AFGHANISTAN. L’OCCIDENTE SI RITIRA, I TALEBANI FESTEGGIANO
(2 Settembre 2021)

KABUL. L’Occidente si ritira dall’Afghanistan, i Talebani, entrati a Kabul il 15 Agosto festeggiano sparando in aria in segno di gioia.

Ha così termine la “guerra dei vent’anni”, il conflitto scatenato dal Presidente degli Stati Uniti George W. bush (2001-2009) a seguito degli attentati alle torri gemelle dell’11 Settembre 2001.

Al presente, sembra che il movimento radicale islamico nato spontaneamente nel 1995 per reazione alla corruzione ed alla violenza che imperava nel Paese, dopo l’uscita di scena dei Sovietici e del PDPA, abbia il pieno controllo dell’Afghanistan, salvo la valle del Panshir, dove opera la guerriglia di Ahmad Massud, figlio di Ahmad Shah Massud che per anni diede del filo da torcere a russi e talebani.

I media di tutto il mondo, in questi giorni, sono pieni di informazioni su ciò che sta accadendo in questo lontano Paese, per cui non è nemmeno il caso d’inseguire l’attualità che cambia di giorno in giorno: può invece esser di qualche utilità ricostruire il quadro geostorico di questa nazione situata nel cuore dell’Asia al confine tra Medio Oriente e Cina, incastonato tra Russia ed India.

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L’AFGHANISTAN.

GEOGRAFIA.

IL TERRITORIO.

La repubblica Islamica d’Afghanistan, oggi ribattezzato Emirato Islamico, è uno Stato senza sbocco al mare, situato, come detto, in un’area strategica tra Asia centrale,orientale e meridionale: confina col Pakistan ad est e a sud, l’Iran ad ovest, Turkmenistan, Uzbekistan, e Tagikistan a nord e la Cina a nord-est.

Il territorio è prevalentemente montuoso con aree pianeggianti a nord e nel sud-ovest, dove prevale la steppa.

Il clima è continentale con inverni freddi ed estati bollenti: le scarse piogge rendono desertiche diverse aree.

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ABITANTI, LINGUE, RELIGIONI.

Occupa una superficie di 652.864 kmq. e si stima che sia popolato da quasi 40 milioni d’abitanti, anche se da diversi anni non vien effettuato alcun censimento.
Nella capitale Kabul, vivono circa 5 milioni di persone.

A causa delle incessanti guerre, la diaspora è molto numerosa: 10 milioni vivono all’estero: di esse 3,5 milioni in Iran, 1,4 milioni in Pakistan: il resto sparso nei cinque continenti.

Sotto il profilo etnico, L’Afghanistan è abitato da Pashtun (42%), Tagiki (27%), Hazara (9%), Uzbeki (9%), Aimaq, (4%), Turkmeni (3%), Beluci (2%), altri (4%).

Sul piano religioso, il 99% è di fede musulmana, di cui l’80% sunnita[2] e 19% sciita[3], poi vi sono piccole minoranze di cristiani, buddisti ed altre fedi.

Le lingue ufficiali sono il Dari, simile al Farsi che si usa in Iran, e il Pashto, ma sono anche parlate l’Hazara, il Tagiko e molte altre lingue locali: il bilinguismo è molto diffuso.

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SUDDIVISIONE AMMINISTRATIVA.

Il Paese è suddiviso in 34 province (velayat) e 400 distretti: ogni provincia è retta da un governatore, così come i distretti.

I governatori provinciali sono nominati dal Presidente della Repubblica, quelli distrettuali dal capo della provincia.

Le province sono:

1. Badakhshan;
2. Badghis;
3. Baghlan;
4. Balkh;
5. Bamyan;
6. Daykundi;
7. Farah;
8. Faryab;
9. Ghazni;
10. Ghor;
11. Helmand;
12. Herat;
13. Jowzjan;
14. Kabul;
15. Kandahar;
16. Kapisa;
17. Khost;
18. Kunar;
19. Kunduz;
20. Laghman;
21. Logar;
22. Nangarhar;
23. Nimruz;
24. Nuristan;
25. Oruzgan;
26. Paktia;
27. Paktika;
28. Panjshir;
29. Parwan;
30. Samangan;
31. Sar-e Pol;
32. Takhar;
33. Wardak;
34. Zabul.

Fin al recente cambio di regime, ogni quattro anni erano eletti per ciascuna provincia dei consigli che avevano il compito di amministrare i territori di loro competenza.

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STORIA.

L’Afghanistan ha una storia estremamente articolata fin dai tempi più antichi: essendo un territorio di passaggio subisce nel corso dei secoli diverse dominazioni. Ciò spiega la multiformità etnica che caratterizza tuttora la sua popolazione.

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L’ANTICHITA’.

Il gruppo di montagne, attualmente noto come Hindu Kush, che i greci antichi chiamano Caucaso e i persiani Paropamisos, è rimasto scarsamente popolato fin alla rivoluzione agricola (VIII-VII millennio a.C.).
Successivamente, con l’aumento della popolazione nell’altopiano iranico, nelle steppe dell’Asia Centrale e nella valle dell’Indo, la regione si trasforma in luogo di transito per i frequenti spostamenti dei nomadi dediti alla pastorizia: il passo di Khyber diventa perciò la porta d’ingresso nell’india settentrionale.

