AFRICA

NEL CONTINENTE PIU’ GIOVANE DOMINANO ANCORA I “DINOSAURI”

(5 Novembre 2025)

l’Africa, il continente più giovane del pianeta, è tuttora dominato dai “dinosauri“: lo conferma l’ondata di elezioni presidenziali svoltesi in tre importanti paesi: Camerun, Costa d’Avorio, Tanzania.

Dovunque si è votato han vinto gli uscenti con percentuali “bulgare”:

Alassane Ouattara, 83 anni, il 25 Ottobre è plebiscitato con l’89,77%;
Samia Suluhu Hassan, 65 anni, è rieletta presidente della Tanzania il 29 Ottobre col 97,77%;
Paul Biya, 92 anni, è per l’ottava volta capo supremo del Camerun col 53,66%.

Dovunque vi è chi contesta l’esito del voto e talvolta la gente è scesa in strada per protestare:

• a Douala, capitale economica camerunese, gli scontri son stati aspri, la polizia ha sparato lacrimogeni e proiettili ad alzozero e 4 dimostranti son rimasti uccisi;

• a Dar-Es-Salaam, principale città tanzaniana, gli scontri son stati durissimi e la società civile lamenta arresti, sparizioni ed esecuzioni extragiudiziali
(si parla addirittura di oltre 700 morti).

• Più tranquillo rispetto al recente passato il dopo voto in Costa d’Avorio dove la rielezione di Ouattara era data largamente per scontata.

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VOTO ADDOMESTICATO

Certo, in pochi credono che l’esito delle urne sia quello proclamato dalle commissioni elettorali teoricamente indipendenti, in realtà sottomesse al potere: questo spinge molte persone a non aver alcuna fiducia nelle procedure democratiche che in Africa vengon addomesticate in modo da far vincere sempre i soliti noti.

Se è vero che anche in Occidente la democrazia è in crisi al punto che crescono movimenti populisti o antiliberali che predicano o praticano, quando possibile, la concentrazione del potere in poche mani, questo è ancor più vero in Africa dove malgrado si sia passati più di trent’anni fa da regimi monopartitici al pluralismo, le élites riescono ugualmente a conservar il potere a tempo indeterminato.

Quando avvengon poi dei cambiamenti, i nuovi leader finiscon per riprodurre i meccanismi autoritari di chi li ha preceduti.

In generale, è lecito affermare che in Africa il cambio di classe dirigente,il rinnovamento istituzionale e generazionale è più faticoso che altrove:

• in Camerun, dal 1960, anno dell’indipendenza, vi son stati finora due soli presidenti: il secondo ha servito come premier del primo e quando questi si è dimesso gli è succeduto;

• in Costa d’Avorio, dopo il lunghissimo regno di Félix Oupouet-Boigny (1960 – 1993) vi son stati 4 Presidenti, due colpi di Stato, due guerre fratricide.

• in Tanzania, dopo Julius Nyerere (1961 – 1985), 5 presidenti, compresa l’attuale.

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VINCERE FACILE

Peraltro, ai dirigenti in carica piace vincere facile: dovunque son stati messi fuori gioco i candidati che potevan correr con serie possibilità di vittoria.

• in Camerun non è stato ammesso alla candidatura Maurice Kannto che nel 2018 sfidò Biya , pagando con mesi di carcere duro l’affronto arrecato al vecchio capo;

• in Costa d’Avorio la commissione elettorale ha squalificato con vari pretesti il banchiere Tidjane Thiam e l’ex presidente Laurent Gbagbo, mentre in Tanzania Tundu Lissu, leader di Chadema, il principale partito d’opposizione è in attesa d’esser giudicato per alto tradimento.

E per le prossime elezioni lo scenario si presenta simile:

• in Guinea, dove le elezioni si terranno il 28 Dicembre, è sicuro che non vi potranno partecipare i principali critici della giunta militare che il 5 Settembre 2021 depose Alpha Condé;

* in Uganda è già chiaro che il 15 Gennaio 2026 sarà rieletto Yoweri Museveni, 80 anni, al potere dal 1986;

• infine in Benin, dove si voterà il 12 Aprile del prossimo anno, la commissione elettorale ha squalificato Les Démocrats, partito avverso al presidente Patrice Tallon che in questi ultimi dieci anni ha esercitato il proprio potere con piglio autoritario.

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ASSENZA D’ALTERNANZA

«Il voto – scrive Pierre Haski[1] – evidenzia la difficoltà di diversi paesi africani a produrre alternanze pacifiche e a rinnovare le proprie élite quando chi detiene il potere non vuole separarsene.»

Nel 1980, fa scalpore il Presidente senegalese Léopold Sedar Senghor che, dopo vent’anni di potere, lascia spontaneamente la guida del Paese ad un uomo della generazione successiva: anche Ahmadou Aidjo si dimette due anni dopo dalla presidenza del Camerun, ma poi si deve aspettare l’uscita di scena di Nelson Mandela per assistere allo spettacolo d’un dirigente che consapevole del proprio declino corporeo e mentale dovuto all’invecchiamento, rinuncia alla suprema magistratura per favorire un ricambio generazionale.

Ecco, allora, che spesso tocca alle forze armate o alla Gen Z provocare un cambio di regime come accaduto recentemente in Madagascar.

PIER LUIGI GIACOMONI

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NOTA:

[1] P. Haski, Camerun e Costa d’Avorio intrappolati nel passato, internazionale.it, 29 Ottobre 2025