VORREI LA PELLE NERA
(21 Agosto 2019)

ROMA. «Vorrei la pelle nera» cantava nel 1967 Nino ferrer, lamentando il fatto che un cantante bianco, europeo non riuscisse a dare quel ritmo, quella carica, quell’energia che sembrava esser congenita ai suoi colleghi neri, come Wilson Pickett o Aretha Franklin.

erano gli anni 60, un periodo nel quale sembrava tutto possibile: pochi anni prima, una serie di canzoncine estive inneggiavano all’abbronzatura «Sei diventata nera», «Abbronzatissima», mentre contro corrente andava «tintarella di luna».

Insomma, nei ruggenti e giovanili sessanta nessuno aveva paura del nero, anzi molti avrebbero voluto scurirsi la pelle definitivamente.

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LA PAURA DEL NERO.

Oggi, anni dieci del III millennio, il Belpaese pare percorso da nord a sud da una paura viscerale dell’uomo nero: ogni giorno le cronache registrano manifestazioni di vero e proprio razzismo, incoraggiato anche dalla politica, che, invece d’unire, divide. Una ragazza nera, ma italiana, è allontanata da una spiaggia, un ragazzo etiope non è ammesso in una discoteca, un sacrestano d’origine burundese è picchiato a Gallarate e via di questo passo.

La situazione sembra sfuggirci di mano, perciò la mamma di un ragazzino di colore ha preso carta e penna ed ha scritto a Repubblica.

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LA LETTERA.

«Caro direttore, sono la mamma adottiva di due figli nati in Africa. Negli ultimi mesi, noi madri di figli  di etnìe diverse stiamo vivendo sulla nostra pelle e quella dei nostri  figli, esperienze viste e raccontate  nei film americani degli anni Cinquanta e Sessanta sulla condizione  dei neri. Proprio la settimana scorsa a Recco, in Liguria, mio figlio Fabien,  tredicenne, è stato vittima di due episodi di forte razzismo. In vacanza  con la nonna, giocava spensieratamente  a calcio con gli amici  nella piazzetta sul lungomare. Una signora passa in mezzo ai ragazzi  e una pallonata la colpisce al viso. La sorte ha voluto che il piede  che calciava fosse quello di mio figlio, unico nero del gruppo. Il marito, ancora prima di chiedere come stesse la moglie, si è scagliato  contro il ragazzo urlando: “Dammi  i documenti, fammi vedere il permesso di soggiorno. La situazione  è degenerata e sono state addirittura  chiamate la polizia e l’ambulanza.  Vi lascio immaginare il terrore e la vergogna negli occhi di Fabien e l’incredulità della nonna  nel doverlo difendere mostrando  alle forze dell’ordine i documenti  comprovanti la sua nazionalità  italiana. Il secondo episodio è avvenuto due giorni dopo in spiaggia. Un ragazzo  sui 30 anni lo ha improvvisamente  spintonato dicendogli: “Negro di merda, torna casa tua, questo  paese è nostro! Peccato che non sei affogato con gli altri . La sera mio figlio mi ha raccontato tutto con rassegnazione ma con il dolore negli occhi. è difficile spiegare  la sensazione di impotenza che prova un genitore davanti ad una situazione del genere. Ma come siamo arrivati sino a qui? è più di un anno che una certa  politica ha deciso di nascondere  le proprie mancanze creando dei nemici da combattere, distogliendo l’attenzione con falsi problemi. L’immigrazione è improvvisamente  diventata la ragione di tutti i mali dell’Italia. L’ inasprimento del linguaggio e della comunicazione contro lo straniero stanno rovinando la vita ai nostri figli e a tutti gli immigrati regolari che sino ad ora vivevano una vita normale ed integrata . Quando un Ministro della Repubblica, sul palco di un comizio, davanti a centinaia di persone si permette di affermare  Non vogliamo  più bambini confezionati dall’Africa, non accetteremo sostituzione  di popoli con popoli! , dà uno schiaffo alla nostra genitorialità  adottiva. Con la conseguente legittimazione di attitudini manifeste  non ponderate. In una parola  “intolleranti”. C’è una vera e propria caccia al nero, ormai nero è uno straniero, nero è un immigrato, nero è un delinquente.  Come riconoscere un malfattore da uno studente quando  hanno la stessa sfumatura di pelle? Potremmo pensare di tatuare  sulla fronte dei nostri ragazzi “sono italiano” ma qualcosa mi rimanda  indietro di 60 anni alla stella  di David cucita sui vestiti. Come possiamo far crescere dei giovani che saranno il futuro di questo Paese in una società che li rifiuta  o li guarda con sospetto perché di colore diverso? Ormai i nostri figli sono condizionati  da questo clima e hanno paura persino di uscire o prendere  i mezzi di trasporto da soli. Gli atti di razzismo in Italia sono aumentati in modo esponenziale e noi siamo la testimonianza di questa atroce realtà. Per questo abbiamo fondato un’associazione che si chiama “Mamme per la pelle”  e che nasce proprio dall’esigenza  di combattere questa nuova onda  di razzismo e xenofobia in Italia. Mi piacerebbe incontrare il ministro  dell’Interno e, parlando da madre a padre, fargli capire che le parole hanno un peso e ad ogni azione corrisponde una reazione. Gli sforzi che proviamo a fare per educare i nostri figli al rispetto degli  altri vengono vanificati ogni qual volta una persona li insulta e li denigra e ogni qual volta lui non condanna pubblicamente queste azioni, ma al contrario, le esalta. Camminiamo insieme verso il loro futuro, abbiamo tutti troppo da perdere in questa battaglia.»
(da “Repubblica – 6 Agosto 2019).

