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TANZANIA. “BULDOZER” SENZA LIMITI

marzo 1, 2018 • Pierluigi Giacomoni

TANZANIA. “BULDOZER” SENZA LIMITI
(1 Marzo 2018)

DODOMA. La società civile e la conferenza episcopale tanzaniana sono preoccupate per il crescente dispotismo di “buldozer”, come vien chiamato popolarmente il Presidente della Repubblica John Magufuli.

Eletto nel 2015 come candidato del Chama Cha Mapinduzi, il partito al potere fin dall’indipendenza, conseguita nel 1964, aveva promesso che avrebbe lottato con tutte le sue forze contro gli sprechi, la corruzione ed il nepotismo, ma di recente sono emersi gli scandali nel suo entourage ed il Presidente è ricorso al pugno di ferro.

In questi giorni, ad esempio, il giudice Michael Mteite, ha condannato a cinque mesi di reclusione Joseph Mbilinyi ed Emmanuel Masonga, rispettivamente deputato e segretario di Chadema, il principale partito d’opposizione, con l’accusa di «istigazione all’odio» nei confronti del Capo dello stato

Nel corso d’una manifestazione pubblica il 30 dicembre 2017, svoltasi nella città meridionale di Mbeya, i due avrebbero sostenuto che il Presidente è il vero mandante del tentativo d’assassinio dell’oppositore Tundu Lissu, avvenuto sei mesi fa.
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L’attentato. Stando a quanto riferirono media locali, Lissu, 49 anni, fu colpito il 7 Settembre 2017 da proiettili ad una gamba ed allo stomaco nei pressi della sua abitazione, alla quale stava rientrando, dopo una seduta parlamentare.

Commentando i fatti, Abdallah Safari, vice presidente del principale partito d’opposizione Chadema,
riferì che Lissu sosteneva d’esser pedinato da un’auto che seguiva i suoi movimenti ed aveva paura per la propria vita.

«Adesso – concluse Safari – anche gli altri membri del nostro partito hanno paura».

Benché il Presidente, con un comunicato, abbia condannato l’attentato definendolo «atto crudele e inumano», i rapporti tra i due non son mai stati amichevoli: Lissu, che dai banchi dell’opposizione  denunciava il malcostume pubblico, si era scontrato più volte col Capo di Stato ed i suoi ministri.

Più d’una volta, poi, era stato arrestato: pochi giorni prima d’essere gravemente ferito, aveva rivelato che un aereo, acquistato dal governo per la compagnia di bandiera, era stato sequestrato in Canada per rimborsare i creditori di prestiti, contratti dal governo e mai restituiti.
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Pulsioni autoritarie. Il processo a carico di Milinyi e masonga, secondo gli attivisti tanzaniani dei diritti umani, è solo l’ultimo episodio d’una serie avvenuti negli ultimi tempi che segnano un pericoloso aumento della tensione e gravi violazioni della legalità, compiuti dal Governo e dalla sua polizia.

Centocinque organizzazioni della società civile tanzaniana hanno firmato il 21 febbraio scorso una dichiarazione con la quale si denunciano «numerosi casi di violazioni dei diritti senza precedenti nella storia del paese»: tra essi, «aggressioni, torture e sparizioni forzate di attivisti, giornalisti, leader politici e semplici cittadini.»

I movimenti sociali avvertono che «le tensioni all’interno del paese stanno coinvolgendo sia la libertà d’espressione che quella di stampa» e denuncian il «soffocamento della democrazia» tramite «elezioni irregolari e macchiate di sangue che mettono in pericolo la pace nazionale.»

Al centro delle preoccupazioni, come abbiam riferito, è il caso di Tundu Lissu, ferito gravemente lo scorso settembre in un tentativo d’omicidio, ma suscitano sconcerto la sparizione del giornalista Azory Gwanda, di cui si son perse le tracce da novembre, dopo aver denunciato una serie di delitti politici, nonché la morte, mentre si trovava nelle mani della polizia, d’uno studente di 22 anni, arrestato durante una manifestazione di protesta popolare, schiacciata duramente dalle forze di sicurezza.

