IN AFRICA CI SONO ANCORA I “DINOSAURI”
(7 Maggio 2026)
«Cuando despertó, el dinosáurio todavía estaba allí»
(A. Monterroso, la obeja negra)
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«Dimenticatevi della democrazia, non fa per noi», parola di Ibrahim Traoré, capo della giunta militare che ha preso il potere con la forza nel Burkina Faso nel 2022. Il giovane leader burkinabé, con quest’affermazione lapidaria, riveste d’un manto etnico-ideologico uno stile di governo assai diffuso nel continente e che ha preso a modello, sciogliendo partiti e associazioni in nome della sovranità nazionale, allineandosi con l’alleato russo.
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IERI
Dopo la fine degl’imperi coloniali e la nascita dei moderni Stati, quasi tutti hanno sperimentato il governo d’un uomo forte o diverse dittature militari.
Secondo una statistica, dagli anni Cinquanta son stati messi a segno più di 200 colpi di stato, per non parlar delle guerre intestine, tentativi di secessione, brutali dispotismi. A questo proposito basterebbero i nomi di Idi amin Dada, Uganda (1971 – 1979) e Jean Bedel Bokassa, Centrafrica, (1965 – 1979).
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OGGI
In Africa nel 2026, le monarchie son solo tre, ma in realtà molti presidenti si comportano come dei re: rimangono al potere a vita e sognano che i figli ne ereditino il trono.
Per questo, quando scoppiano delle insurrezioni popolari reagiscono con ferocia.
Negli ultimi anni si son registrati diversi movimenti di protesta soprattutto ad opera della Gen Z che ha provato, pagando spesso un alto prezzo in vittime e prigionieri politici maltrattati, a cambiare il corso della storia.
Qui, ora, cercheremo di tracciare un profilo, talvolta molto rapido e forse approssimativo, di alcuni dei “dinosauri” ancora in circolazione nell’Africa subsahariana, non dimenticando però che anche nei Paesi della costa sud del Mediterraneo regnano sovrani dei tiranni.
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PROPRIETA’ PRIVATA
1. GLI GNASINGBE’
Il Togo è una proprietà privata della famiglia Gnasingbé.
Indipendente dalla Francia (1960), è uno dei primi Stati africani ad esser afflitto da colpi di Stato in serie: il 13 Gennaio 1963 le forze armate insorgono contro il primo Presidente, Sylvanus Olympio, lo uccidono prima che raggiunga l’ambasciata americana ed insediano un esecutivo a loro più gradito.
Quattro anni dopo, nuovo golpe: emerge la figura di Etienne Eyadéma, militare di carriera che si è fatto le ossa nelle guerre d’Indocina.
Questi instaura un regime che dura tuttora: nel 2005 quando muore, col consenso dei graduati togolesi, il figlio Faure ne prende il posto fin ai giorni nostri.
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>2. I BONGO
Qualcosa di simiile accade in Gabon, dove Albert Bernard Bongo, poi Omar Ondimba, prende il posto del primo Presidente postindipendenza Léon M’Ba (1967).
Bongo rimane al potere fin alla morte (2009), sostituito dal figlio Ali.
Nell’agosto 2023 però, col fine di bloccare sul nascere un’ondata di rabbia popolare contro i brogli attuati per far rieleggere Bongo Jr., i militari metton a segno un incruento putsch.
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3. AFWERKI, L’ETERNO LEADER
L’Eritrea appartiene a Isaias Afwerki che dal 1991, anno dell’indipendenza dall’Etiopia, fa il bello e cattivo tempo: tra le caratteristiche del suo regime assoluto, il servizio militare di durata indefinita che obbliga i giovani ad andar sotto le armi a 16 anni.
Per questo molti eritrei emigrano affrontando sacrifici talvolta dolorosi ed onerosi.
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UNA POLTRONA PER DUE
1. AHIDJO – BIYA
In Camerun, la poltrona presidenziale è stata occupata dal 1960 ad oggi da due sole persone: Ahmadou Ahidjo e Paul Biya.
Quello guidò il Paese per 22 anni, questo, il 12 Ottobre 2025, è stato eletto per un ennesimo mandato settennale, malgrado l’età assai avanzata, 93 anni e la salute malferma che lo costringe a lunghi periodi di permanenza a Ginevra, in un lussuoso hotel, per cure mediche.
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Nato nel 1933, sviluppa tutta la sua carriera nella pubblica amministrazione camerunese, finché nel ’75 diviene premier di Ahidjo e quando questi si ritira gli succede.
Due anni dopo sventa un colpo di Stato volto a sostituirlo: conseguenza, accentua il dispotismo, giocando a dividere i dignitari di corte in modo da mantenersi saldo al potere anche quando è all’estero.
Più volte si è diffusa nel Paese la notizia della sua morte: nell’ottobre 2025, quando per settimane non si son avute sue notizie, si è sparsa la voce che fosse deceduto: un giorno la TV l’ha mostrato a fianco della moglie Chantal mentre scendeva dall’aereo che lo riportava in patria.
In Aprile però il parlamento di Yaoundé ha modificato la costituzione creando la carica di vice Presidente: evidentemente la corsa alla successione è cominciata.
Dal 2016, Il Camerun è lacerato dal conflitto interno tra le province anglofone Northwest e Southwest e quelle francofone.