Annesso nel VI secolo a.C. all’impero persiano di Ciro il Grande (556 – 529), tre secoli dopo entrA a far parte del mondo ellenistico per opera di Alessandro il Macedone (336 – 323 a.C.), che fonda Alessandropoli, l’attuale Kandahar.

Sotto l’aspetto religioso, in Afghanistan si sviluppa per mille anni, dal 1800 all’800 a.C. il culto zoroastriano, ma dal III secolo prima di Cristo attecchisce il buddismo[3] portato dall’India: tra il I e il III secolo d.C. un popolo invasore, d’origine scita e di lingua indo-europea, crea lo stato di Kusana, che diventa intermediario commerciale tra Roma, India e Cina, aprendo la cosiddetta “via della seta”. Per questa via, attraverso la valle del fiume Tarim, il buddhismo si espande verso oriente.

Nel 240 d.C. il regno di Kusana è assorbito dal nuovo impero persiano della dinastia sasanide: la seconda egemonia iranica si esaurisce agli inizi dell’VIII secolo, quando il califfo arabo di Damasco Walid conquista all’Islam le terre fino al fiume Indo. Conseguenza: l’afghanistan, come Pakistan ed iran, nonché la Cina nord-occidentale vengono islamizzati fin ai giorni nostri.

Dopo il Mille, il Paese cade sotto la dominazione dei Turchi selgiuchidi che stanno impadronendosi dell’impero dei califfi di Baghdad, ma nel XIII secolo tutto è travolto dall’avanzata dei Mongoli di Gengis Khan che devasta il territorio e compie terribili massacri.

Smembratosi l’impero mongolo, suddiviso in diversi Khanati, nel 1360 l’Afghanistan cade sotto il potere di Timur Lenk (Tamerlano), i cui discendenti, i Timuridi, lo governano fin agl’inizi del secolo XVI quando il Paese diviene un possedimento dei persiani di religione sciita (1502).
Nel 1526, i Moghul dell’India estendono il proprio dominio a nord del passo del Khyber estromettendo Persiani, Mongoli e uzbechi.

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L’AFGHANISTAN MODERNO.

Dopo guerre incessanti, si giunge nel 1747, all’unificazione del Paese: un’assemblea di notabili elegge Shah (re) il capo militare Ahmad Durram, (1747 – 1772): questi, che in precedenza è stato al servizio dei Persiani, riunifica l’Afghanistan che tuttavia deve affrontare diverse minacce che vengono dai vicini asiatici, ma anche da potenze esterne.

E’ l’epoca in cui alcuni Stati europei, come Russia e Inghilterra, tendono ad estendere la propria egemonia verso l’Asia: i Russi stanno avanzando dagli Urali verso la siberia e l’Asia centrale; gl’Inglesi stanno occupando vaste aree dell’India.

Per gli Zar gli obiettivi strategici da raggiungere sono due:

1. l’acquisizione d’uno sbocco ad un mare caldo, ad esempio il Golfo persico per sviluppare meglio i propri traffici commerciali e la propria presenza militare;
2. contenere l’espansionismo ottomano verso l’Asia centrale.

Per gl’Inglesi, che attraverso la Compagnia delle Indie orientali controllano gran parte del subcontinente, i problemi sono:

1. bloccare le infiltrazioni di nomadi che periodicamente giungono nella valle dell’Indo;
2. combattere gruppi di ribelli antibritannici che ostacolano il colonialismo di Londra.

Gli attuali Afghanistan, Iran e Pakistan, che per secoli hanno seguito un comune destino, costituiscono l’epicentro geopolitico di entrambi i progetti egemonici.

Rispetto all’Afghanistan, le tattiche delle due superpotenze differiscono:

• i russi combinano la diplomazia con la corruzione;
• gl’inglesi passano rapidamente a vie di fatto.

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LE GUERRE ANGLO-AFGHANE (XIX-XX SECOLO).

La prima guerra anglo-afghana (1839 – 1842), vede la sconfitta delle forze britanniche che sono costrette a mettere da parte le loro mire espansionistiche verso l’Asia centrale.

Negli anni successivi, re Dost Mohammad Khan Mohammadzay (1839 – 1863) e suo figlio Shir `Ali Khan (1863 – 1879), fomentano ribellioni antinglesi nell’India settentrionale per indebolire la potenza britannica nell’area.

Questa politica crea i presupposti per la seconda guerra anglo-afghana: nel 1878 l’esercito di Sua Maestà invade l’Afghanistan. Due anni più tardi, i britannici hanno la meglio. Il trattato di pace sancisce:

• l’allontanamento dal trono dei Durranidi;
• la creazione d’un emirato;
• l’amputazione di parte del territorio nazionale, in particolare le aree a sud del Khyber, compreso il passo, che diventano di proprietà britannica.

In cambio, l’emirato estende la propria sovranità con l’acquisizione della stretta fascia che lo prolunga fin a toccare la Cina.

In questo modo, i domìni russi e quelli inglesi non confinano direttamente.