In particolare, si chiede l’istituzione di una Commissione elettorale indipendente, in vista delle prossime elezioni in programma per il 2020 e d’un organismo autonomo, composto dai rappresentanti della società civile, dai media e dai gruppi religiosi, incaricato d’indagare sugl’incidenti avvenuti durante le ultime elezioni, risalenti a tre anni fa.

«Sarebbe un grave errore consegnare quest’indagine alla polizia, implicata in questi incidenti» dicono i gruppi della società civile, esortando le forze dell’ordine a «smettere di schierarsi» e a non ricorrere ad «un eccessivo uso della forza.»

Già l’11 febbraio scorso, la Chiesa cattolica della Tanzania, aveva denunciato in una lettera pastorale «violazioni dei principi democratici e delle libertà di espressione da parte del governo, accusandolo di mettere in pericolo l’unità nazionale.»

Colpiti dalle accuse dell’opposizione politica che da mesi sosteneva che la conferenza episcopale aveva taciuto di fronte alla «deriva dittatoriale» del Presidente, i presuli hanno colto il momento per denunciarne gli abusi.

così hanno scritto che «Le attività politiche sono proibite dalla strumentalizzazione della polizia: le attività dei partiti politici, come ad esempio incontri pubblici, manifestazioni, marce, dibattiti all’interno dei locali, che sono il diritto di ogni cittadino, sono sospese fino alle prossime elezioni.   .»

Essi poi avvertono che l’attuale atmosfera politica genera «divisione e odio che potrebbe mettere in pericolo la pace, la sicurezza e la vita dei cittadini.» «Se permettiamo che questo clima continui, non sorprendiamoci di trovarci domani in conflitti più seri che distruggeranno le basi della pace e dell’unità nazionale.»
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“Buldozer”. Il controverso Presidente Magufuli, soprannominato “bulldozer” per il suo stile di governo che non guarda in faccia a nessuno, ha goduto all’inizio di grande popolarità, anche se le elezioni di cui risultò il vincitore furono definite le meno corrette della storia del Paese, perché funestate da violenze ed irregolarità e nel territorio dell’isola di Zanzibar, che gode d’una larga autonomia, dovettero esser ripetute.

Tra i suoi primi provvedimenti, motivati dalla necessità di ridurre gli sprechi, vi fu la riduzione del numero e degli stipendi dei ministri. Lui stesso ridusse il proprio salario da 15.000 a 4.000 dollari mensili e diversi funzionari corrotti furono licenziati.

Negli ultimi mesi, accentuando la sua aspirazione all’assolutismo, ha vietato le riunioni del partito d’opposizione Chadema, ha chiuso giornali e stazioni radio critiche col suo regime, mentre giornalisti che hanno scavato nella vita del Leader e del suo “cerchio magico” son stati picchiati o minacciati di morte.

Deciso antiabortista, ha fatto ammanettare le studentesse che nel corso dell’anno scolastico son rimaste incinte, dopo stupri subìti durante le ore di scuola.
ha imposto alle ragazze d’interromper gli studi fin a quando non avranno partorito, rimanendo insensibile di fronte alla denuncia di atti abominevoli compiuti da studenti ed insegnanti.
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Tanzania first. In campo economico, sono state appena pubblicate nuove norme per le multinazionali che fanno affari nel settore minerario. Con la legge appena promulgata, di stampo decisamente protezionistico, i gruppi stranieri saranno obbligati a offrire azioni al governo e alle società locali. Lo Stato, inoltre, dovrà privilegiare soggetti locali nell’assegnazione di appalti per l’attività estrattiva. Le misure hanno l’obiettivo dichiarato di garantire maggiori benefici dallo sfruttamento del settore minerario. Secondo le nuove norme, pubblicate sul sito della Camera di Dodoma, per i minerali e l’energia, appaltatori, subappaltatori e titolari di licenze nel comparto estrattivo «dovranno mantenere un conto in una banca tanzaniana ed effettuare le loro transazioni attraverso banche locali.» Nel testo si stabilisce inoltre che «i rischi assicurabili relativi all’attività mineraria nel paese, devono essere assicurati attraverso una società di intermediazione locale.» Le società che non si adegueranno alle regole nei prossimi tre mesi, incorreranno in una sanzione minima equivalente a circa quattro milioni e mezzo di dollari.

