VENEZUELA
COS’E’ AVVENUTO IL 3 GENNAIO
(10 Gennaio 2026)
CARACAS. Alle due di notte del 3 Gennaio le forze aeronavali statunitensi han attaccato Caracas, lanciato un certo quantitativo di bombe e missili, rapito il Presidente della Repubblica Nicolás Maduro Moros, la moglie Cilia Flóres, caricati sulla portaerei Iwo Jima e deportati a New York.
Di prim’acchito, sembrava che li avrebbero processati per narcotraffico, poi le accuse son cadute ed ora si parla d’altro.
Lo stesso giorno, alle 11 di Washington, a Mar-a-lago il vulcanico capo della Casa Bianca che però preferisce risiedere in Florida, tiene una lunga conferenza stampa nella quale magnifica le forze armate che han condotto un’operazione straordinaria.
D’ora in poi, parola di Trump, il Venezuela riprenderà a collaborare con gli USA e petrolio ed infrastrutture, costruite nei decenni passati dalle multinazionali degl’idrocarburi, nazionalizzate negli anni 70 del XX secolo dal governo socialdemocratico di Carlos André Pérez Rodríguez torneranno in mani nordamericane.
Chi prende il posto del Presidente deportato?
La sua vice Delcy Eloina Rodríguez.
E María Corina Machado?
Non è adatta a governare e poi ha fatto male a vincer il premio Nobel per la pace.
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COSE CHIARE
1. L’azione banditesca condotta dagli Stati Uniti ai danni di Nicolás Maduro, leader dispotico d’uno stato sovrano, è probabilmente il frutto d’un negoziato sotterraneo intercorso tra alcuni esponenti del chavismo che han collaborato alla consegna del capo pur di garantirsi la sopravvivenza politica.
L’amministrazione statunitense, in sostanza, preferisce che a Caracas continuino a governare i chavisti piuttosto che puntare su un vero cambio di regime, a condizione che cooperino con Washington senza porre ostacoli.
Altrimenti, dice il Tycoon, gli andrà ancora peggio che a Maduro.
2. Il narcotraffico e il probabile coinvolgimento di importanti gerarchi del chavismo è un argomento sempre più marginale, mentre il controllo delle fonti energetiche venezuelane è decisamente preminente, tant’è vero che in un incontro coi dirigenti delle principali mulltinazionali degl’idrocarburi, il leader ha ordinato loro d’investire
nel paese caraibico, ricco d’oltre 300 miliardi di barili d'”oro nero”.
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PETROLIO PESANTE
Sulla strada dell’uso del greggio venezuelano però c’è un’incognita che taluni osservatori metton in risalto.
Il petrolio venezuelano, dicono, è molto pesante, ricco di zolfo ed altre sostanze, mentre quello statunitense è più leggero e facilmente raffinabile.
Di conseguenza, solo alcune grandi compagnie petrolifere sarebbero in grado di raffinarlo e trasformarlo in carburanti.
In più, le infrastrutture costruite decenni fa in Venezuela son obsolete o fatiscenti, dato che con la nazionalizzazione lo stato ne ha affidato la gestione alla PVSA che ne ha fatto uso applicando criteri politici e clientelari.
Trump, che è in crisi di popolarità, vuol che diminuiscan rapidamente i prezzi dei carburanti, in modo da ridurre l’inflazione che attualmente viaggia sopra il 3%: in autunno, infatti, si terranno le elezioni di midterm e i repubblicani vogliono vincerle per controllare per un altro biennio il Congresso.
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DIRITTO INTERNAZIONALE, DOVE SEI?
La vicenda venezuelana ha fatto sorgere il timore che il mondo, forse più che in passato, abbia imboccato l’era della legge del più forte e che il diritto internazionale, frutto di secoli di lavoro di giuristi ed esperti, sia sostanzialmente sul viale del tramonto.
Lo stesso Donald J. Trump lo dice forte e chiaro in un’intervista al New York times: a me il diritto internazionale non serve: mi basta la mia coscienza.
Se io ordino d’invadere un Paese per risolver un problema che mi sta a cuore, lo faccio e nessuno mi può fermare.
L’euforico leader statunitense, ore dopo l’operazione di Caracas, aggiunge poi minacce ad altri: Colombia, Cuba, Messico, Groenlandia: mi servono, dice, per garantire la sicurezza nazionale e gl’interessi degli Stati Uniti.
facendo temere che siano pronte operazioni simili in altri contesti.
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LE REAZIONI
Flebili le condanne provenienti da diverse parti, in particolare dall’ONU e dall’Unione europea, ipocrite quelle di Mosca e Pechino.
Solo emmanuel Macron, in un discorso al corpo diplomatico, definisce imperialista e neocoloniale la postura nordamericana, anche se in precedenza l’Eliseo si è ben guardato dal condannare la deportazione di Maduro.
In Russia, probabilmente, provano invidia per l’efficienza nordamericana che in poche ore ha rimosso dal potere Maduro: loro da 4 anni cercan di toglier di mezzo Zelensky non riuscendoci.
A Pechino, invece, piacerebbe far la stessa cosa con Taiwan per metter le mani sull’industria dei microchip, ma per il momento non sembra che ve ne siano le condizioni.
Comunque, se siamo entrati davvero nell’epoca della legge del più forte ci aspettano altre Caracas, forse anche a breve scadenza.
PIER LUIGI GIACOMONI