Divenuto “stato cuscinetto” tra due imperi, con una frontiera tracciata artificialmente, che divide popoli che non la riconoscono (e che l’attraversano da un lato all’altro in cerca di pascoli per le loro greggi), il Paese riesce a liberarsi dal “protettorato” britannico nel 1919, al termine della terza guerra anglo-afghana, che dura quattro mesi.

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L’AFGHANISTAN INDIPENDENTE.

PERIODO MONARCHICO (1919-1973).

Il leader dell’indipendenza è Amanullah Khan (1919 – 1929), nipote dell’emiro imposto dai britannici. Salito al governo si propone di modernizzare l’Afghanistan, dopo aver visitato la turchia di Atatürk ed aver visto quali riforme sta introducendo il primo Presidente della Repubblica turca.

In politica estera riconosce l’Unione Sovietica, stabilendo relazioni diplomatiche con l’importante vicino in cui dal 1917 governano i comunisti.

Il suo regno dura fino al 14 Gennaio 1929 quando il clan dei Mohammedzay, legato ai durranidi, prende il potere ed incorona re Mohamed Nadir Shah (1929 – 1933): nei suoi quattro anni di regno il paese piomba nella guerra civile tra il sovrano deposto e i suoi rivali.

Nel ’33 si raggiunge un compromesso: nuovo re è Mohammad Zahir Shah (1933 – 1973) che ristabilirà la calma e la pace tra le diverse fazioni.

Il nuovo sovrano, nel 1953 inaugura un periodo di riforme graduali affidando la guida del governo a Sardar Mohammad Daud Khan (1909 – 1978): questi, in carica per 10 anni, introduce numerosi cambiamenti.

• nazionalizzazione dei servizi pubblici essenziali;
• costruzione di nuove strade, scuole e centrali idroelettriche;
• riorganizzazione delle forze armate;
• potenziamento dell’agricoltura, grazie al miglioramento del sistema d’irrigazione: di conseguenza, migliora la produzione di cibo per la popolazione in crescita;
• abolizione dell’obbligo per le donne di portare il velo islamico.

Curiosamente, Daud Khan non attua la riforma agraria, cosicché non vengono spezzettati i latifondi di proprietà dell’aristocrazia.

In politica estera, si mantiene neutrale tra le due superpotenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, USA e URSS, cosicché ottiene cospicui finanziamenti per il suo programma di riforme tanto da Washington quanto da Mosca.

Nel 1963, però, il periodo riformista si chiude: le forze tradizionaliste ottengono dal re la destituzione del Primo ministro e la sua sostituzione con Premier più facilmente manovrabili dall’élite dominante: due anni più tardi, è fondato in clandestinità il Partito Democratico del Popolo Afghano (PDPA), che svolgerà un ruolo rilevante,anche se non sempre positivo, nel successivo decennio.

Il problema del PDPA è il conflitto che presto lacera il partito fra due fazioni assolutamente inconciliabili

• la corrente Khalq (Popolo), dominata da elementi tagiki e afghano-persiani, sogna una rivoluzione promossa principalmente da operai e contadini;
• la corrente Parkham (Bandiera), controllata da pashtun, vorrebbe creare un’ampia coalizione comprendente gli intellettuali, la borghesia urbanizzata e i militari.

Questi due gruppi, come vedremo, si odieranno e si faranno la guerra l’un l’altro, finché i Sovietici decreteranno il successo di Parkham che governerà il paese fino al 1992.

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PERIODO REPUBBLICANO (1973-1996).

Col colpo di Stato del 15 Luglio 1973 termina la storia dell’Afghanistan monarchico: due giorni dopo, Mohamed Daud Khan, l’ex Premier di Zahir Shah, diventa Presidente della nuova Repubblica.

Il nuovo regime vorrebbe instaurare una forma di socialismo moderato che adegui il Paese al XX secolo, proseguendo nelle riforme introdotte negli anni Cinquanta, ma le contese interne al PDPA che appoggia Daud fanno crescere la tensione che sfocia in aperta violenza.

Il 27 aprile 1978, in seguito all’assassinio di Mir Akhbar Khyber, leader del PDPA, i militari attuano un nuovo putsch: Daud Khan è deposto e la fazione Parkham prende il potere, insediando alla presidenza Nur Mohamed Taraki (1978 – 1979). Presto però scoppia un’aspra rivalità politica tra i due vice premier Babrak karmal (Parkham) ed Hafizullah Amin (Khalq). Questi il 16 Settembre ’79 fa assassinare Taraki e prende il suo posto, ma a dicembre, il suo rivale lo fa strangolare e si fa proclamare presidente.

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L’INVASIONE SOVIETICA (1979 – 1989).

Il terzo golpe in 18 mesi è ispirato dai sovietici che hanno deciso d’invaderlo per instaurarvi un regime amico diretto da Babrak Karmal (1979 – 1986): questi, invocando un trattato d’amicizia e cooperazione con l’URSS, autorizza l’ingresso delle forze del kremlino in Afghanistan che diverrà il “Vietnam dei sovietici”.

Karmal, dal canto suo, elimina tutti i principali dirigenti del Khalq ed impone un regime di stampo comunista simile a quelli dell’Europa orientale: la reazione non si fa attendere. Presto una coalizione di forze composta da diversi movimenti, che includono capi tribali, gruppi religiosi ed altro ancora, si armano,anche con l’aiuto americano per combattere i russi e rovesciare Karmal.