John Magufuli, fin dall’inizio del proprio mandato, ha messo la trasparenza nel settore estrattivo al centro del suo programma politico: nel maggio 2017 destituì alcuni responsabili del ministero delle Miniere. Prima di raggiungere un accordo di compromesso, inoltre, minacciò d’infliggere una multa da 190 miliardi di dollari ad Acacia, una sussidiaria del colosso Barrick Gold.

Il settore minerario è una notevole fonte d’entrata del Paese: in particolare, è il quarto  produttore africano d’oro.
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Influenza cinese. La Tanzania, come molti altri Stati del continente, ha accolto a braccia perte gl’investitori cinesi.

Negli ultimi vent’anni, la Cina è diventata il primo partner commerciale dell’Africa: commercio, investimenti, infrastrutture e aiuti. Dall’inizio del XXI secolo gli affari sino- africani sono aumentati del 20% all’anno.

A fine 2016, sul continente operavano diecimila imprese cinesi, il 90 per cento private: africani l’89 per cento dei lavoratori, mentre locale era il 44% del management.

Human Rights Watch, però, denuncia condizioni di lavoro semischiavistiche: nelle miniere, ad esempio, si lavora in condizioni disumane. Non c’è nessun tipo di contratto e di protezione contro infortuni e malattie.

Nei cunicoli, dove s’estraggono i minerali, non c’è nessun tipo di ventilazione, per cui poi i lavoratori s’ammalano di gravi affezioni polmonari.

Chi protesta per le pessime condizioni di lavoro vien picchiato o minacciato.

Nel 2001, gl’investimenti cinesi in Africa ammontavano a 13 miliardi di dollari; nel 2015, 188.
In Tanzania, secondo gli ultimi dati diffusi nel 2014, i cinesi hanno investito 4 miliardi.

Non è finita: la penetrazione del “dragone” arriva anche nel campo culturale.

«Confucio – riferisce Repubblica –  arriva all’università di Dar es Salaam con un team di insegnanti di lingua e cultura cinesi, perché a fine giugno saranno ultimati i lavori di una grande biblioteca nel complesso accademico della capitale commerciale tanzaniana.»

L’iniziativa, finanziata da «Hanban», società del ministero dell’Istruzione di Pechino, prevede un budget di quaranta milioni di dollari.

Il complesso sarà composto da due edifici: una libreria e l’Istituto di Confucio, dove gli studenti potranno apprendere la lingua e la cultura cinesi.

Dal 2004, di questi istituti ne sono stati aperti 516 in 142 Paesi, di cui 40 in Africa.

Se nel 2003 gli africani che studiavano il cinese erano duemila, nel 2015 sono diventati 50mila.

La lingua è sempre stata una barriera non trascurabile nei rapporti tra il continente e Pechino: tuttavia già negli anni Ottanta, le università cinesi aprivano le loro porte agli studenti provenienti dal continente.

La biblioteca tanzaniana è stata ora accolta con grande entusiasmo dai vertici del Paese, tant’è vero che due anni fa lo stesso Presidente Magufuli fu presente alla cerimonia della posa della prima pietra.
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La Tanzania. Nata nel 1964 dalla fusione del tanganika e dell’Isola di Zanzibar, la tanzania, ex colonia tedesca e britannica, è stata dominata per vent’anni dalla figura di Julius Nyerere, uno dei leader del movimento progressista africano, che tuttavia commise l’errore d’imporre la politica della villaggizzazione forzata per controllare meglio la popolazione, tradizionalmente sparsa sulle migliaia di colline che punteggiano il territorio nazionale.

Paese plurietnico e plurireligioso non ha mai conosciuto periodi di dittatura militare, ma il partito Rivoluzionario CCM ha sempre controllato lo Stato. Uscito di scena Nyerere, la Repubblica è stata governata da una serie di leader non sempre all’altezza del compito, ma rispettosi della regola per la quale dopo due mandati si lascia il potere.

Oggi sembra però che il Paese stia subendo una brusca mutazione genetica e stia avvicinandosi al modello di stato africano controllato da un despota e dalla sua cricca: riuscirà la società civile tanzaniana ad impedire la realizzazione di questo inquietante progetto politico?

PIER LUIGI GIACOMONI

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