PERU’ AL VOTO
(5 giugno 2016).

LIMA. Oggi il Perù va al ballottaggio per eleggere il nuovo presidente della Repubblica.

Il voto del 10 aprile scorso, infatti, non fu risolutivo: nessuno dei candidati in corsa conquistò la maggioranza assoluta.

La più votata fu Keiko Fujimori, figlia di Alberto Fujimori, detto El Chino (il cinese), che dal 1990 al 2000 governò il Paese col pugno di ferro, seguita da Pedro Pablo Kuczynski, economista liberale.

Gli avversari di Keiko sostengono che se assumesse la Presidenza, farebbe scarcerare il padre, che attualmente sconta una pena di 25 anni di reclusione per le gravi violazioni dei diritti umani commesse negli anni del suo fosco regime.

I detrattori di Kuczynski affermano che se diventasse Presidente adotterebbe le classiche ricette economiche neoliberiste, care al Fondo Monetario Internazionale ed alla Banca Mondiale che finiscono quasi sempre per approfondire il fossato tra ricchi e poveri.

Secondo gli ultimi sondaggi, si prospetta un testa a testa tra i due candidati,
con Kuczynski, che ha ricevuto l’appoggio dell’esponente di sinistra Veronika Mendoza, terza al primo turno.

In un contesto così difficile da capire per noi che ci troviamo in una realtà così lontana, può esser interessante legger quest’intervista che Maurizio Chierici, già corrispondente del Corriere della Sera dall’America Latina, ha concesso alla radio Vaticana.
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R. – E’ un enigma, perché sono due Perù che votano, anche molto diversi fra loro. Esiste un Perù che è povero e che tutti noi vediamo: 10 milioni di abitanti senza acqua, senza un lavoro fisso (e un Perù più benestante). Ma esistono anche due Perù che sono divisi anche fra città e campagna; ed esistono, poi,
due candidati – Pedro Pablo Kuczynski e Keiko Fujimori – che hanno due storie molto diverse. La scelta dipenderà anche da quale storia convincerà la gente.
La storia di Keiko è la storia della figlia di Fujimori, il dittatore, che ha fatto un colpo di Stato per allungare per sempre la sua presidenza, cambiando
la Costituzione; Kuczynski ha, invece, un profilo molto diverso, è un ex banchiere, ha rapporti culturali con l’Europa ed è cugino del grande regista Jean-Luc
Godard.

D. – Qual è l’idea di Perù che hanno i due candidati?

R. – La Fujimori ha puntato proprio sugli ultimi: marcia sulle città partendo dalle campagne. Kuczynski promette, invece, di estendere il modello delle
città alle campagne. La Keiko, come il padre, ha una radice popolare, populista molto evidente; Kuczynski può raccogliere il voto prima di tutto della
classe media, cittadina, degli intellettuali e degli arrabbiati.

D. – Qual è lo stato di salute della democrazia in Perù?

R. – Lo stato di salute della democrazia in Perù risente del dopo-Fujimori e del dopo-Toledo: tutto si disgrega nelle abitudini del Paese, nel servilismo
dei giornali, di quella “stampa amarilla” inventata da Fujimori, la stampa dei pettegolezzi, per distruggere senza motivi politici tutti gli avversari
che si affacciavano. Esiste una diffidenza della popolazione verso l’informazione della stampa. Il Paese, in un certo senso, è migliorato: esistono meno
immigrazioni, che una volta erano selvagge anche verso l’Europa, anche in Italia. Le città, le periferie, le campagne: è questo che sta diventando ancora
il Paese.

D. – Abbiamo detto che la situazione economica del Perù è migliorata negli ultimi anni, però rimangono ancora alcuni punti critici: penso – per esempio
– al grande numero di bambini lavoratori, che è il numero più alto in tutto il mondo…

R. – E’ vero! Le scuole vengono abbandonate subito e diventano bambini lavoratori. Queste sono le promesse di Keiko Fujimori: promesse alle quali gli emarginati
credono, perché lei ha lavorato con loro e la campagna elettorale è partita tra di loro ed è poi marciata sulle città. Kuczynski, invece, non arriva alle
campagne: tanto è vero che ha limitato i suoi interventi pubblici, concentrandosi proprio nei centri in cui esistono industrie e dove esiste una cultura
più o meno europea.

D. – I vescovi del Perù hanno invitato le persone ad andare a votare. E’ legittimo aspettarsi una alta affluenza?

R. – Sarà una affluenza un po’ più alta delle altre volte, perché gli emarginati hanno trovato la loro eroina e gli intellettuali e la borghesia la speranza
di bloccare il ritorno di Fujimori.

PIER LUIGI GIACOMONI