Questo avviene nel momento in cui nell’Asia centrale si verificano degli avvenimenti che avranno ripercussioni nella politica delle superpotenze di allora e di oggi.

• Nel 1979, cade il regime dello Scià di Persia e si afferma la rivoluzione islamica guidata dall’Ayatollah Khomeiny;
• nello stesso torno di tempo, in Cina Deng Hsiaoping diviene leader del Partito Comunista e lancia la politica delle quattro modernizzazioni: Pechino vuol uscire dall’autoisolamento che si era autoimposta per divenire il più rapidamente possibile un importante attore sulla scena asiatica.
• in India torna al governo Indira Gandhi, grande amica dell’URSS, mentre in Pakistan col colpo di Stato del 5 Luglio 1977 si impone un regime islamico.

Per dieci anni l’Afghanistan diverrà il principale luogo di scontro dove si confrontano diversi progetti geopolitici.

Mosca vorrebbe estender la propria sfera d’influenza all’Asia centrale in vista d’un ulteriore espansione verso l’India, sempre alla ricerca di quei mari caldi che erano l’ossessione degli Zar dell’Ottocento.

Washington, preoccupata per la piega che stanno prendendo gli avvenimenti, preferisce finanziare i nemici dei comunisti afghani pur d’evitare che il Paese possa precipitare nell’orbita sovietica.

Così, per tutti gli anni Ottanta la nazione centrasiatica sarà dilaniata da una guerriglia sempre più aspra tra russi e PDPA da una parte ed i Mujaheddin, sostenuti dall’occidente dall’altra: nel 1986 Babrak Karmal si dimette e il suo posto è preso dal nuovo segretario generale del PDPA, Mohammed Najibullah (1986 – 1992), un giovane medico pashtun, capo della polizia segreta (KHAD), che annuncia nel gennaio ’87 una tregua unilaterale: è accaduto che a Mosca è divenuto leader del PCUS Mikhail Sergeevich Gorbachev che vuol riformare lo stato sovietico e ritirarsi quanto prima da una guerra che divora risorse di cui l’impero ha bisogno per sopravvivere.

Infatti, Mosca annuncia il ritiro per il febbraio 1989: conseguenza, il regime Najibullah è sempre più debole finché nel 1992 il Presidente si dimette e ripara presso la sede dell’ONU a Kabul: poco dopo sarà sciolto il PDPA e la polizia segreta.

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LA GUERRA CIVILE (1992-1996).

Vinta la guerra contro i russi, tra i mujaheddin scoppia un sanguinoso conflitto civile: è l’epoca dei “signori della guerra”, che già in parte erano comparsi durante la lotta contro le truppe del Kremlino.

Ogni regione dell’Afghanistan è controllata da capi che reclutano guerriglieri e combattono contro altri capi, tutti armati fino ai denti, mentre a Kabul si susseguono governi sempre più deboli: il mondo si disinteressa dell’Afghanistan, considerando un affare interno quanto accade.

I signori della guerra hanno i loro finanziatori e possono utilizzare la ricca dotazione di armamenti fornita dagli Occidentali e dai sovietici negli anni Ottanta: a completare il quadro tutti utilizzano le mine antiuomo per ostacolare i movimenti delle varie milizie.
In breve, moltissimi afghani vengono mutilati o perdono la vita a causa di questi esplosivi, mentre fiorisce il mercato dell’oppio, che trasformato in stupefacenti e venduto sul mercato internazionale, finanzia i combattimenti.

L’Afghanistan è uno stato fallito, frazionato com’è in tanti potentati che si combattono senza esclusione di colpi: i morti sono migliaia, ancora di più i feriti, per non parlar dei profughi che cercano di salvarsi la vita espatriando.

Il tradimento, l’omicidio politico, brevi tregue concordate per riorganizzare le milizie, fragili alleanze che durano poco: questo è il menù che per quattro anni vien servito agli afghani giorno e notte: la corruzione dilaga, così come la violenza e il sopruso.

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I TALEBANI.

Nel 1995, la nascita del gruppo armato dei Taliban (“studenti” in persiano) nel Sud dell’Afghanistan produce una svolta nel conflitto. Questi guerriglieri, addestrati in Pakistan, hanno come obiettivo l’instaurazione d’un governo teocratico fondato sulla Shariya, cioè il codice civile contenuto nel Corano.

Per il proprio successo contano sull’appoggio di vasti strati della società civile afghana ormai stanca del protrarsi dei combattimenti.

Così, in due anni, i Talebani conquistano spazi di territorio sempre più ampi finché il 16 Settembre 1996 entrano definitivamente a Kabul e s’impadroniscono del potere.

Tutti i “signori della guerra” si arrendono e riconoscono l’autorità del nuovo regime: l’unico che continua ad opporsi è Ahmed Shah Massud che controlla con le proprie milizie la valle del Panshir, nell’Afghanistan nord-orientale, creando le condizioni per una specie di secessione dal resto del Paese.

