QUALI SCENARI POLITICI PER LA SPAGNA
(11 gennaio 2016)

MADRID. Questa settimana riapre i suoi battenti il Parlamento dell’XI Legislatura della Spagna democratica.

Il 13 gennaio, infatti, il Congresso dei Deputati (350 seggi) ed il Senato (266 seggi) si riuniranno per la prima volta, dopo le elezioni del 20 dicembre 2015 e dovranno eleggere i rispettivi Presidenti.

Al Senato, dove il PP ha conseguito la maggioranza assoluta, il Presidente sarà, quasi certamente, un popolare; alla Camera è incerto che cosa accadrà perché il PP rivendica la presidenza, ma PSOE , Podemos ed altri non sembrano disposti a concedergliela.

Potrebbe, allora, emergere in maniera embrionale una nuova maggioranza parlamentare comprendente un arcobaleno di forze, assolutamente inedita per la Spagna postfranchista.

Per questo motivo, Venerdì 8 gennaio, il primo segretario del PSOE Pedro Sánchez si è recato a Lisbona, per un colloquio di circa un’ora col suo collega portoghese Antonio Costa, che da novembre presiede un governo socialista di minoranza, appoggiato dall’esterno dall’estrema sinistra.

Curiose somiglianze. I due leader socialisti iberici vivono una comune sorte:
– sono diventati segretari dei rispettivi partiti nel 2014, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro: a luglio è stato eletto Sánchez, a novembre, Costa);
– entrambi hanno “perso” le elezioni con circa sei punti percentuali di svantaggio rispetto al centro-destra;
– ambedue sono incalzati dall’avanzata di formazioni politiche d’estrema sinistra;
– tutt’e due devono rinverdire le tradizioni progressiste dei loro partiti, sottraendosi dall’accusa d’esser la controfigura delle analoghe formazioni politiche di centro-destra e di condividerne le strategie socioeconomiche; inoltre devono rinnovare un apparato di politici di mestiere che, talvolta, han mescolato la politica con gli affari, il clientelismo e la corruzione.
– devono, infine, riguadagnare il consenso delle classi popolari più depauperate dalla crisi che ha fatto crescere nei due Paesi, la disoccupazione, l’emigrazione e la povertà.

In Portogallo. A Lisbona l’alternativa si è concretizzata in novembre:
* prima di tutto, il 10 Novembre 2015, l’Assemblea della Repubblica, con 123 voti contro 107 si è rifiutata di concedere la fiducia al governo di Pedro Passos Coelho, formato dal PSD e dal CDS-PP;
* poi, un protocollo di intesa è stato firmato dai segretari del PSP, PCP, BDE ed altre formazioni, per cui Il Presidente della Repubblica Aníbal Cavaco Silva, molto malvolentieri, ha dovuto consentire la formazione e l’insediamento del Governo presieduto da antonio Costa.
Nel programma del nuovo Governo portoghese, come punti qualificanti, sono previsti l’aumento di pensioni e salari, la diminuzione dell’Iva, la ridefinizione delle aliquote fiscali in senso più progressivo e meno favorevole alle classi agiate.

Sul nuovo esecutivo in carica pesano, tuttavia, molte incertezze:
– prima di tutto la scarsa coesione della coalizione: i socialisti sono per la permanenza del Portogallo nell’UE e per una rinegoziazione degli accordi che il paese ha sottoscritto con Bruxelles, prevedendo perciò una dilazione del pagamento dei debiti ed un ammorbidimento delle misure d’austerità fin qui imposte; l’estrema sinistra vorrebbe invece, puramente e semplicemente, che il Portogallo abbandoni la politica d’austerità ed accresca la spesa pubblica, creando nuovo debito;
– poi, vi è l’esito delle incombenti elezioni presidenziali: il 24 Gennaio prossimo gli elettori saranno chiamati a designare il nuovo Capo dello Stato ed i sondaggi danno per favorito il candidato del centro-destra.
Una volta insediato, il nuovo Presidente potrebbe revocare il mandato a costa e provocare uno scioglimento anticipato del Parlamento.

In Spagna. Altrettanto complessa si presenta la situazione in Spagna.

Innanzitutto, Domenica 10 Gennaio, è stata risolta la lunga crisi politica in Catalogna.
Il Parlamento di Barcellona con 70 voti contro 63 ha eletto Carles Puigdemont nuovo Presidente della Generalitát, ossia del Governo regionale.

Puigdemont, che fa parte della coalizione Junts Pal Sí (Insieme per il sì) ha presentato all’Assemblea un programma dichiaratamente secessionista e finalizzato all’uscita della Catalogna dallo stato spagnolo entro 18 mesi.

La notizia è buona per la Catalogna, pessima per la Spagna.

