NKURUNZIZA SBATTE LA PORTA IN FACCIA ALL’UA
(8 gennaio 2016).

BUJUMBURA. «Tutti devono rispettare le frontiere del Burundi: se verranno le truppe dell’Ua, esse avranno attaccato il Burundi, ogni burundese dovrà combatterle.»

Fa la voce grossa il Presidente del Burundi Pierre Nkurunziza a pochi giorni dalla decisione dell’Unione Africana (UA) d’inviare nello Stato centrafricano la Missione africana di prevenzione e di protezione del Burundi (Moprobu), forte di 5.000 uomini col fine di ristabilire la pace e l’ordine.

Lo fa perché, probabilmente, si sente forte dell’appoggio di molti leader africani che, come lui, hanno forzato o modificato le rispettive costituzioni in modo da ottenere un terzo mandato: in queste settimane il collega ruandese Paul Kagame, al potere dal 2000, ha ottenuto dal parlamento di Kigali, sulla spinta d’una petizione popolare firmata da 3,7 milioni di cittadini, la modifica della costituzione che gli permette di rimanere al potere fino al 2034; le stesse cose stanno avvenendo in Uganda, Repubblica Democratica del Congo ed altrove.

«L’Unione africana – aggiunge Nkurunziza – non può inviare truppe in un paese se il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non l’ha deliberato.»
Per il leader di Bujumbura l’intervento di una forza di interposizione è giustificato solo nel momento in cui vi sono due parti che si combattono, mentre «noi stiamo affrontando un problema di sicurezza.»

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, fino a questo momento, non si è ancora espresso sulla situazione in atto nel Paese, ma il presidente della Commissione dell’Unione africana, Nkosazana Dlamini-Zuma, ha già chiesto al segretario generale Ban Ki-moon il pieno sostegno” del Palazzo di Vetro alla missione dell’Unione Africana.

Intanto, non passa giorno che non si registrino aggressioni ad oppositori del regime di Nkurunziza e del suo partito Cndd-Fdd (Consiglio nazionale per la difesa della democrazia – Forze per la difesa della democrazia).
Sembra che, oltre ad utilizzare le forze di polizia per arresti ed omicidi mirati, siano stati coinvolti miliziani hutu del Fdlr, gruppo terrorista i cui vertici sono implicati nel genocidio ruandese del 1994.

In sostanza, pare di rivivere uno scenario già visto: migliaia di persone abbandonano le proprie case, altre
spariscono nel nulla, altre ancora vengono trovate morte con un colpo d’arma da fuoco alla nuca.

A natale, inoltre, vi sono stati conflitti a fuoco in diversi quartieri della capitale Bujumbura, mentre vengono prese di mira soprattutto le famiglie tutsi.

Nel maggio 2015, il capo della guardia presidenziale, generale Godefroid Niyombare, aveva tentato un golpe, poi fallito: in questi giorni è in corso il processo contro i militari che vi presero parte. Il putsch fu attuato col fine d’impedire a Nkurunziza di riottenere la presidenza del Paese per la terza volta ed evitare il bagno di sangue in atto.

Il regime resistette all’attacco ed attuò una repressione durissima contro tutti gli oppositori, macchiandosi anche d’una serie d’omicidi illustri contro alti gradi dell’esercito e difensori dei diritti dell’uomo. Le stazioni radio contrarie al regime furono incendiate, i giornali ed i media indipendenti, imbavagliati.

In queste condizioni pare utopico parlare di dialogo e di riconciliazione nazionale, tuttavia il rischio è quello d’un nuovo genocidio simile a quello ruandese del ’94 od a quello burundese del ’72.

PIERLUIGI GIACOMONI