STATI UNITI A RISCHIO D’UNA CRISI ISTITUZIONALE
(24 Dicembre 2020)

WASHINGTON (D. C.). Negli Stati Uniti, il dopo elezione presidenziale ha messo il Paese a rischio d’una grave crisi istituzionale con conseguenze imprevedibili.

Per stavolta le strutture istituzionali fondate sul principio del check and balance, cioè del bilanciamento dei poteri, hanno retto, ma non è detto che in futuro la democrazia più importante del pianeta possa entrare in grave sofferenza.

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TRUMP COME RE LEAR.

Secondo la CNN, Donald J. Trump si comporta come Re Lear: nella tragedia shakesperiana il sovrano si rifiuta d’accettare la realtà ed emargina tutti coloro che gli danno torto.

Così, per una quarantina di giorni è andato in onda il seguente dramma:

Il Presidente degli Stati Uniti, diversamente da tutti i suoi predecessori, non riconosce d’aver perso le elezioni del 3 novembre 2020: anzi, denuncia, senza fornir prove, brogli ed irregolarità, soprattutto negli Stati chiave di Arizona, Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin. Queste frodi, come le chiama lui, riguardano prevalentemente i voti espressi per posta, consegnati agli scrutatori dopo il 3 novembre, ma inviati prima della data del voto.

Non solo: ovviamente, si rifiuta d’avviare la transizione tra la sua amministrazione e quella del Presidente eletto Joseph R. Biden Jr. ed aizza i suoi supporter affinché premano sulle autorità dei citati swing States perché contino e ricontino i voti, in modo da annullare quante più schede possibile, soprattutto quelle recanti la preferenza alla lista Biden-Harris.

Di più: preme sui legislativi degli stessi 5 Stati affinché non riconoscano l’esito del voto popolare e procedano loro alla nomina dei grandi elettori di loro spettanza, in modo da riportarlo alla presidenza per “four more years”, come recita uno slogan scandito dai trumpisti più accaniti.

Il 12 dicembre, viene coinvolta nella contesa la Corte Suprema, solidamente in mani repubblicane, alla quale viene inoltrato un ricorso del Texas, che chiede l’invalidazione dello scrutinio ed il rinvio della riunione dei 538 grandi elettori che devono sancire l’elezione della coppia Biden-Harris: i nove supremi giudici, malgrado siano in maggioranza d’orientamento conservatore, non prendono nemmeno in considerazione l’istanza.

Venerdì 18, lo si apprende dalla CNN, si tiene in gran segreto una riunione alla Casa bianca nel corso della quale l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn suggerisce al Presidente di decretare la legge marziale ed imporre, sotto la sorveglianza dell’esercito, la ripetizione del voto negli Stati che hanno osato voltargli le spalle.

Sembra che la proposta, che prefigurerebbe un vero e proprio colpo di Stato sia stata esclusa, forse perché molti repubblicani d’alto rango, nel frattempo, hanno riconosciuto la vittoria dei democratici.

E’ accaduto, infatti, che il 14 dicembre il collegio dei grandi elettori abbia confermato la nomina di Joe Biden alla Presidenza e Kamala D. Harris come sua vice con 306 voti contro 232: poche ore dopo il Senatore del Kentucky Mitch McConnel, potente capo della maggioranza al Senato, repubblicano di ferro, si è pubblicamente congratulato con la coppia vincente, aggiungendo d’aver suggerito ai suoi colleghi di gruppo di non sollevare obiezioni il 6 gennaio 2021, quando il Congresso, in seduta comune, dovrebbe ratificare l’elezione dei due democratici.

Tutto a posto, allora?

Nemmen per sogno, perché Trump sta cercando in tutti i modi d’ostacolare il lavoro dell’amministrazione entrante e comunque ha inoltrato nuovi ricorsi alla Corte suprema.

E’ addirittura circolata la notizia secondo la quale il 20 gennaio 2021, il Presidente non abbandonerà la Casa Bianca e si autoproclamerà unico legittimo, Capo di Stato, pronunciando la formula di giuramento in pubblico davanti a suoi supporter.

Ciò accadrebbe nello stesso momento in cui Biden ed Harris si dichiareranno fedeli alla Costituzione davanti al capo della Corte suprema.

