SINGAPORE. UNA MALESE ALLA PRESIDENZA
(16 Settembre 2017)

SINGAPORE. Halimah Yacob è la nuova Presidente della Repubblica di Singapore .

L’evento ha fatto notizia sulla stampa internazionale per almeno tre buone ragioni:
1. Halimah è una donna, in una società dominata dai maschi;
2. è d’origini malesi, in un Paese prevalentemente cinese;
3. è giunta alla Presidenza senza opposizioni.

Il partito al potere ha scelto lei in virtù soprattutto del suo recente passato: fino alla fine d’agosto era la

Speaker della Camera e dava migliori garanzie degli altri pretendenti: due uomini d’affari, esclusi dalla corsa

dalla commissione governativa, investita dell’onere di verificare i requisiti dei possibili aspiranti.

I due, infatti, erano proprietari di due società con un capitale sociale inferiore ai 500 milioni di dollari

singaporesi: una motivazione sufficiente ad escluderli dalla corsa, secondo quanto stabilito da una norma

recentemente introdotta dal Governo.

Per Halimah questa regola non è stata applicata in virtù dell’incarico pubblico precedentemente ricoperto.

Il nuovo Capo dello Stato succede a Tony Tan, il cui mandato era spirato lo scorso 31 agosto.
***
Inclusione delle minoranze etniche. La scelta di eleggere Halimah sembra obbedire alla duplice necessità di

singapore di migliorare i propri rapporti con la vicina Malesia e reinserire le minoranze etniche nella cogestione

dello Stato.

Singapore, infatti, da un lato è un’isola che fa da appendice alla penisola di Malacca: la separazione compiutasi

nel 1965 tra i due territori ha consegnato ai Malesi la maggioranza nella Federazione con capitale Kuala Lumpur, ma

ha fatto della città-Stato una piccola Cina.

Tra le due etnie le differenze sono numerose: i Malesi sono musulmani i Cinesi no, per esempio.

Tuttavia, il prorompente sviluppo economico che ha investito i due Stati ed il ruolo che giocano nella comunità

degli affari, impone un riavvicinamento.

Di qui la necessità di superare antiche ruggini e gettare ponti di dialogo.

Nell’arcipelago, poi vivono 5,8 milioni di persone, prevalentemente cinesi (76%), ma vi sono anche robuste

minoranze di Malesi (15%), Indiani (7%) ed europei.

Per decenni queste minoranze sono state emarginate, ma ora il Governo vuole includerle nell’area del potere:

perciò, nel novembre scorso, il Parlamento, dominato dal PAP, ha emendato la Costituzione, decretando che, di volta

in volta, il Presidente della Repubblica deve provenire da uno dei diversi gruppi etnici del Paese.

Ora tocca ai Malesi, fra cinque anni potrebbe esser la volta d’un indiano: l’obiettivo non dichiarato è anche

quello di rimuovere possibili motivi di contrasto interetnico, anche se l’isola-Stato rimane prevalentemente cinese

e la lingua più parlata è il mandarino.
***
L’assetto istituzionale. La città-Stato è una repubblica parlamentare: ogni cinque anni circa gli elettori vengono

convocati alle urne per designare un Parlamento unicamerale e di riflesso il Governo.

Il Presidente della Repubblica, eletto per un lustro dalla camera, ha un ruolo puramente rappresentativo: tuttavia,

almeno in teoria, ha poteri di veto sulla nomina delle alte cariche dello Stato e sovrintende alla gestione del

fondo sovrano Temasek, che dispone d’un portafoglio di 276 miliardi di dollari singaporesi.

Si tratta d’una società d’investimenti di proprietà governativa, che gestisce i surplus valutari dello Stato e ne

detiene le riserve.

Fondata nel 1974, agisce principalmente in Asia, ma di recente ha esteso i suoi interessi anche in Europa ed

America: tant’è vero che nell’aprile 2015, il Ministro italiano dell’economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan ha

effettuato, alla testa d’una delegazione ufficiale, una visita nella città-Stato, dopo che roma l’aveva cancellata

dalla Lista nera dei Paradisi fiscali.