Una volta preso possesso di Kabul, i Talebani mettono in pratica il loro programma politico: applicazione rigorosa della Shariya, reclusione delle donne, imposizione del burqa, taglio delle mani ai ladri, lapidazione delle adultere, proibizione di qualsiasi forma di spettacolo come musica, cinema e teatro, distruzione di videocassette… E’ il totalitarismo religioso che per cinque anni domina il Paese.

Di ciò che accade nel periodo che va dal 1996 al 2001 il mondo sarà informato più tardi quando usciranno in occidente i libri di Khaled Hosseiny che illuminerà sulla terribile tragedia che investe il suo paese.

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L’11 SETTEMBRE 2001.

L’11 Settembre 2001 è un giorno importante per la storia mondiale: tra le 8,40 e le 11 di mattina a a New York e Washington vengono compiuti una serie di attentati che provocano migliaia di morti: in particolare, due aerei dell’United Airlines, di cui si sono impadroniti alcuni guerriglieri islamisti, si schiantano con tutti i loro passeggeri contro le torri gemelle di New York. E’ la prima volta che gli Stati Uniti sono direttamente coinvolti in questo genere di stragi che altrove si verificano già da alcuni anni.

L’emozione nel mondo è enorme: il quotidiano francese Le Monde esce titolando “siamo tutti americani”: l’ira dell’Occidente è al massimo.

Il nuovo presidente statunitense George W. Bush (2001-2009) dà ordine di bombardare l’Afghanistan perché lì si trova Osama Bin Laden, il nemico N. 1 degli USA.

Bin Laden, dicono a Washington, è il leader di Al Qaeda (la rete) un movimento islamista che vuol espellere gli occidentali dalle terre dove vivono i musulmani.

già nel 1998 le ambasciate americane a Nairobi e Dar Es Salaam erano state fatte esplodere, provocando centinaia di morti, ma stavolta sono gli Stati Uniti ad esser attaccati direttamente.

Il 7 Ottobre i B52 americani sferrano i primi attacchi a postazioni militari talebane e i combattimenti proseguono per settimane, finché a dicembre il regime degli studenti coranici è rovesciato. Quanto a Bin Laden non si riesce a catturarlo e per una decina d’anni fa perdere le sue tracce, anche se Al Qaeda compie altri sanguinosi attentati a Madrid, Londra ed in altre città.

Il primo periodo di dominio talebano è finito e l’Afghanistan viene consegnato ai diversi attori politici che già in passato avevano dimostrato scarsa capacità di cooperazione.

Il governo che si costituisce a Kabul è una coalizione di diverse forze che faticano a collaborare tra loro: in realtà, l’Affghanistan continua seppur nell’indifferenza generale ad esser un terreno di confronto tra diverse aspirazioni espansive, come quelle del Pakistan, dell’Arabia Saudita, dei principati del Golfo persico. Quanto agli Stati Uniti, dopo aver vinto la guerra del 2001, rivolgono la loro attenzione all’Iraq, che possiede ingenti riserve petrolifere e con cui Washington ha un conto aperto da anni.

Così, ancora una volta le vicende afghane escono di scena. Per 14 anni Hamid Karzai, leader imposto dagli americani, occupa la presidenza, nel 2005 è eletto il primo parlamento designato anche dalle elettrici, ma sul terreno continua lo stillicidio di attentati compiuti da kamikaze che si fanno esplodere nei mercati e nei luoghi pubblici al fine di spargere terrore ed insicurezza nella popolazione,mentre milioni di afghani vivono all’estero.

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IL RITORNO DEI TALEBANI.

Nel 2014, al termine d’una tortuosissima vicenda elettorale, sale alla Presidenza Ashraf Ghani che ha gli stessi problemi del suo predecessore: scarso controllo del territorio ad eccezione di Kabul e zone circostanti, corruzione dilagante, cui lui stesso non è immune, sostegno incondizionato ed illimitato delle forze NATO.

Quando nel febbraio 2020, a Doha (Qatar) Stati Uniti e Talebani firmano l’intesa che fissa al 1° Maggio 2021 il termine ultimo della permanenza occidentale in Afghanistan, comprende d’avere i giorni contati come capo dello Stato.

Il nuovo Presidente statunitense Joe Biden non fa che confermare quanto stabilito dal suo predecessore: l’11 Settembre 2021 i militari americani se n’andranno. La stessa decisione è presa dalla NATO.

Conseguenza, i Talebani lanciano l’offensiva finale: ai primi d’Agosto cominciano ad avanzare e cadono uno dopo l’altro tutti i capoluoghi di provincia: dal 5 al 15 Agosto è un crollo verticale.

Il 15 Agosto, Ghani abbandona il Paese, lo si ritroverà negli Emirati Arabi Uniti, con lui se ne vanno i più alti papaveri dell’amministrazione afghana. Esercito e polizia, senza stipendio da mesi, si sfaldano come neve al sole e sulla popolazione ripiomba l’incubo del regime fondamentalista che i più anziani hanno già conosciuto.

Da quel giorno all’aeroporto di Kabul migliaia di persone fanno ressa per ottenere d’esser portati fuori dall’Afghanistan: si tratta di uomini, donne, ragazzi, bambini. gli adulti temono le ritorsioni dei Talebani perché hanno collaborato con gli Occidentali, i piccoli seguono i grandi.

