TRE STORIE ASSURDE
(14 agosto 2016).

St. Petersburgh (Florida). Ieri ho letto tre storie assurde che mi paiono in qualche modo unite da un filo rosso,
quello della miseria morale, oltre che, probabilmente, materiale.

Le riassumo:

1. A St. Petersburgh, (Florida) un bambino di sei anni, ammazza a botte la sorellina di tredici giorni perché
piangeva. I due sono soli in casa, una specie di roulotte: la madre, una donna di 62 anni (sessantadue anni!) è
uscita di casa e, riferiscono i quotidiani di stamani, vaga senza meta per la città.

Nella roulotte, oltre che il piccolo omicida e la vittima, c’è un altro fratellino di tre anni.

2. In Italia, non so dove, due senza fissa dimora, di nazionalità marocchina, discutono sui brani da ascoltare sul
cellulare: ad un tratto la discussione degenera in litigio ed uno dei due, con un pezzo di vetro tagliente, sgozza
l’amico, provocandone la morte.

3. A Palermo, una bambina è ricoverata d’urgenza in ospedale perché ingerisce dell’hashish lasciata incustodita dal
partner della madre.

Ognuna di queste storie contiene in sé un connotato d’assurdità che fa capire, a mio parere, che nella vita molto
di ciò che accade non è governato, malgrado tutte le nostre elucubrazioni, da raziocinio e logica, ma da
qualcos’altro, che potremmo chiamare “casualità, illogicità…” che scatena la furia omicida.

Nella prima storia abbiamo tre personaggi: una donna di 62 anni che, riferiscono sempre i quotidiani, a 55 anni si
fa metter incinta, con le tecniche d’inseminazione artificiale, utilizzando il seme del marito, nel frattempo,
deceduto, e due bambini, uno di sei anni e l’altra di tredici giorni.

Evidentemente, la signora non riesce a gestire una così folta figliolanza ed ha bisogno, ogni tanto, d’uscire dalla
roulotte, dove vive, per concedersi una pausa di decompressione dallo stress quotidiano.

I bambini, in specie quello di sei anni, non possono uscire: devono vivere in quello spazio che immaginiamo
angusto. Ad un certo punto l’esasperazione è tale che scatta la furia incontrollata.

Il seienne non è punibile, probabilmente non ha nemmeno capito cosa ha fatto: anzi, magari si sente un eroe perché
ha spento quella vocina che non faceva altro che piangere.

Ci domandiamo, però, se la madre oggi ha più chiaro cosa voglia dire metter al mondo dei bambini quando l’età è
troppo avanzata e la fatica pesa come un macigno.

La seconda storia ci presenta due personaggi che litigano per un motivo futile. futile, probabilmente, è il punto
di partenza, ma non quello d’arrivo, perché uno dei due con un pezzo di vetro tagliente spegne la vita dell’altro.

Una storia come questa richiama alla mente quante volte nella vita ci capita di litigare per motivi futili, salvo
che quelle esili ragioni sono solo il punto scatenante, il detonatore di quella rabbia che ad un certo punto,
irragionevolmente esplode e guida i nostri comportamenti, producendo qualcosa che va oltre le nostre intenzioni
iniziali.

In questi casi, ci chiediamo se l’assassino si sta rendendo conto di ciò che ha fatto, se prova rimorso, se si è
reso conto che ha spento irrevocabilmente la vita d’un altro.

Su tutte queste vicende aleggia lo spirito nero d’una miseria morale che è sicuramente più grande della miseria
materiale, perché chi è povero di mezzi spesso ha una dignità ed una solidità di valori che non lo portano a
compiere gesti inconsulti come quelli che abbiamo narrato.

La miseria morale, invece, può esser presente anche in case benestanti, ben arredate, ben riscaldate, ben fornite
di mezzi: è quella che conduce l’uomo a divenire la più feroce delle bestie.

PIERLUIGI GIACOMONI