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SCHEMA D’INTERVENTO

Marzo 25, 2017 • Pierluigi Giacomoni

SCHEMA D’INTERVENTO
(26 Marzo 2017)

Il nuovo congresso nazionale del PD è l’occasione giusta per fare il punto della situazione.

Quattro anni fa, quando ci fu il congresso precedente, eravamo nel pieno d’una duplice crisi: economica e politica.
Sul piano economico, l’Italia, insieme agli altri paesi periferici dell’UE, aveva subìto i contraccolpi della crisi
globale, esplosa tra il 2008 ed il 2009. Tale evento aveva provocato una contrazione del PIL dell’8% e molte delle
nostre debolezze strutturali erano state messe a nudo.

Sul piano politico, le elezioni politiche di quell’anno avevano dato un risultato interlocutorio che aveva imposto
la formazione d’un governo di “larghe intese”. Quell’esecutivo dimostrò presto la propria inconcludenza perché
troppo divergenti erano gli obiettivi dei partiti che ne facevano parte.

Quando renzi divenne segretario del PD o si andava alle elezioni politiche o si cercava d’allungare la vita d’una
legislatura che pareva morta.

Renzi, perciò, divenne Primo Ministro e tentò di realizzare un programma che allora pareva irrealizzabile.

A guardar oggi le cose retrospettivamente dobbiamo riconoscere che il lavoro fatto è stato enorme: Vediamolo
brevemente.

Dal 2014 al ’16 sono state approvate: La legge sul “dopo di noi”, quella sullo spreco alimentare, la legge
contro il caporalato, la legge sull’agricoltura sociale, gli investimenti nelle periferie, le unioni civili, le
risorse per le marginalità e le povertà, la legge sull’autismo, la legge sulla cooperazione internazionale e
quella sul Terzo settore.

E poi, parola di Filippo Taddei, il governo «ha aumentato gli ammortizzatori sociali e gli stabilizzati, ridotto
le tasse sul lavoro, introdotto il reddito di inclusione sociale.»

Tutte misure che dimostrano che il Governo aveva ed ha un’agenda di sinistra riformista.

Il PIL, nel frattempo, è tornato a crescere e, grazie al jobs act sono stati creati 700.000 nuovi posti di lavoro.
Con la riduzione dei tassi d’interesse ed il Quantitative Easing, introdotto dalla BCE, il nostro paese ha pagato
meno interessi sul proprio debito pubblico (-20 miliardi di euro all’anno) e grazie alla svalutazione dell’euro
rispetto al dollaro, passato in due anni da un cambio di 1,45 ad 1,07, le nostre esportazioni sono nettamente
aumentate, sia rispetto all’area euro che fuori. (come testimoniano dati pubblicati proprio in questi giorni).
Inoltre, il governo ha investito 3,5 miliardi di euro nella scuola, creando, tra l’altro quell’organico funzionale
che i sindacati chiedevano da trent’anni.

Se questo è il bilancio del quadriennio che ci lasciamo alle spalle, dobbiamo ora programmare il futuro,
correggendo anche gli errori compiuti, sapendo però che:

1. le ricette tradizionali delle socialdemocrazie, che fecero miracoli nel trentennio d’oro 1945-75, oggi non sono
più applicabili, perché è cambiato profondamente l’assetto demografico del mondo sviluppato, per cui già oggi le
società occidentali hanno bisogno di robuste iniezioni di manodopera straniera per coprire i vuoti del nostro
oneroso sistema di welfare;

2. i mutamenti avvenuti nel mercato del lavoro in questi ultimi vent’anni sono anche un riflesso della
globalizzazione che ha fatto uscire dalla povertà oltre un miliardo di persone, ma che ha anche creato fenomeni di
concorrenza spietata tra Paesi di nuova e vecchia industrializzazione.

Di fronte a questi fenomeni che hanno dimensioni globali e da soli contribuiscono a ridimensionare la sovranità
degli Stati nazionali, noi dobbiamo immaginare il nostro futuro, puntando alla crescita, perché l’Italia,
nell’insieme dei Paesi di Eurolandia è quello che cresce meno e nel quale i consumi faticano a ripartire.

La mozione Renzi formula, a questo proposito, lo slogan “prendersi cura declinato in tre aree: della persona, del
territorio e del futuro.
***
Prendersi cura della persona.

«Prendersi cura della persona – si legge nella mozione – significa innanzitutto proteggere gli individui e le
famiglie dalle conseguenze negative della sorte avversa. Affrontare il bisogno per far fiorire le capacità, il
merito, sapendo che sotto c’è una rete di sicurezza. Il welfare non deve risarcire, deve sostenere la persona, il
rischio, la sua voglia di mettersi in gioco. Protetti dal welfare state, si può osare di più.»

Secondo me, quest’espressione vuol però anche dire superare l’individualismo che ha fatto breccia in tutti noi e
che ci ha spinti a guardare principalmente al nostro “particulare” (F. Guicciardini): tale tendenza è ormai così
radicata che quasi quasi non ce n’accorgiamo neanche.

Eppure chi amministra s’accorge che è sempre più difficile metter in evidenza il bene comune di fronte alle mille
rivendicazioni, ai mille veti, ai mille “non nel mio giardino”.

E’ invece anche compito nostro rieducare e rieducarci alla solidarietà, alla vicinanza al prossimo, all’empatia
verso l’altro, ma anche al senso della comunità e dello stato ed al rispetto delle regole comuni che ci siamo dati
e che ci garantiscono tutti dai soprusi dei prepotenti e sono la base di ciò che chiamiamo diritti.
***
Prendersi cura del territorio.

