LE PREVISIONI DI MOORE
(11 Novembre 2016)

WASHINGTON. All’indomani dell’imprevista vittoria di Donald J. Trump conviene richiamare i cinque motivi per i quali, secondo Michael Moore, il repubblicano avrebbe vinto le presidenziali.

Riassumiamo le sue motivazioni espresse a giugno e ribadite in ottobre:

1. Trump avrebbe puntato, secondo il regista cinematografico, a conquistare i voti di Michigan, Ohio, Pennsylvania, elettorati tradizionalmente democratici, ma colpiti duramente dalla crisi economica e dal trasferimento di molte fabbriche in Messico o in Cina, dove il costo del lavoro è più basso e gli operai sono disposti a lavorare anche 12 ore al giorno, sette giorni su sette.

2. Trump, secondo Moore, sarebbe la manifestazione delll’orgoglio dei maschi bianchi, che non possono ulteriormente tollerare, dopo otto anni di presidenza d’un uomo di colore, che il potere finisca addirittura nelle mani d’una donna.

3. La candidata democratica, aggiunge l’uomo di Flint, è stata sempre ritenuta dal 70% degli elettori disonesta e inaffidabile, troppo legata alla vecchia politica ed all’establishment economico, responsabile dei disastri degli ultimi anni.

4. I sostenitori di Bernie Sanders, seppure in parte pronti a mettere la croce sul nome della candidata democratica, di certo non sarebbero disposti a farsi in quattro per lei.

5. Da ultimo, è importante notare la libertà che solo l’isolamento della cabina elettorale concede: nell’assenza totale di contatto reale o virtuale con il mondo esterno, ognuno può dare sfogo alla rabbia e alla voglia di ribellione, oppure, semplicemente, fare una scelta diversa da quella che tutti si aspettano.

In quel momento tutti noi siamo veramente liberi e nessuno ci può intimare, scongiurare, implorare di non metter la croce su un simbolo che è pubblicamente deplorato dal pensiero dominante.

Fin qui le motivazioni di Moore. Volendo se ne possono aggiungere altre:

• la ribellione degl’incolti rispetto alla prepotenza degl’istruiti: nella cabina elettorale il voto d’uno che non ha finito gli studi vale quanto quello d’un superintellettuale che parla dieci lingue ed ha la casa piena di libri.

• Il rifiuto di tutto ciò che sa di establishment,di classe dirigente, di linguaggio felpato, di politically correct.

• La reazione del popolo fedele a correnti religiose radicalmente contrarie a tutto ciò che sa di moderno: gli stati Uniti, e non solo loro, sono il posto dove si sono manifestate da tempo sètte protestanti estremamente avverse ai matrimoni omosessuali, all’aborto, all’eutanasia e questo ha determinato qua e là esplosioni di violenza contro le cliniche che praticano l’interruzione di gravidanza o la dolce morte.

• Il desiderio di isolarsi rispetto ai problemi del mondo: nella mentalità americana, ma non solo in quella c’è una lunga tradizione isolazionista che deriva certamente dalla posizione geografica del Paese, ma anche dalla convinzione assai diffusa che in fondo nessuno deve dire all’America cosa deve fare o non fare perché l’America basta a se stessa.

• Un rigurgito di rifiuto degli WASP (White, Anglo-Saxon and Protestant) della società multietnica, multiculturale, meticcia. Il WASP vuole rimettere al loro posto i non WASP e riaffermare la supremazia dei bianchi di discendenza europea, rispetto a tutti coloro che hanno un’origine diversa, rintracciabile nella lingua che usano o nel colore della pelle o nella religione praticata o nello sport preferito.

Soprattutto costoro respingono la retorica del melting pot: del resto, proprio negli anni della seconda amministrazione Obama si sono verificate, per esempio nel sobborgo di Fergusson (Missouri) fiammate di violento scontro razziale tra neri e bianchi, causate dal comportamento della polizia che apre, spesso e volentieri, il fuoco contro i giovani di colore o usa metodi repressivi molto pesanti.