Come si vede, dunque, la vicenda è lungi dall’esser conclusa: da un lato, secondo l’anziano pastore evangelico Pat Robertson, in passato in corsa per la nomination repubblicana alla Casa Bianca «Trump vive in una realtà parallela», dall’altro, diversi commentatori sostengono che il Presidente abbia il terrore di divenire un “looser”, un perdente e ciò contrasta con la filosofia che l’ha guidato per tutta la vita, essere un “winner”, un vincente. Del resto una volta disse: «alla fine io vinco sempre».

Qualche commentatore fa un’analisi più politica, ritenendo che ciò che motiva il comportamento del Presidente sia il raggiungimento d’una serie d’obiettivi più a lungo termine: Trump e i suoi fedelissimi vorrebbero imporre, anche per i prossimi anni, la propria agenda programmatica al Partito Repubblicano.

Già dagli anni 70, questa formazione ha conosciuto una profonda trasformazione antropologica,divenendo gradualmente il punto di riferimento d’una più ampia coalizione di forze sociali, economiche, religiose dichiaratamente reazionarie, anche con forti tinte estremiste.

Ciò ha ridotto al minimo gli spazi per intese bipartisan.

L’obiettivo a breve sono ovviamente le presidenziali del 2024: in quell’occasione i repubblicani “trumpizzati” contano di riprendersi il potere, scommettendo sull’insoddisfazione che proveranno coloro che oggi han votato per biden sperando in un profondo cambiamento della società che, dati gli equilibri fragili maturati nelle parallele elezioni congressuali, difficilmente si verificheranno.

Più a lungo termine, essi sperano d’imprimere il loro marchio sull’america per i prossimi decenni: spetta alla coalizione di forze che ha portato biden a vincere di misura stavolta, evitare che questo progetto strategico fallisca.

Purtroppo, il mondo progressista americano è affetto, come quello europeo dal male della litigiosità: è in grado d’unirsi al momento del voto, ma si divide nel momento in cui deve governare.

La grande mobilitazione popolare che ha portato la coppia Biden-Harris alla Casa bianca, oltre 82 milioni di voti contro i i 74 milioni della lista Trump-Pence, non può dissolversi nella reconquista repubblicana che porterebbe al potere un’america isolazionista, intollerante, antidemocratica, religiosamente integralista e crudamente neoliberista.

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LA PARTITA DELLA GEORGIA.

Per i repubblicani però l’interesse si sposta ora sul doppio ballottaggio senatoriale in programma in Georgia il 5 gennaio 2021: in quella data gli elettori di questo Stato, di solida fede repubblicana, dovranno eleggere i loro due senatori dal momento che a novembre nessun candidato ha superato la maggioranza assoluta.

sulla carta non dovrebbe esser difficile per i due incumbents aggiudicarsi il seggio, ma ultimamente i democratici hanno riportato importanti successi elettorali nello Stato e non sono del tutto escluse sorprese.

Attualmente al Senato i repubblcani dispongono di 50 seggi contro 48 dei democratici: occorre ricordare che sarà proprio la camera alta a valutare ed eventualmente avallare le nomine che Biden farà per determinare i componenti della sua amministrazione.

Se il 5 gennaio, a sorpresa i democratici dovessero aggiudicarsi ambedue i seggi in palio, al Senato i rapporti di forza saranno 50-50, con la possibilità che, col proprio voto la vice presidente Harris, presidente di diritto del Senato, li faccia prevalere. Se invece i repubblicani dovessero, come si presume, vincere, per la nuova amministrazione si aprirebbe un grosso problema, perché i progetti di legge proposti dalla Casa Bianca avrebbero grosse difficoltà a passare, a meno che non siano bipartisan.

In più, fra due anni vi saranno le elezioni di medio termine: di solito il partito che controlla la presidenza subisce un tracollo in entrambe le camere del Congresso sia perché votano molti meno elettori, cosa che avvantaggia notevolmente i repubblicani, sia perché gli eventuali delusi del Presidente in carica colgono l’occasione per dargli una lezione.

Se la circostanza sopraindicata si verificherà, come accaduto in passato, per il Presidente e la sua amministrazione la seconda parte del quadriennio sarà molto amara.

PIER LUIGI GIACOMONI