LA SVENTURA DI CHIAMARSI MATTEO
(15 Gennaio 2021)

ROMA. Sembra che il significato originario del nome “Matteo”, oggi al terzo posto in Italia nella hit parade dei nomi imposti alla nascita, sia “dono di Dio”: certamente, per chi fa la scelta d’aver dei figli, un neonato è un “dono”.

Per la politica, invece, i “Matteo”, più che un dono, paiono piuttosto una sciagura: nell’agosto 2019 Matteo Salvini da Milano, sovraeccitato dalla vittoria riportata nelle elezioni europee, oltre che da troppo sole, troppe ragazze e troppi mojitos, chiese per sé i “pieni poteri”. Il Governo di cui lo stesso faceva parte si dimise ed in tre settimane si formò una coalizione diversa guidata dallo stesso Premier.

Trascorrono 17 mesi ed un altro Matteo, il Renzi da Rignano, compie un’altra mossa spericolata: ritira la delegazione del suo nuovo partito personale, dove non ci sono correnti perché vi comanda lui ed altri tre o quattro, e evita di rispondere alla domanda «e adesso che succede»?

Risultato: un governo in bilico, una figuraccia planetaria nell’anno in cui all’Italia tocca la presidenza del G20 e soprattutto alla vigilia (forse) della concessione d’un prestito di 127 miliardi, cui si aggiungono 82 miliardi dati a fondo perduto, dall’Unione Europea.

Eppure, il Matteo da Rignano aveva ottenuto, prima dell’uscita dal Governo molto di ciò che aveva richiesto: 144 miliardi di nuovi investimenti, 20 miliardi per la Sanità, lo sblocco dei cantieri… No, lui voleva di più, come l’altro Matteo. Poichè non l’ottiene, fa ciò che gli garba di più: fa dimettere gli altri dalle loro cariche.

Già da Premier si dimise dopo il referendum del 4 dicembre, successivamente s’è dimesso da segretario del PD, benchè avesse stravinto il Congresso del 2017, ora impone alla sua delegazione governativa di autolicenziarsi, senza indicare una via d’uscita alla crisi da lui stesso provocata.

Un vero harakiri in diretta TV: COMPLIMENTI!.

Il 31 dicembre scorso, il presidente della Repubblica aveva, vanamente, ammonito: «Ora dobbiamo preparare il futuro.
Non viviamo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori. I prossimi mesi rappresentano un passaggio decisivo per uscire dall’emergenza e per porre le basi di una stagione nuova.
Non sono ammesse distrazioni. Non si deve perdere tempo. Non vanno sprecate energie e opportunità per inseguire illusori vantaggi di parte. E’ questo quel che i cittadini si attendono.
La sfida che è dinanzi a quanti rivestono ruoli dirigenziali nei vari ambiti, e davanti a tutti noi, richiama l’unità morale e civile degli italiani. Non si tratta di annullare le diversità di idee, di ruoli, di interessi ma di realizzare quella convergenza di fondo che ha permesso al nostro Paese di superare momenti storici di grande, talvolta drammatica, difficoltà.»

Ecco, si vede che il Matteo da Rignano pensa che queste parole non lo riguardino, perché invece d’essere un costruttore preferisce fare il distruttore: ha distrutto i riformisti nel PD ed ora vuol distruggere l’Italia.

Si dice che ambisca a far il Segretario generale della NATO: con tutti i suoi precedenti, se a Bruxelles vogliono un costruttore è meglio che lo tengan lontano dalla stanza dei bottoni altrimenti fa un macello nucleare.

In questo momento, spero sinceramente che al nuovo Rodomonte toscano vada male esattamente come accadde al Rodomonte lombardo, per il bene dell’Italia, dell’Europa e, già che ci siamo, della NATO.

PS1. Erano almeno due mesi che Bellanova, Bonetti e Scalfarotto avrebbero dovuto dimettersi: ricordo almeno una decina d’ultimatum, ma forse ce ne son stati di più!
PS2. Scalfarotto, in realtà, si sarebbe comunque dovuto dimettere dal governo perché in procinto d’andare a lavorare all’OSCE.
ps3. Secondo me, sarebbe stato carino che ad annunciare le loro dimissioni fossero state “di persona personalmente” la sig. Bellanova e la Sig. Bonetti con la loro voce: il fatto che ciò non sia successo documenta ad abundantiam chi comanda in Italia Viva.

PIER LUIGI GIACOMONI