In questi primi giorni di dominio, sono già proibite la musica e le donne che lavoravano negli uffici pubblici han perso il posto. Dalle province, poi, giungono notizie di rappresaglie nei riguardi di chi ha collaborato con gli occidentali: qua e là si denunciano esecuzioni sommarie.

I portavoce di regime rilasciano dichiarazioni tranquillizzanti, ma ciò che trapela sembra riprodurre gli stessi scenari di venticinque anni fa.

Vengono lanciati allarmi su una possibile crisi alimentare, dovuta sia alla guerra che agli scarsi raccolti di quest’estate. Non c’è abbastanza liquidità nelle banche e la moneta, l’Afghani, si è fortemente svalutata.

In Occidente è aperto il dibattito tra chi vorrebbe isolare il regime talebano per favorirne la caduta e chi desidererebbe mantenere canali di dialogo sia per tentare d’impedire i più brutali abusi contro ragazze e donne, sia per non lasciare campo libero a Cina e russia, tra gli altri, che potrebbero diventare interlocutori privilegiati dei nuovi padroni di Kabul.

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CHI SONO I TALEBANI?

I Talebani, come già detto, son un movimento nato negli anni Novanta tra pakistan ed Afghanistan come reazione alla violenza ed alla corruzione che impera in quel momento nella nazione centrasiatica.

Essi però non sono un movimento unito: finché si tratta di combattere un nemico, gli Stati Uniti, i signori della guerra, il governo afghano, paiono compatti come una falange macedone: conclusa la guerra, riesplodono le rivalità interne.

Anzitutto, è un movimento a base etnica: ne fanno parte soprattutto elementi Pashtun, l’etnìa che vive nell’Afghanistan centromeridionale: le altre che compongono il Paese guardano con sospetto il loro modo di gestire lo stato.

Al loro interno sono suddivisi in correnti:

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LE CORRENTI.

«Partiamo da un concetto di base – scrive Francesco bussoletti su Repubblica.it – i talebani (gli “studenti” in lingua Pashto) non sono tutti uguali e con un unico obiettivo. Essenzialmente si dividono tra correnti pachistana e afgana. La prima ha interessi principalmente interni e nel Waziristan (la regione al confine tra i due paesi). La seconda, invece, è quella coinvolta nella partita afgana. Questa è divisa in due sotto-gruppi: uno, quello della Shura di Qetta, è il principale. Fino all’anno scorso lo comandava Hibatullah Akhundzada, un veterano e un religioso dalle posizioni ortodosse, nemico giurato dei “crociati” occidentali, che però sembra si sia ammalato di Covid-19 e al suo posto sia subentrato Mohammad Yaqoob, il figlio maggiore del Mullah Omar. Secondo diverse fonti locali è stato lui, già prima di diventare il comandante in capo, il fautore degli accordi di Doha con gli Stati Uniti. Inoltre, è considerato la figura all’interno della formazione più favorevole al processo di riconciliazione nazionale.

L’altro gruppo, l’High Council of Afghanistan Islamic Emirate, è stato creato da Muhammad Rasul nel 2015, dopo essere fuoriuscito dalla formazione originale. Ciò in quanto in disaccordo sulla scelta di proclamare Emiro il Mullah Akhtar Mansour, che considerava un “corrotto” perché usava l’intera struttura esclusivamente per fini personali. Rasul, il quale ordinò anche un fallito attentato contro Akhundzada, si è sempre opposto ai colloqui di pace con gli Usa […]. I due sotto-gruppi sono in lotta tra loro, anche se cercano di ridurre al minimo le occasioni di contrasto e la pubblicità su attentati e scontri. L’obiettivo, infatti, è evitare di mostrare all’esterno un segnale di divisione e quindi di debolezza. Entrambi, comunque, continuano a cooperare con Al Qaeda, nonostante i loro proclami affermino il contrario.»

Se non fosse così, si prosegue, sarebbe impossibile per i Talebani condurre quella guerra su vasta scala che li ha riportati alla guida dello Stato.

Nell’ultimo biennio poi gli “studenti” si son arricchiti »al punto – prosegue Bussoletti – di diventare per la prima volta indipendenti dai loro partner e finanziatori tradizionali. I bilanci monstre sono dovuti ai profitti in vari settori: dal traffico di droga al contrabbando di merci, passando per le estrazioni minerarie illegali, la vendita dei prodotti al mercato nero e le estorsioni. Il loro core business, comunque, rimane la produzione di oppio (l’84% di quella mondiale degli ultimi cinque anni, secondo un rapporto ONU del 2020), a cui si è aggiunta quella recente di metanfetamina. Questa sfrutta la presenza abbondante di Ephedra, che cresce spontaneamente nelle regioni montuose centrali del paese asiatico. In crescita anche l’estrazione di ferro, marmo, rame, zinco e altri metalli, nonché le estorsioni e le tasse imposte in diverse regioni della nazione.»

Infine, l’Emirato Islamico ha ripreso a ricevere ingenti flussi di finanziamenti da parte di fondi privati, dopo anni in cui le risorse si erano ridotte al lumicino.

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L’ISIS-K.