«La qualità dell’ambiente e del paesaggio – scrive Renzi – sono sempre più parte essenziale della nostra identità e
della nostra idea di benessere. Abbiamo un territorio bellissimo, ma fragile.» La sua cura «riguarda l’idea di
solidarietà, di comunità e di sviluppo che sapremo costruire.»

La nostra idea di cura del territorio deve coniugare – aggiungo io – la prevenzione del dissesto idrogeologico, la
messa in sicurezza delle aree sismiche, la riqualificazione energetica degli edifici esistenti, la riduzione del
consumo di suolo e la bonifica di quello inquinato. In questo senso, però, dobbiamo anche prendere decisamente le
distanze da un ambientalismo di maniera per cui in pratica, non si devono più costruire infrastrutture perché
quanto esiste è già oggi più che sufficiente: né autostrade, né ampliamenti della tangenziale, né antenne
telefoniche, né gasdotti, niente di niente.
***

Prendersi cura del futuro.

«Cura del futuro – si legge ancora nella mozione – significa avere la priorità della crescita economica nell’azione
di governo, perché la crescita non ha a che fare solo con economia e beni materiali ma anche con la voglia di
vivere, con progetti individuali e collettivi che si realizzano, con lo sguardo fiducioso nel domani. Puntare alla
crescita è importante anche per la cura delle persone e dei loro desideri, la cura della “passione che fa crescere
un progetto” ma anche la consapevolezza che le risorse necessarie a supportare le istituzioni della vita pubblica –
scuole, ospedali, tribunali – vengono dal valore aggiunto del settore privato. Le azioni per la crescita in Italia
devono tenere in uguale considerazione le eccellenze di alcune aree del Paese con la debolezza e le grandi
potenzialità di altre. Bisogna partire da un “riformismo permanente”, una costante azione di semplificazione e
revisione amministrativa che partendo dalle riforme degli ultimi quattro anni, con un lavoro costante, settore per
settore, regione per regione, ponga al centro le condizioni di lavoro e di competitività delle imprese italiane.»

Accanto a questi principi dobbiamo proseguire nell’aggiornamento tecnologico, per esempio della Pubblica
amministrazione dove ci sono ancora grosse sacche di resistenza verso le nuove tecnologie, una maggiore interazione
tra scuola e mondo del lavoro, in veloce trasformazione, piani di recupero delle periferie urbane, superamento
della marginalità, superamento delle corporazioni, come gli ordini professionali che sono un retaggio del
corporativismo fascista.

Il conflitto in atto nel mondo occidentale non è tanto tra neoliberismo o neostatalismo, tra John Keynes e Milton
Friedman, ma tra chi è per una società aperta che crea opportunità e valorizza il merito ed una società chiusa in
se stessa, coi confini sbarrati, in perenne ansia verso tutte le possibili minacce.

Non so se ci avete fatto caso, ma a gennaio mentre Donald Trump e theresa May tessevano le lodi del protezionismo e
dell’isolazionismo, il Presidente cinese Xi Jin-Ping, comunista, esaltava in un discorso a Davos le virtù del
libero mercato.

Il mondo oggi si è come rovesciato: la destra si batte per la chiusura delle frontiere e pone le basi per future
guerre commerciali, la sinistra è divenuta liberista, almeno in economia.
***
Forma partito e ruolo del segretario.

Dette tutte queste cose è importante secondo me dirsi anche che tipo di PD vogliamo.

Vedo in giro molta nostalgia d’un partito che non c’è più, un partito compatto ed unito dietro il suo gruppo
dirigente. A parte il fatto che alcuni di coloro che discendono da quel tipo di partito non hanno mai accettato il
risultato del congresso del 2013 e si sono sistematicamente battuti, anche in modo pregiudiziale nei riguardi di
Renzi e della sua leadership, quel modello di partito non esiste più ed è anacronistico.

Come dice la mozione, abbiamo bisogno d’un partito “pensante”, d’un partito che sviluppi pensiero, idee e proposte
per il tempo in cui viviamo, non qualcosa che volge il collo all’indietro e rimpiange il passato.

Quanto al ruolo del segretario, sinceramente non capisco perché non dovrebbe essere candidato primo ministro e, se
designato, capo del governo.

In tutta Europa i leader dei maggiori partiti della famiglia socialista sono candidati premier nei loro Paesi: in
Germania, Martin Schulz, nuovo Presidente dell’SPD, è candidato alla Cancelleria federale, il futuro segretario del
PSOE sarà candidato alla presidenza del governo spagnolo, Jeremy Corbyn è oggi leader del partito laburista
britannico ed in futuro sarà avversario di theresa May nelle elezioni generali del 2020.

Il vero problema che la famiglia socialista ha al giorno d’oggi è il suo declino: non so se avete notato, ad
esempio, che nelle recenti elezioni olandesi il partito laburista è passato da 38 a 9 seggi ottenendo un modesto
6%. IN Francia, i socialisti sono accreditati d’un modesto 10% e rischiano di non partecipare alla corsa
presidenziale. Gli stessi socialisti spagnoli, in questo momento laceratissimi al loro interno, sono in caduta
libera.

Come evitare d’entrare anche noi in questo declino? A mio parere dobbiamo aprire il partito, coinvolgere gente
nuova, immaginare nuove forme d’incontro, superando ritualità che non paiono più adeguate ai tempi.

A me pare, in conclusione, che Renzi oggi sia l’unico, tra i candidati in corsa, ad offrire ai democratici ed agli
italiani qualcosa di veramente nuovo che aspettavamo da anni.

PIER LUIGI GIACOMONI

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