ZIMBABWE. L’AUTUNNO DEL PATRIARCA MUGABE
(15 Novembre 2017)

HARARE. Sembra proprio che quello del 2017 sia l’autunno del patriarca Robert Mugabe, l’uomo che dal 1980 domina la scena politica dello Zimbabwe.

Le notizie che giungono da Harare, la capitale, indicano che il Presidente della Repubblica ed alcuni dei suoi collaboratori, è agli arresti, mentre le strade d’accesso alla città, le vie della capitale e la sede della radio televisione ZBC sono in mano alle forze armate.

Un golpe, quindi, nello stile più classico dei regolamenti di conti all’interno dell’élite dominante in Africa.

I capi dell’esercito, però, smentiscono d’aver rovesciato il regime, dicono invece d’esser intervenuti per arrestare dei “criminali” che circondano e condizionano gli atti del Presidente.

Un alto ufficiale dell’esercito, il General Maggiore Sibusiso Moyo, è apparso iersera in TV per dichiarare che la famiglia Mugabe «è salva» e che »la loro sicurezza è garantita».

«Il nostro obiettivo – ha aggiunto – sono i criminali che circondano il Presidente che stanno compiendo crimini che causano sofferenze sociali ed economiche al Paese. Appena la nostra missione sarà compiuta, la situazione tornerà alla normalità.»

Il General Maggiore Moyo si è appellato ai servizi di sicurezza affinché cooperino «per il bene»” della nazione e ha avvertito che eventuali provocazioni «riceveranno un’adeguata risposta.»

»Non è chiaro – scrive BBC News Africa – chi stia guidando l’azione militare: Il comandante in capo dell’esercito
Constantino Chiwenga, che ha visitato la Cina la settimana scorsa ha dichiarato lunedì che le forze armate erano preparate ad intervenire per bloccare le purghe in atto all’interno del partito dominante ZANU-PF.»

Una dichiarazione che è stata qualificata da alcuni membri dell’ala giovanile del partito, come «un tradimento» che «disturba la pace ed incita all’insurrezione.»
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L’obiettivo Grace Mugabe. L’obiettivo quindi dei militari non è direttamente Mugabe, ma la seconda moglie Grace, detta popolarmente “Gucci Grace” per la sua spiccata passione per gli abiti firmati, il lusso e i grandi alberghi.

Grace, 52 anni, seconda moglie del leader e madre dei suoi tre figli, da tempo mira a sostituire il marito al vertice dello stato e l’8 novembre ha ottenuto la rimozione del suo più acerrimo rivale, il Vice Presidente Emerson Mnangagwa,, allontanato dalle sue funzioni ufficialmente per «slealtà, mancanza di rispetto, falsità e inaffidabilità.»

Mnangagwa,, un veterano della lotta di liberazione, al fianco di Mugabe da 40 anni, Ministro per la difesa per decenni, però, ha buone relazioni con le forze armate, finora fedeli al regime, che stavolta evidentemente hanno deciso d’insorgere.

Scappato in Sud Africa dopo la destituzione, ora starebbe rientrando ad Harare, mentre l’ex First Lady sarebbe fuggita in Namibia.

In queste ore, sono stati compiuti diversi arresti tra cui quello del Ministro per le Finanze, Ignatius Chombo. membro di spicco della fazione denominata “Generazione 40” favorevole a Grace.
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Robert Mugabe. Robert Gabriel Mugabe, terzo di sei figli d’un carpentiere d’etnìa shona, nacque in un sobborgo di salisbury, l’attuale Harare, il 21 febbraio 1924. Abbandonato a dieci anni dal padre, fu educato dalla madre che lo iscrisse ad una scuola di gesuiti.

a diciassette anni conseguì un diploma che gli permise d’iniziare la carriera dell’insegnante.
Nel 1949 si iscrisse alla facoltà di scienze politiche di un’università sudafricana. In quegli anni entrò in contatto con ambienti rivoluzionari sudafricani, anche se era maggiorrmente influenzato dal Pensiero di Gandhi.