I più grandi rivali dei Talebani, come ha dimostrato l’orrendo attentato avvenuto nei giorni scorsi all’aeroporto di Kabul che ha provocato oltre 200 morti, è l’ISIS-K, un movimento fondamentalista che sostiene che i dirigenti dell’emirato sono corrotti e pronti a compromessi con gl’infedeli.

l’ISIS (Islamic State of Syria and Iraq), con l’aggiunta della branca del Khorasan (il nome che è dato all’Afghanistan dai superintegralisti) per un certo periodo ha fatto proseliti tra i rivali dell’emirato: ora cercheranno d’ostacolare il consolidamento del regime seminando il terrore, servendosi di kamikaze disposti a tutto perché non hanno più nulla da perdere.

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L’ISLAM DEI TALEBANI.

Come si sa, l’Islam non è una religione unitaria come per esempio la cattolica: non vi è, soprattutto nel mondo sunnita, un’autorità suprema, un papa, né una gerarchia e nemmeno un unico modo d’interpretare e metter in pratica la predicazione di Maometto. Di conseguenza, a seconda delle diverse aree prevale una tendenza più moderata o una maggiormente estremista. La linea di condotta dei Talebani è particolarmente radicale: già nel 1996, quando s’impadroniscono del Paese impongono delle regole molto stringenti che abbiamo già descritto.

Ora, tornati al potere, paiono intenzionati a rimettere in vigore le regole applicate venticinque anni fa:

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IL DRESS CODE TALEBANO.

Per maschi e femmine è fissato un preciso dress code:

Per gli uomini

• E’ obbligatoria la “kamiz” o , camicia), ossia una lunga giacca che viene indossata sopra un paio di pantaloni “salwar” o “shalvar”, dall’arabo “sirwal”, larghi, spesso abbinati con il “patu chadar”, la coperta di lana.

Il completo è molto comune in Afghanistan, ma i talebani l’hanno considerato come esclusivamente islamico, vietandone nel maggio 2001 l’uso agli indù afghani che dovevano, invece, indossare berretti neri e un pezzo di stoffa gialla sulle tasche col pretesto «di poterli identificare subito ed evitare che la polizia religiosa li costringesse al rispetto della shariya».

• Il turbante è il copricapo preferito dei pashtun. I colori preferiti dai capi talebani sono il nero e il bianco (alcuni lo scelgono nero a righe bianche), ma non sembrano esserci precise regole come presso i religiosi sciiti. Tra i militanti, la lunga stoffa viene poggiata in maniera casual sulla testa per poi essere arrotolata attorno al collo, oppure usata per nascondere il viso. E’ usato anche il “pakol”, il cappello morbido e tondeggiante, privilegiato dalle altre etnie afghane.

• Un buon taleban è tenuto a coltivare la barba, come vuole la tradizione islamica. Ai tempi del primo Emirato, gli agenti bloccavano per strada gli uomini che si radevano e li picchiavano duramente. I trasgressori venivano poi portati in carcere e tenuti fino a quando la barba non avesse raggiunto una certa lunghezza. Opportuno incorniciare il viso con i capelli lunghi, ma questi non devono essere curati né riflettere acconciature alla moda. I , fioriti negli ultimi anni a Kabul, dovranno presto adeguarsi.

• E’ tradizione per i pashtun meridionali che rappresentano il grosso delle truppe talebane, scurire gli occhi col “kohl” (o kajal). Un’assurdità  se si pensa che il primo Emirato (1996-2001) aveva vietato il trucco e la vendita di cosmetici alle donne.

Per le femmine:

• è obbligatorio portare il burqa in modo da coprire tutto il corpo e lasciare un piccolo spazio per gli occhi: il burqa a lungo andare provoca degli eritemi perché non consente alla pelle di respirare e d’ossigenarsi.

Tra i simboli del nuovo regime vi è la bandiera bianca con su stampigliata la professione di fede che ogni musulmano deve pronunciare: «Non c’è altro dio all’infuori di Dio e Maometto è il suo profeta»: alcuni drappi recano anche la dicitura »Emirato Islamico dell’Afghanistan».

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OPPIO E TERRE RARE.

Ma su quali basi poggia l’economia dell’Afghanistan?

Il timore assai diffuso è che il Paese diventi un narco-Stato dedito alla produzione e alla commercializzazione dell’oppio e dei suoi derivati:

nel 2001, quando gli Stati Uniti invadono il Paese, le piantagioni del papavero occupano 74.000 ettari di superficie: tra il 2016 ed il ’17 l’area interessata alla produzione d’oppio sale di 120.000 ettari, successivamente raggiunge i 328.000: secondo le Nazioni Unite l’afghanistan produce l’84% dell’oppio mondiale, altre fonti parlano del 90%.

L’oppio è la base per la produzione di antidolorifici, oltre che dell’eroina e della metanfetamina.

Le ragioni per le quali questa coltivazione tende ad estendersi soprattutto nel sud e nell’ovest del Paese sono molteplici:

1. la cronica instabilità e iperduranti conflitti politici;
2. le frequenti siccità e le inondazioni stagionali;
3. la diminuzione dei finanziamenti internazionali e il taglio delle altre offerte di lavoro.

