vigore: nel 1975 è fondato il SNP che per decenni occuperà un ruolo marginale nel panorama politico scozzese dominato dai laburisti e più o meno nello stesso periodo in Galles nasce il Plaid Cymru. Nel 1979 vengono indetti nei due territori dei referendum per chiedere alla popolazione se vuole l’autonomia: le votazioni falliscono per mancato raggiungimento del quorum. Nel 1997 il nuovo governo laburista di Tony Blair ci riprova e stavolta i votanti son sufficienti per far nascere le assemblee scozzese e gallese.

Le prime elezioni per le devolved authorities sono stravinte dai Labours, ma nel 2007 ad Edimburgo avviene la svolta: quell’anno il SNP vince e s’impadronisce del governo locale.

a quel punto riprende vigore la rivendicazione separatista: dopo anni di negoziato Londra ed Edimburgo decidono di fissare per il 18 settembre 2014 un plebiscito con in palio l’indipendenza.

La maggioranza degli scozzesi preferisce restare nel Regno Unito: il premier scozzese Alex Salmond si dimette e sembra che la questione esca dai radar per almeno una generazione, cioè fin al 2039.

Il 23 giugno 2016 però il 51,9% dei britannici opta per far uscire il Regno dall’unione europea: a favore sono soprattutto gl’inglesi, i gallesi ed i protestanti nordirlandesi, contro gli abitanti delle città inglesi, gli scozzesi e i cattolici dell’Ulster.

A favore gli anziani, contro i giovani.

Il SNP in Scozia riprende in mano la rivendicazione separatista: se il Regno Unito uscirà dalla UE, ripete ossessivamente la First Minister di Edimburgo, Nicola Sturgeon, la Scozia proclamerà la propria indipendenza e chiederà d’aderire alla UE.

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UN FUTURO INCERTO.

I risultati non esaltanti delle elezioni del 6 maggio fanno temere che la prospettiva della secessione si allontani nel tempo, considerando anche l’aspetto economico della questione.

Il fervore indipendentista deve far i conti con la dura realtà:

«Secondo un recente studio – scrive Repubblica – della London School of Economics, i danni di una “Scoxit” sarebbero di due o tre volte superiori rispetto alla Brexit. E questo perché il 60% dell’export della Scozia è oggi diretto verso il Regno Unito. La perdita del Pil conseguente a una separazione si attesterebbe, nel lungo periodo, tra il 6,5% e l’8,7%. Di più: secondo un’altra ricerca del Financial Times, una Scozia indipendente si ritroverebbe presto una voragine nei conti, con un deficit persistente del 10%. Il che significherebbe aumentare le tasse – o tagliare la spesa – per ogni cittadino di 1.765 sterline all’anno (circa 2mila euro) allo scopo di tenere il debito su livelli sostenibili. Sarebbe il doppio delle ottimistiche stime dello Snp di tre anni fa. Oggi la Scozia riceve dalle finanze pubbliche britanniche 1.633 sterline di spesa in più per ogni cittadino rispetto alla media nazionale.

A minare il sogno indipendentista di un futuro di benessere – per giunta di fronte a un’economia britannica complessiva (Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord) da 3mila miliardi all’anno – è stato anche il crollo del prezzo del petrolio negli ultimi anni, oltre alla rivoluzione ambientalista. Dal boom degli anni Settanta nel Mar del Nord, che arricchì la costa orientale della Scozia e Aberdeen, il settore ha pagato all’erario 360 miliardi di sterline in tasse. Negli ultimi anni, però, la situazione si è capovolta. I 10 miliardi di imposte pagate nel 2008, l’anno scorso si sono ridotte a 650 milioni. E se 20 anni fa gli scozzesi nel Mar del Nord producevano 4,7 milioni di barili di greggio al giorno, entro il 2030 l’output sarà di un terzo di meno. È vero che la Scozia, grazie alle risorse naturali di vento e acqua, già arriva al 97% di energia pulita per la domanda elettrica delle abitazioni. Ma il settore petrolifero rappresenta ancora almeno il 10% del Pil della nazione. Si prospetterebbe, dunque, una transizione comunque dolorosa, almeno per qualche anno.
[…]
«C’è poi il dilemma della difesa. La Scozia è fondamentale per il Regno Unito dal punto di vista militare, soprattutto perché a Faslane c’è una base importantissima di sottomarini nucleari che sono parte del programma “Trident”. “Nel manifesto Snp c’è scritto chiaramente che siamo contro gli armamenti nucleari. È chiaro che il Regno Unito dovrà riprenderseli”, spiegano fonti del partito. Un processo di smantellamento quello della base che durerebbe anni e che costerebbe a Londra tra i 4 e i 5 miliardi di euro. Ma, come ha scritto l’Economist, “una Scozia indipendente minaccerebbe in toto la difesa britannica”. Per vari motivi. Innanzitutto, la sua posizione molto a Nord è cruciale per il Regno Unito come proiezione militare sulle rotte atlantiche e nel fronteggiamento della Russia. La Raf, a Lossiemouth, per esempio, ospita caccia Eurofighter Typhoon che hanno il compito di intercettare gli aerei russi in partenza dalla base di Murmansk.