Nel 1960, mentre nel resto dell’Africa era in pieno sviluppo il movimento per la decolonizzazione e diversi Stati raggiungevano la piena indipendenza nazionale, Mugabe rientrò in rhodesia dal Ghana dove era entrato in contatto con Kwame Nkrumah, leader del socialismo panafricano.

Presto si sentì più coinvolto dalla lotta politica che dall’insegnamento, così fondò insieme ad altri lo ZAPU (Zimbabwe African People’s Union) di tendenza radicale e favorevole alla lotta armata.

Incarcerato nel 1964, rimase in detenzione dieci anni, poi fuggì in esilio in Mozambico. Intanto in rhodesia il governo Smith, che nel 1965 aveva proclamato unilateralmente l’indipendenza dalla Gran Bretagna ed aveva introdotto gradualmente la legislazione segregazionista già in vigore in sud Africa, diveniva sempre più violenta. Perciò nei tardi anni Settanta fu raggiunto un accordo in base al quale smith rinunciava al potere, permetteva alla rhodesia di ridivenire una colonia britannica e si avviavano conversazioni per la creazione nel Paese d’un governo rappresentativo di tutte le componenti della nazione.

Il 18 aprile 1980 venne proclamata l’indipendenza dello Zimbabwe, uno degli ultimi Paesi africani a giungere alla piena sovranità: Robert Mugabe ne divenne primo ministro, capo d’un governo in cui erano rappresentati anche i bianchi.

Negli anni successivi, la nuova leadership divenne sempre più dispotica: nel 1982 fu sciolto il governo di coalizione che univa le forze che avevano condotto il Paese all’indipendenza. In particolare, furono perseguitati i sostenitori di Joshua Nkomo, di etnìa Ndebele, accusati di complotto e tra il 1983 e il 1987 furono massacrate circa 20 mila persone, soprattutto nell’area di Bulawayo, zona di forte insediamento ndebele.

Nel 1997, il regime attaccò i farmers bianchi che secondo Harare controllavano ancora le terre migliori e bloccavano lo sviluppo del Paese: bande armate guidate da Chenjerai Hunzvi, più noto col nome di Hitler, un reduce della guerra civile rhodesiana, Presidente della Zimbabwe Liberation War Veterans Association, presero d’assalto le fattorie detenute da coltivatori bianchi. Molti di essi dovettero emigrare e successivamente il regime ne ordinò l’esproprio senza indennizzo. L’economia del Paese ne subì gravi contraccolpi, al punto che sparirono dal mercato tutti i prodotti alimentari d’esportazione ed il Paese si avvitò in una spirale di progressivo impoverimento che si è sempre più aggravata.

Per tentare d’uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciato con la sua politica d’acceso nazionalismo, Mugabe si è rivolto alla Cina, consentendole d’effettuare ingenti investimenti nel Paese: lo Yuan ha gradualmente sostituito come moneta il dollaro zimbabwese il cui potere d’acquisto s’è annullato a causa dell’iperinflazione, determinata dalla decisione del Presidente di stampare denaro all’impazzata: «se non abbiamo soldi – disse una volta Mugabe in un’intervista – li stamperemo.»
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Mentre scriviamo non è ancora chiaro chi detenga il potere in Zimbabwe e quali saranno le prospettive di questo Paese: secondo alcune testimonianze, il golpe sarebbe stato ben accolto dalla popolazione, stanca dei soprusi operati dai gerarchi del regime.

Quello che nei primi anni Ottanta era additato come un modello di convivenza tra genti d’origine diversa e di superamento degli odi della guerra civile, si è trasformato in un regime d’oppressione nel quale la cricca dei Mugabe si è impadronita di tutte le risorse del Paese a scapito di tutta la collettività nazionale.

In più come s’è visto, il regime per mantenersi al potere ha attizzato consapevolmente le rivalità tra le etnìe locali per imporre la propria egemonia ed ha sperperato somme enormi intervenendo per esempio nella guerra del Congo combattuta tra il 1997 ed il 2004.

In conclusione, chiunque assumerà la guida di questa nazione dovrà ricostruire un Paese davvero disastrato.

PIER LUIGI GIACOMONI