Le prime rimproverano alle seconde di voler imporre il proprio dominio: all’inizio la protesta era pacifica, con scioperi e marce, poi con la proclamazione della secessione dell’Ambazonia, lo scontro è diventato sanguinoso, provocando morti, distruzioni e profughi, soprattutto nella vicina Nigeria.
Il Paese, inoltre, è interessato da incursioni dei gruppi jihadisti che operano in tutto il Sahel.
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2. NGUEMA – OBIANG
Anche la Guinea Equatoriale dall’indipendenza dalla Spagna (1968) ha avuto solo due Presidenti: il primo, Francisco Macías Nguema è deposto dal secondo con un golpe il 3 Agosto 1979.
Da allora, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo detiene il potere e sogna di trasmetterlo al figlio Teodorin.
Piccolo Stato incastonato tra Camerun e Gabon, è ricco di petrolio: tra gli ultimi progetti varati dal regime, il trasferimento della capitale da Malabo, già S. Isabel, a Ciudad de la Paz, nel cuore della foresta tropicale.
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ALTRI DINOSAURI
1. YOWERI MUSEVENI
Il Presidente Yoweri Kabuga Museveni, 81 anni, ha il merito d’aver pacificato l’Uganda ponendo fine nel 1986 a decenni di guerra intestina.
Ciò è avvenuto con l’imposizione d’un ferreo controllo ad opera del National Resistance Army (NRA), il movimento guerrigliero che dopo aver preso il potere si è trasformato in partito pressoché unico.
Localmente, focolai di guerriglia son ancora attivi presso i confini col Sudan meridionale e l’RD Congo, giustificando le incursioni dell’UPDF nei territori d’oltreconfine per stroncare le attività ostili.
Alla testa dell’esercito di Kampala c’è Muhoozi Kainerugaba, figlio del Presidente, ritenuto da molti uomo volubile, violento ed autoritario.
Si dice che sia il più serio candidato alla successione, ma c’è chi teme che possa dimostrarsi una volta a capo dello stato un tiranno feroce come lo furono Idi amin Dada e Milton Obote.
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2. DENIS SASSOU-NGUESSO
Dal 5 Febbraio 1979, nel Congo Brazzaville tutto ruota intorno a Denis Sassou-Nguesso.
Ex colonia francese, questo Congo da non confondere con l’altro Paese che porta lo stesso nome, già possedimento belga, ha una vita politica molto agitata nei primi vent’anni di vita autonoma.
Nell’agosto 1963 una prima insurrezione porta al potere un movimento che impone la proclamazione d’una Repubblica Popolare sul modello dei paesi dell’Est Europeo.
I conflitti interni però son insanabili: ne seguono nuovi putsch: nel 1977 in uno di essi perde la vita il Presidente Col. Marien Ngouabi.
Altri tre anni di tensione, finché in seguito ad un altro intervento delle forze armate nella vita politica, emerge la figura di Denis Sassou-Nguesso che diventa l’uomo forte del Paese.
Questi in un primo momento abbraccia la dottrina marxista-leninista per poi allontanarsene: quando a fine anni Ottanta, in seguito al crollo del muro di Berlino, in tutta l’Africa soffia il vento del multipartitismo perde le presidenziali, per poi tornare al potere dopo una guerra fratricida.
Il 15 marzo 2026, a 83 anni d’età, è confermato in carica per un nuovo mandato quinquennale.
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55 STATI
Davvero la democrazia non è fatta per gli africani?
Davvero, come dice Ibrahim Traoré, l’unico modo per governare i 55 Stati del continente è la dittatura?
Ci sono esempi di democrazie funzionanti in Africa?
La risposta a quest’ultima domanda è sì: Senegal, Gambia, Ghana, Nigeria, Kenya, Malawi, Zambia, Namibia, Sud Africa son esempi di società dove non solo ogni tanto si vota ma dove vi sono opinioni pubbliche attive, stampa libera credibile e movimenti sociali che si battono in difesa dei diritti sanciti dalle moderne costituzioni.
Ciò non significa che non manchino proteste anche violente contro gli abusi del potere o conflitti al calor bianco:
A Nairobi spesso scoppia la rabbia soprattutto della gioventù istruita come per esempio nel 2024 e ’25, contro i progetti di legge finanziaria che se approvati avrebbero aumentato le imposte sui prodotti di prima necessità.
In Nigeria, nel 2020, i ragazzi di Lagos scesero in strada lamentando la brutalità della polizia nei loro confronti.
In Sud Africa, ondate di xenofobia si abbattono periodicamente contro i Gastarbeiter d’origine zimbabwese e mozambicana che secondo alcuni sotrarrebbero impieghi ai locali.
Le dittature poi non sembrano così efficienti come vorrebbe far credere Traoré: nel Sahel, dove negli ultimi anni son stati messi a segno dei colpi di Stato a ripetizione col pretesto di garantire maggiore sicurezza alle popolazioni colpite dalle aggressioni violente dei jihadisti, la guerriglia continua ad estendere i propri tentacoli e il Mali,uno dei Paesi a tornare sotto tutela militare, sembra al collasso.
Allora, a più di sessant’anni dalla proclamazione dell’indipendenza degli Stati nati dalla decolonizzazione, la sfida è quindi quella di dimostrare che anche Paesi poveri e piccoli, o grandi e ricchi possono uscire dal circolo vizioso del dispotismo d’un “dinosauro o d’una giunta militare ed intraprendere la strada dello sviluppo.
PIER LUIGI GIACOMONI