Ancora più problematica potrebbe diventare la gestione del confine tra una Scozia indipendente e l’Inghilterra. Innanzitutto dal punto di vista economico. Secondo la London School of Economics, oggi il volume commerciale tra Scozia e il resto del Regno Unito è di quattro volte più grande di quello con l’Ue. Inoltre, i costi, tra tasse e dichiarazioni doganali, salirebbero per Edimburgo del 15-30% rispetto a oggi.

Si rischia quindi, come è stato per la Brexit, un pericoloso salto nel buio con la possibilità che prendano corpo effetti collaterali oggi assolutamente imprevedibili.

A sentir i nazionalisti sembra tutto chiaro, facile, di rapida realizzazione e il futuro roseo e felice, in realtà, come dimostrano tanti percorsi analoghi, come le fasi di disfacimento della Iugoslavia e dell’Unione Sovietica, per non parlar delle tante micropatrie che si agitano in Europa (Catalogna, Fiandre, Corsica…), i processi di separazione degli Stati raramente sono lineari e privi di pericoli, perché le relazioni che nel corso dei decenni o, come in questo caso dei secoli, sono intercorse all’interno delle comunità nazionali sono molto più profonde di quanto sembrerebbe ad uno sguardo superficiale.

Scozia, Galles ed Inghilterra sono unite insieme da secoli, parlano la stessa lingua, condividono un lungo tratto di storia che sarebbe semplicistico catalogare come occupazione coloniale d’una parte sull’altra.

ecco allora che non sono irragionevoli le preoccupazioni d’un uomo come Ian Rankin, che a Repubblica dichiara

«Le persone vogliono soluzioni facili a problemi decisamente complessi. Molti vedono l’indipendenza come una soluzione semplice. Invece, come abbiamo visto con la Brexit, la realtà è decisamente più complicata. L’incubo si capisce solo quando questo diventa realtà. Non credo sia utile un referendum sull’indipendenza prima di 5-6 anni – dice – Perché abbiamo appena superato la Brexit. E abbiamo visto il caos che ha provocato lo staccarsi da un’unione economica. La Scozia ha un legame molto forte con il Regno Unito e ci sarebbero enormi problemi da risolvere immediatamente. E poi prima bisogna superare la crisi del Covid, riportare l’economia a livelli sostenibili per le persone, e poi potremo parlare di un nuovo referendum. […] L’indipendenza? Certo, potrebbe funzionare – continua Rankin – ma ci vorranno 5-10 anni per trovare una stabilità. Insomma, una generazione. Se hai figli adolescenti, crescerebbero in un Paese indipendente ma non stabile. Le incertezze sono tante. Pensate solo ciò che comporta un nuovo Stato: una nuova banca centrale, una nuova valuta, un nuovo confine con il tuo maggior partner commerciale, ossia il resto del Regno Unito. Che cosa accadrebbe? Nessuno lo sa. Nessuno riesce a rispondere a queste domande.»

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LA STRATEGIA DI JOHNSON.