Obiettivo del Tesoro era quello di convincere Temasek ad investire in Italia più di quanto avesse fatto in passato:

nel 2013, il fondo aveva acquisito partecipazioni in fiat, Benetton, Bulgari e pareva interessata ad entrare nel

capitale della società Aeroporti di Roma.
***
La storia del Paese. Singapore è – come dice Tiziano Terzani – «l’invenzione di una sola persona: Lee Kuan Yew, un
personaggio di grande intelligenza, di grande arroganza, grandi
ambizioni e nessuno scrupolo. Lee Kuan Yew prese le redini di
Singapore nel 1959, le tenne quando la repubblica uscì dalla
Federazione Malese nel 1965 e le ha conservate da allora fino al
1990, quando si ritirò da primo ministro per rimanere «membro
anziano» del governo e con ciò ancora l’ultima istanza di tutte le decisioni che riguardano questo posto.
E’ lui che ha trasformato questo porto sull’equatore in un centro
di modernità, lui che ha rimodellato la città, manipolato il suo
clima, rifatto i suoi abitanti; lui che ha messo in piedi
l’amministrazione più efficiente e meno corrotta di tutti gli Stati
asiatici, pagando i funzionari come dirigenti d’industria; è lui che
ha stabilito un sistema di educazione fra i più avanzati dell’Asia e
in cui i professori ricevono stipendi fra i più alti nel mondo. Non
c’è dubbio che il suo è stato un esperimento di grande successo.
Il prezzo? Una città senza vita, un popolo banale, e la dittatura.
Benché il sistema politico abbia le apparenze di una democrazia, con
dei partiti, un Parlamento e delle elezioni, Lee Kuan Yew non ha
lasciato mai a nessuno il minimo dubbio che il potere era suo e tale
sarebbe rimasto. Si è servito di tutti gli alleati possibili. Poi, a
uno a uno, li ha distrutti appena minacciavano di diventare dei
rivali. Quanto agli oppositori, nessuno ha mai avuto la benché minima
possibilità di sfidare il suo potere. Come ogni dittatore ha
soffocato sul nascere ogni voce di dissenso, ha preso il controllo di
ogni organo di informazione, ha cercato di riscrivere la storia e di
far dimenticare il passato.»

Lee è morto nel 2015, suo figlio è attualmente Primo Ministro e controlla saldamente Governo e Parlamento.

Il modello di “democrazia controllata” creato dal padre, sembra oggi godere d’un largo consenso: sorprendentemente

nelle elezioni generali del 12 Settembre 2015, le prime tenutesi dopo la scomparsa del padrone di singapore, il PAP

(People’s Action Party) ha conseguito una vittoria schiacciante.

Nessuna nube, dunque, oscura l’orizzonte di questa piccola nazione asiatica che ospita una delle piazze finanziarie

più importanti del globo e che ha il secondo porto più importante dell’asia?

La più grande inquietudine è il futuro della dinastia al potere.

Lee Kuan Yew ha voluto, molto prima d’uscire definitivamente di scena, che il figlio Lee Hsien Long, divenisse

Primo Ministro.

Questi «prima di entrare in politica, ha fatto una folgorante carriera nell’esercito, diventando
generale – racconta ancora Terzani.
«Anche questo non crea particolari risentimenti fra i docili cittadini di Singapore. Nella società cinese la

famiglia è al centro di tutto e, se un uomo può lasciare al figlio il suo negozio, perché
un altro non può lasciargli uno Stato? E’ così che le dinastie
crescono… e crollano!
La dinastia di Singapore non pare infatti destinata a durare a lungo. Anche nella storia di grande successo di

Lee Kuan Yew c’è qualcosa di misterioso e di inquietante in cui gli asiatici non
possono che vedere la mano del destino: il primo nipote maschio,
figlio del generale, è nato albino, la madre, una dottoressa, si è
uccisa e l’erede stesso di Lee Kuan Yew, il figlio generale, è stato
colpito da una gravissima forma di cancro, mentre l’altro figlio,
anche lui nell’esercito, soffre di ricorrenti depressioni. L’uomo che
ha previsto tutto non ha potuto programmare la sorte.»

Forse è proprio per questo che a singapore hanno pensato di superare gli antichi rancori tra Cinesi e Malesi, in

vista magari d’un’ulteriore successione al potere nel tentativo di cambiare tutto per non cambiar nulla.

PIER LUIGI GIACOMONI