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ALTRI EPISODI.

Lo stesso giorno, sullo stesso quotidiano è apparso un articolo in cui si raccontavano altri episodi d’intolleranza:

A Bari, in una zona residenziale, mentre camminava coi suoi amici, un gruppetto di ragazzi ha seguito una ragazza di colore, gridandole: “Negra di merda tornatene nel tuo paese insieme a quei due morti di fame dei tuoi genitori”.
Poi son partiti gli sputi, Gli insulti, anche  un calcio. Da quel giorno la ragazza – dice sua madre – ha paura.

I genitori di figli adottati in Africa denunciano centinaia di episodi di razzismo, quasi tutti  contro adolescenti d’origine africana: ragazzi cacciati dagli autobus, che non vanno più a scuola da soli, che si ammalano di vitiligine, una malattia dermatologica che “sbianca” la pelle.

Si tratta di minori adottati quando l’Italia era ai vertici per numero di adozioni  internazionali e il nostro paese era considerato ancora sicuro  per un bambino con la pelle scura.

Paola – la mamma di una ragazzina nera- racconta che pochi giorni fa c’è stato un altro  episodio inquietante: «ero in auto con mia figlia. La polizia ci ha fermate, ma invece di chiedere a me i documenti,  visto che ero al volante, gli agenti sono andati subito da lei, nera, chiedendole se era in regola.  Capite? Mi sono infuriata, ho detto che lei era mia figlia, cittadina  italiana, minorenne. A quel punto hanno cambiato tono, dicendomi  che avevano ricevuto quel tipo di ordini . Cioè fermare e identificare chi ha la pelle nera.»

Sharon, 16 anni, nome di fantasia, anche lei adottata in Africa a due anni. racconta:

«due uomini sulla spiaggia hanno iniziato  a insultarmi dicendo che noi nere veniamo in Italia a fare le prostitute. “Vieni con noi in cabina,  facci vedere quanto sei brava”,  mi dicevano.»

Sharon ormai in spiaggia da sola non ci va più.

Io vorrei solo vivere la vita di tutti  miei coetanei, come facevo prima.  Vorrei diventare invisibile, sparire, fino a quando questo brutto periodo non passa.»

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BRUTTO RISVEGLIO.

Per i ragazzi adottati è come un brutto risveglio. Oggi sulla loro pelle brucia lo stesso razzismo diffuso  che nel nostro paese aggredisce, sempre di più, i “non bianchi”.  Ma c’è una differenza, ammette  con amarezza Angela, una dell’associazione “Mamme per la pelle”, che vive in Toscana.  Quando erano piccoli, li abbiamo  portati in Italia dicendo loro che qui avrebbero trovato amore e accoglienza. Ecco, adesso invece  i nostri figli scoprono di essere stranieri. Odiati. Discriminati . Eppure, da Matteo Salvini ai ministri  per la Famiglia, è tutto un parlare di rilancio delle adozioni. Invece, proprio dalla Commissione  adozioni internazionali, è arrivato  un monito severo. In una nota  la commissione esprimeva  profonda preoccupazione per i recenti episodi di razzismo nei confronti di quei figli adottivi che a causa del colore della pelle, vengono  fatti oggetto di atti di bullismo  e vessazione . Aggiungendo anzi che queste  manifestazioni potrebbero compromettere nuovi  accordi con molti paesi.

Maria Teresa è la mamma di un bellissimo sedicenne nato in Senegal:
Liceo classico, campione regionale di basket.