C’è da temere che le superfici coltivate ad oppio si incrementino perché l’Emirato potrebbe perdere i prestiti già pattuiti dal Fondo Monetario Internazionale col governo decaduto: conseguenza, nelle aree confinarie col Pakistan è probabile che si coltivi sempre più oppio, come unica ancora di salvezza contro l’incipiente povertà.

Il traffico di oppio e derivati è pari a 2 miliardi di dollari l’anno, L’eroina, che da sola vale il 90% della produzione mondiale, genera il 10% del PIL nazionale: dà da mangiare a 4-5 milioni d’abitanti, circa il 10% della popolazione.

«Le rotte commerciali della droga – scrive Avvenire.it – sono ora tutte in mano loro. Sulla carta, l’Afghanistan ha un forziere da 1.000 miliardi di dollari, ma senza stabilità  geopolitica e senza un’amministrazione efficiente sarà  impossibile schiuderlo. I taleban sono fragili economicamente: hanno sempre praticato i canali dell’illegalità, dal narcotraffico al contrabbando di minerali estratti clandestinamente, dall’imposizione di tasse estorsive alla raccolta di fondi di dubbia provenienza dagli emirati del Golfo.

Per far funzionare l’Emirato islamico, pagare gli stipendi dei dipendenti e dei miliziani, sostenere i circuiti economici, mantenere le reti stradali e gli ospedali avranno bisogno di un bilancio di 10 miliardi di dollari l’anno. Fino a poco tempo fa, l’80% del budget afghano era garantito dai prestiti e dai fondi internazionali. Ora gli studenti coranici hanno un potere di ricatto enorme sulla comunità  internazionale. Se non riprenderanno gli aiuti degli istituti finanziari mondiali e non saranno sbloccati gli asset afghani legali, congelati nelle banche estere, gli studenti coranici non muoveranno un dito per riconvertire l’economia del Paese. Un circolo vizioso molto pericoloso per tutti.»

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LE TERRE RARE.

L’Afghanistan è in cima ai pensieri di molti a causa della presenza sul suo suolo delle cosiddette “terre rare”.

«Geologi nordamericani – narra eldiario.es – hanno scoperto nel 2010 che nelle terre desertiche che si trovano nel sud del Paese c’è tanto litio quanto nel Salar del Uhuni boliviano».

Si calcola che ve ne siano 1,4 milioni di tonnellate se si aggiungono altri minerali come il neodimio o il lantano.

Se al momento la Bolivia detiene il 50% del litio mondiale, l’Afghanistan da solo ne ha il restante 45%.

«Il futuro – conclude il quotidiano spagnolo online – dell’automobile elettrica, dei cellulari, in particolare delle loro batterie, dipende da questi due paesi».

Il lantano serve per la fabbricazione di televisori intelligenti, lampade a basso consumo, lenti per le videocamere che si trovano nei telefonini o per i telescopi.

L’Afghanistan è ricco anche di rame, come il Cile: il prezzo del “metallo rosso” è oggi molto alto sul mercato londinese delle commodities (ha toccato quota 10.000 euro la tonnellata) perché è un ottimo conduttore d’eletrricità,ma è anche assai raro.

Quindi litio, terre rare e rame fanno gola a parecchi paesi: a luglio il Ministro cinese per gli affari Esteri ha proposto ai Talebani di concludere con loro buoni accordi se non fomenteranno la ribellione degli Uiguri nella Cina nordoccidentale.

Mentre gli Stati Uniti e la NATO lasciano l’Afghanistan in mano agli estremisti islamisti, altri gettano le basi per intese assai profittevoli per le loro economie.

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IN LIBRERIA.

Sulle tortuose vicende afghane che qui abbiamo cercato di riassumere esiste una corposa bibliografia.

I primi romanzi di Khaled Hosseiny “il cacciatore di aquiloni” e “mille splendidi soli” descrivono in modo piuttosto dettagliato la vita che si conduceva nel Paese nel primo quinquennio di egemonia talebana.

I saggi di Ahmed Rashid, per esempio “Talebani” serve a chiarire i contorni delle vicende che condussero nel ’96 all’avvento del totalitarismo religioso islamista.

Jason Burke, giornalista del settimanale britannico the Observer ha invece studiato al Qaeda, un movimento islamista che si muove come una rete, per cui i singoli attivisti agiscono indipendentemente gli uni dagli altri.

PIER LUIGI GIACOMONI

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NOTE:

[1] Sunniti: sono gli aderenti alla corrente maggioritaria in seno all’Islam: oltre che credere al Corano, credono anche agli Hadith, ossia i detti e i fatti compiuti da Maometto nel corso della sua vita.
[2] sciiti: sono gli aderenti alla corrente minoritaria all’interno dell’Islam: credono solo al Corano e sono convinti che a un certo punto comparirà il dodicesimo Imam della storia musulmana che non è morto, ma sparito.
Gli sciiti sono diffusi in Iran, dove c’è un clero che detiene il potere nella Repubblica Islamica, in Libano e in Yemen.
In Afghanistan è sciita l’etnia hazara che ha subìto forti persecuzioni nel primo periodo di governo talebano.
[3] Fin al 2001 documentavano il passato buddista del Paese le statue del Buddha di Bamyan abbattute a cannonate dai Talebani.