POMMES DE TERRE O PATATE LESSE?
(23 Marzo 2017)

Quand’ero studente ed andavo a mangiare alla mensa universitaria mi capitò il seguente simpatico aneddoto.

Mentr’ero in fila qualcuno mi lesse il menù: per i contorni venivano offerte le pommes de terre à la parisienne.

Cos’erano? Patate lesse!

Perché, vi domanderete, i gestori usarono l’espressione francese invece che quella italiana?

E’ ovvio! per stuzzicare la golosità dello studente, facendogli credere che, per una volta, alla mensa
universitaria, invece della solita zuppa, gli si offriva un manicaretto proveniente direttamente da Chez Maxime.

Insomma, volevano indorare la pillola. In fin dei conti ce l’ha insegnato Pirandello: non esiste una realtà reale,
esiste ciò che noi crediamo che esista ed ognuno di noi ha una percezione diversa della realtà.

Se io credo di star mangiando un piatto della cucina francese, anche se si tratta di patate lesse codnite con olio,
a me sembra, in quel momento, di gustare un manicaretto sopraffino.

Ecco, perché, oggi, dappertutto, si usano un sacco di anglicismi: per camuffare la realtà, renderla meno greve,
meno grigia.

Allora, invece di parlare di tagli alla spesa sociale,si usa il termine “spendign revew”;
invece di parlare di divario tra i tassi d’interesse sui titoli di stato italiani con quelli tedeschi, preferiamo
parlare di “spread”; invece di parlare del fallimento d’una banca, con conseguente impoverimento dei correntisti e
dei risparmiatori, usiamo l’espressione “bail-in”, perché ci sembra più soffice, come un cuscino d’erba;

Insomma, usar l’inglese è più figo, più moderno, più dinamico: una volta si sarebbe detto, quando il francese era
più in voga d’adesso, “à la page”.

Badate, non voglio essere né il solito provinciale che ce l’ha con l’inglese, né il purista d’epoca fascista che
impose espressioni come “rete”, invece che “gol” e “calcio d’angolo”, piuttosto che “corner”.

A me le lingue straniere piacciono tutte, ma proprio tutte, specialmente quelle che ignoro e mi affascinano molto i
poliglotti.

In più, battersi per un’astratto ritorno alla purezza della lingua italiana, espellendo tutti i prestiti che ci
giungono dall’estero, mi pare tempo perso.

Però, credo che quest’uso ormai dilagante di anglicismi sia la manifestazione d’un complesso d’inferiorità che noi
italiani ci portiamo dietro, come se esser nati e cresciuti qui sia una stigmata,un’onta, un marchio a fuoco.

In più, chi usa gli anglicismi, questa a volte è l’impressione, sembra che voglia non farsi capire, voglia
circondare con un alone di mistero e d’esotismo ciò che ci sta comunicando.

Se desideriamo mangiare cibi a chilometro zero, prodotti nella fattoria sotto casa, dobbiamo, con altrettanta
energia, ripudiare gli anglicismi inutili ed esprimerci col lessico che la nostra ricchissima lingua ci mette a
disposizione.

e poi, magari, imparare tante lingue straniere da impiegare quand’andiamo a trovare i nostri amici all’estero.

PIER LUIGI GIACOMONI