• L’astensione dal voto di tutte quelle categorie sociali che in teoria avrebbero dovuto scendere in campo contro Trump: pare, ma i dati son ancora incerti, che ispanici, neri, donne, omosessuali e mille altre lobby, ideologicamente contrarie al candidato repubblicano, di fatto, non si siano presentate alle urne o non si siano iscritte nei registri elettorali.

Così, la speranza di Hillary Clinton di sconfiggere il miliardario col consenso di questi gruppi sociali non si è avverata.

Tutto questo dovrà fornire materia di riflessione in chi, soprattutto in america, imposterà la politica futura di quel Paese: fra l’altro, nel 2018 vi saranno le elezioni di medio termine e in quel momento si potrà tracciare un primo bilancio dell’amministrazione Trump, dei suoi successi e dei suoi fallimenti.

Il Presidente, inevitabilmente, dovrà smentire se stesso, perché non tutto ciò che ha promesso in campagna elettorale sarà realizzabile.

La cosa peggiore, invece, che potremmo fare noi italiani o noi europei è pensare d’esser migliori degli americani, d’esser immuni dai mali che hanno determinato l’esito del voto dell’8 Novembre.

In realtà, i più contenti dell’elezione di Trump sono oggi Marine Le Pen, Nigel Farage, Beppe Grillo, Frauke Petry e Viktor Orbán.

Cioè, tutti coloro che predicano facili ricette per uscire dalla crisi, il ritorno alle piccole patrie, l’espulsione degl’immigrati, la riaffermazione della supremazia del bianco, il rifiuto della società multietnica…
Non importa se queste promesse poi non potranno esser realizzate, importa capire che esse fanno presa su una parte consistente dell’opinione pubblica, sulla pancia della gente, come amano dire i commentatori, che si manifesterà presto nelle urne, in quelle cabine elettorali dove nessuno ti vede e puoi esprimere finalmente, liberamente il tuo punto di vista, senza renderne conto agli opinionisti in voga, ai sondaggisti, ai frequentatori dei telesalotti.

E gli appuntamenti non mancheranno: presto si voterà in austria e in Italia, poi sarà la volta dei Paesi Bassi, della Francia e della Germania.

E’ Quasi sicuro che quando emergeranno i verdetti di tutte queste consultazioni, parleremo di sorpresa, di risultato inatteso, di dati sconvolgenti…, in realtà non diremo la cosa più importante, cioè che gli stessi sentimenti che hanno spinto gli americani ad eleggere Donald J. Trump sono quelli che animano tante persone che vivono alla porta accanto, che viaggiano con noi sui mezzi pubblici, che mangiano nel tavolo vicino al nostro al ristorante.

Sono persone in ansia per il presente ed il futuro ed a quest’ansia reagiscono col voto alle liste degli “arrabbiati di professione”, come li definiva nei giorni scorsi Eugenio Scalfari: leader che stanno speculando sulle frustrazioni dei ceti popolari. E’ uno scenario che abbiamo già visto tante volte e studiato sui banchi di scuola: nel 1922 portò al fascismo, nel ’33 al nazismo.

Quanta tensione può sopportare una democrazia prima di crollare sotto i colpi della demagogia?
Quante scelte economiche sbagliate possono favorire l’avvento d’un nuovo tipo di totalitarismo?
Cosa sono in grado d’offrire i democratici veri per evitare il tracollo delle società pluraliste?
Quali anticorpi è in grado di metter in campo la politica per arginare e bloccare l’avanzata dei populismi nelle nostre realtà nazionali e continentali?
Cosa siamo in grado di fare contro le distorsioni delle norme costituzionali piegate ad esclusivo interesse degli arruffapopolo?

Queste, tra le altre, sono le domande che, secondo me, ci dobbiamo porre per rilanciare i sistemi democratici ed evitare che tracollino sotto i colpi dell’antipolitica, del qualunquismo, del totalitarismo del XXI secolo.

PIER LUIGI GIACOMONI