Da un lato, la regione riavrà presto un nuovo governo, dopo mesi di ordinaria amministrazione, dall’altro, Madrid si troverà di fronte un esecutivo dichiaratamente “soberanista”.

Sul piano nazionale, il Presidente del Governo uscente, Mariano Rajoy sta tentando d’aggregare una maggioranza parlamentare che gli consenta d’ottenere dal Congresso la rielezione nella carica.

Difatti, pur avendo “vinto” le elezioni, non dispone della maggioranza assoluta e quindi deve fare accordi con altre forze politiche.

Per questo sta tentando in tutti i modi d’allearsi col PSOE per formare una “grande coalizione” alla tedesca, in nome della “stabilità” e della “governabilità”, e dell’integrità della spagna.

Sánchez, però, ha fin qui rifiutato le avances del Primo Ministro, perché sa che la “stabilità” di Rajoy è precisamente ciò contro cui si è espresso in maggioranza l’elettorato spagnolo, decretando la fine del bipartitismo PP-PSOE e premiando le nuove aggregazioni politiche, come Podemos e Ciudadanos.

Inoltre, sa che il PSOE rischierebbe il suicidio politico se entrasse in un governo guidato dal PP.

Per questo, alla fine del breve colloquio col premier portoghese, pedro Sánchez ha confermato che “il PSOE dirà sì ad un governo che mobiliti tutte le forze progressiste” ed ha aggiunto che il risultato delle elezioni generali del 20 dicembre “impone un periodo di dialogo, di accordo e di consenso che può terminare come in Portogallo, ossia con un’alleanza di forze progressiste che chiuda il passo alla destra e sia il riflesso fedele del risultato delle urne.”

Su Sánchez, tuttavia, pesano due incertezze:
– la posizione dei presidenti delle regioni a guida socialista, tutti, senza eccezione, favorevoli al governo delle “larghe intese”;
– l’esito dell’ormai prossimo 39° Congresso nazionale del PSOE dove verranno a galla i contrasti che finora han serpeggiato, sotterranei, all’interno del partito.

Podemos. Non vi è alcun dubbio che il principale interlocutore per la costruzione d’una coalizione progressista sia Podemos. Lo schieramento capeggiato da Pablo Iglesias, passato in poco più di un anno, da movimento di piazza a terzo partito di Spagna, si compone di diverse anime e non è ancora chiaro se preferisca assumersi direttamente responsabilità di governo, oppure appoggiare criticamente dall’esterno un eventuale esecutivo socialista.
Nella notte delle elezioni, Iglesias ha posto all’ordine del giorno una serie di temi, – referendum per l’autodeterminazione della Catalogna, referendum per la revocabilità dei mandati parlamentari e governativi, nuova legge elettorale proporzionale, riforma radicale della Costituzione del 1978, in modo da riconoscere che la Spagna è un Paese plurinazionale – che potrebbero risultar indigesti ai socialisti e sbarrar il passo ad una coalizione organica di governo.
In più, i suoi 69 seggi non sono sufficienti ad assicurare a Sánchez l’elezione alla Moncloa e la durabilità del governo.

Al di là dei numeri, obiettivamente incerti, il vero punto dolente, come si è detto, è la questione dell’unità e integrità nazionale a cui il PSOE non vuole rinunciare, ma che è messa in discussione dai vari movimenti autonomisti, o addirittura separatisti, con alcuni dei quali Podemos ha stretto accordi che stanno alla base del suo successo elettorale. In particolare in Catalogna, dove Iglesias tiene ferma la posizione a favore di un referendum che permetta ai catalani di decidere del proprio futuro.

Vi è anche, ed è cosa che potrebbe alla lunga giocare un ruolo decisivo per giungere ad una soluzione della più intricata crisi di governo della restaurazione della democrazia, la pesante situazione socioeconomica:
Nonostante importanti segnali di ripresa, nel Paese è ancora alto il numero dei disoccupati, molti han perso la casa, a causa del mancato pagamento dei mutui e molti giovani emigrano all’estero in cerca d’un lavoro.

Le prove generali di una possibile coalizione anti-PP si vedranno all’opera mercoledì quando si tratterà d’eleggere il Presidente del Congresso: se il candidato socialista Patxi López, ex presidente del governo regionale dei Paesi baschi, dovesse farcela, magari al secondo turno, possono aprirsi delle prospettive interessanti, altrimenti sarà chiaro che l’unica via d’uscita a questa situazione sarà il ricorso a nuove elezioni tra aprile e maggio.

Seguiremo da vicino quanto sta accadendo in spagna e Portogallo perché negli eventi di questi Paesi, così vicini culturalmente e linguisticamente al nostro, si rispecchiano incertezze ed inquietudini che han pervaso e possono tuttora interessare la società e la politica italiana.

PIERLUIGI GIACOMONI