Boris Johnson, rafforzatosi tanto dalle elezioni amministrative inglesi, in cui i Tories hanno guadagnato significativamente terreno sui deboli laburisti, quanto dall’andamento della campagna vaccinale che sta proiettando il Regno Unito fuori dalla pandemia, deve giocarsi bene le sue carte.

Dopo essersi congratulato con Sturgeon per il successo elettorale, infatti, il premier ha convocato a Londra un vertice delle quattro nazioni, con i leader di Galles, Scozia e Irlanda del Nord per “discutere le sfide condivise e come possiamo lavorare insieme per superarle nei prossimi mesi e anni”. Nella lettera, Johnson ha definito la campagna di vaccinazione “un esempio dei successi del ‘Team UK’ in azione”: i toni concilianti del premier
dimostrano che il risultato del voto ha sollevato preoccupazione a Downing Street.

Da parte sua Nicola Sturgeon vuole il referendum sull’indipendenza, ma non vuole una nuova sconfitta come quella del 2014: per questo la First Minister, a caldo dopo il voto, ha promesso che indirà il plebiscito quando la situazione sanitaria lo consentirà.

Se il Primo Ministro di Westminster dichiara che “qualsiasi tentativo di lacerare il paese sarebbe da considerarsi irresponsabile e spregiudicato”, lei risponde che “non esiste alcuna giustificazione democratica con cui si possa bloccare il diritto degli scozzesi di scegliere il proprio futuro”.

Per il momento, la leader scozzese promette ai suoi compatrioti, preoccupati per l’andamento dell’economia, che concentrerà tutta la sua attenzione sulla ripresa economica e lavorerà con Johnson per organizzare i prossimi colloqui sul clima delle Nazioni Unite, in programma a Glasgow. Per il referendum, ha poi aggiunto, “aspetteremo il momento giusto”, dimostrando quel pragmatismo su cui potrebbe basarsi una soluzione delle numerose vertenze in atto tra le parti.

«Difficilmente però – scrive ISPI – il percorso verso l’indipendenza della Scozia si concluderà in tempi brevi: Westminster ha l’ultima parola sulla concessione di un referendum e Johnson ha chiarito che rifiuterà di accettarne uno. La strategia dei conservatori è chiara: ostacolare il voto il più a lungo possibile e sperare che, col passare del tempo, le ferite della Brexit si rimarginino, riportando nel campo degli unionisti tutti coloro che oggi, in una nemesi storica, voterebbero leave. Johnson è preoccupato e fa bene: se la secessione della Scozia potrebbe rivelarsi un colpo fatale per il Regno di sua maestà, di certo lo sarebbe per il suo esecutivo. Come ha osservato tempo fa il ministro di Gabinetto Gove, “non molti governi sopravvivono alla frantumazione del proprio paese”.»

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GLI EFFETTI OMEOPATICI DELLA BREXIT.

Come prevedevano diversi osservatori, la Brexit è come un medicinale omeopatico: fa sentire i propri effetti a lungo termine.

Nelle scorse settimane si sono manifestati di nuovo i contrasti che dividono le due comunità, cattolica e protestante, in Irlanda del Nord: da un lato il territorio non è separato dal resto dell’isola, ma dall’altro è diviso dal Regno Unito da un confine che si esprime via mare e rende difficile l’aprovvigionamento di alimenti ed altri generi di consumo nei supermercati di Belfast.

di conseguenza, in apprile son scoppiati scontri tra gruppi paramilitari protestanti e attivisti dello sinn Féin mentre il governo regionale è paralizzato.

In Scozia e Galles cresce la voglia d’andarsene, anche se sarà un processo a lungo termine. Johnson si gioca tutto con la ripresa post-Covid. Se questa sarà debole (e non inclusiva), le chances per la secessione aumenteranno e il Regno di Elisabetta II, invece che unito finirà in pezzi.

Certo, la 95enne sovrana, che già nel 2014, con poche parole diede una mano ad impedire la secessione subito, non mancherà di far sentire la sua voce, poiché la Scozia è una terra a lei molto cara, ma una volta finito il suo regno potrebbe esser difficile per Carlo od altri impedire che la regione situata a nord del vallo d’Adriano se ne vada per la sua strada.

PIER LUIGI GIACOMONI