«Mio figlio – narra – è stato cacciato da un negozio in cui era entrato per scegliere una maglietta. E purtroppo adesso il razzismo sta inquinando anche i ragazzi. Dopo una serata in discoteca,  una ragazza si è sentita male.  Un coetaneo di mio figlio si è avvicinato e gli ha chiesto se fosse  stato lui a dare la droga alla ragazza.  Aggiungendo che tutti i pusher  sono neri. è tornato a casa sconvolto. Oggi in discoteca non ci va più.»

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MISURA COLMA.

Sono episodi che devono far rifletter tutti perché la misura è colma: tutte le indagini sociologiche denunciano che l’Italia è un Paese incattivito, che è arrivato impreparato ad affrrontare il duplice fenomeno del calo demografico, che si collega con l’invecchiamento della popolazione, e la migrazione di centinaia di migliaia di persone provenienti dai quattro angoli del mondo.

Il razzismo è un virus che nasce dalla paura, dal timore di perdere ciò che si possiede, dalla frustrazione per le sconfitte subìte nel corso della vita. Quando non si sa a chi dar la colpa dei propri fallimenti si cerca un capro espiatorio ed è facile additare nel forestiero il responsabile di ciò che non va.

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LA XENOFOBIA COME STRUMENTO DI GOVERNO.

La xenofobia può anche essere uno strumento di governo: i greci antichi consideravano Barbari tutti coloro che non si esprimevano correttamente in greco e le Poleis concedevano molto raramente la cittadinanza ad uno venuto da altra città. I Romani non furono razzisti per molti secoli, tant’è vero che inclusero nello stato genti provenienti da altri luoghi ed ebbero imperatori spagnoli, galli, arabi ed africani. tuttavia, verso il V secolo, quando l’impero stava decomponendosi, qualcuno diffuse sentimenti razzistici verso le popolazioni che erano entrate nel territorio dello Stato, riempiendo in parte i vuoti causati dal calo demografico.

Dopo la scoperta e la conquista degli altri continenti extraeuropei si diffuse la malapianta del razzismo e la convinzione che il bianco fosse per definizione atto al comando sopra tutti gli altri uomini.

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PUNTO DI SVOLTA.

Oggi, siamo ad un punto di svolta, perché da un lato la globalizzazione ha fatto uscire dal sottosviluppo un miliardo di persone che prima vivevano in povertà e dall’altro, dalle aree più impoverite del pianeta, migrano verso il “mondo ricco” MILIONI d’individui in fuga dalle guerre, dalle tirannìe, dal sottosviluppo in cerca d’una vita migliore.

E’ un po’ ciò che accadde dal III al V secolo d.C. nell’Impero romano: anche allora masse per quei tempi abbastanza imponenti affluivano nel territorio imperiale per cercarvi lavoro e prosperità.

Il razzismo è rispetto a questi fenomeni che sono di dimensioni globali una risposta dolorosa e di corto respiro: dolorosa per chi la subisce, che si ripercuote su tutti, perché tutti abbiamo qualcosa che non va bene agli occhi degli altri; di corto respiro, perché parte dalla convinzione che vi sono persone superiori ad altre e non contribuisce a leggere correttamente la realtà, ma si rifugia nell’avversione viscerale verso l’altro.

Ciò è particolarmente vero oggi che siamo in un’epoca di regressione reazionaria, alimentata da una politica adolescenziale che non fa e non ha progetti a lungo termine ed è alla smodata ricerca del facile consenso, mediante una propaganda aggressiva, volgare, falsamente semplificatoria.

In Italia ciò è vero da molto tempo e la stessa cosa si può dire anche per altri Paesi: non sono mancati episodi di razzismo in Germania, Francia o inghilterra, per non parlar di Russia, Stati Uniti e Cina.

Sarebbe davvero ora che tutta la società, dai media alle scuole, dalle parrocchie ai partiti, decidessero d’invertire la rotta e cominciassero a parlare di convivenza, di comprensione, d’integrazione, di comunità invece che subìre questa lenta ma inesorabile disgregazione sociale che sta travolgendo qualunque istituzione, qualunque morale, qualunque regola.

Molti anni fa, Ruud Gullit, giocatore di calcio olandese di origini surinamesi disse che «Se hai i soldi il colore della tua pelle non è un problema», lasciando intendere che se invece non sei ricco devi sapere che ci sarà sempre qualche cretino che se la prenderà con te perché sei nero.

E’ però davvero arrivato ilmomento che i saggi escano dal riserbo e dal silenzio e facciano sentire la loro voce zittendo per un bel po’ i razzisti d’ogni ordine e grado.

PIER LUIGI GIACOMONI