Skip to Content

PAREGGIO ALLE ELEZIONI DI MIDTERM

Novembre 23, 2018 • Pierluigi Giacomoni

PAREGGIO ALLE ELEZIONI DI MIDTERM
(7 Dicembre 2018)

WASHINGTON. Pareggio alle elezioni di midterm: i democratici hanno conquistato la maggioranza della Camera bassa, mentre i reupubblicani hanno difeso quella che avevano al Senato.

Lo scrutinio, che si situa a metà del mandato presidenziale, di qui l’origine dell’espressione “midterm elections”, ha confermato la tradizione che vuole perdente il partito che appoggia il Capo dell’esecutivo a vantaggio di chi si trova all’opposizione: di fatto, comincia ora quella lunga e dura battaglia che porterà alle presidenziali del 2020, quando i “blu” cercheranno di sloggiare dalla Casa bianca Donald J. Trump.
***
I risultati delle congressuali. Per i democratici era fondamentale conseguire un successo per riscattare la bruciante sconfitta di due anni fa ed invertire una tendenza che li vedeva invariabilmente battuti nelle elezioni statali. Complessivamente, essi hanno progredito, anche grazie ad una crescita dell’affluenza alle urne, in modo da staccare i repubblicani di sette punti percentuali nel voto popolare.

Come stabilisce la Costituzione statunitense ogni due anni si deve rinnovare per intero la Camera dei Rappresentanti (435 seggi) ed un terzo dei senatori (35 membri su 100). Inoltre si sono rinnovati i posti di 36 Governatori di Stato e i legislativi locali, nonché numerose altre cariche. Parallelamente, in parecchi Stati si sono tenuti complessivamente 155 referendum su questioni d’interesse regionale.

Relativamente alle elezioni della  Camera dei Rappresentanti, i democratici hanno conquistato 234 mandati su 435 (+39 rispetto al 2016, mentre i Repubblicani ne avranno 201. In questo modo, dopo otto anni il partito dell’Asinello acquisirà da gennaio il controllo dell’assemblea. Eleggerà lo Speaker che fissa l’agenda dei lavori ed assumerà il controllo delle commissioni parlamentari, che hanno il compito di controllare l’esecutivo ed aprire inchieste sul lavoro dell’amministrazione.

I Repubblicani, dal canto loro, dovranno condurre battaglie per bloccare le iniziative degli avversari.

al Senato, invece, i “rossi” hanno migliorato le loro posizioni: da gennaio avranno una maggioranza di 6 seggi: disporranno, cioè, di 53 mandati contro 47 dei Democratici.

Questa situazione dovrebbe facilitare il compito del Presidente nel far passare le nomine che si accinge a compiere (nuovi ministro della giustizia ed ambasciatore USA all’ONU) e nel far ratificare i trattati internazionali, come la nuova versione del NAFTA che è stata redatta e firmata in questi giorni, mentre il diverso orientamento delle due Camere si ripercuoterà inevitabilmente sulle questioni interne e sulla spesa dove le divergenze tra i due schieramenti sono più profonde.

Ecco perché Nancy Pelosi, la candidata democratica al ruolo di speaker della Camera,la terza carica dello stato, ha invitato il Presidente e la sua amministrazione alla collaborazione: da esperta parlamentare sa che il diverso colore delle due assemblee potrebbe produrre una pericolosa paralisi istituzionale ed amministrativa, come già avvenuto in passato sull’approvazione della legge di bilancio con conseguente blocco dell’attività dell’amministrazione.

Il pareggio maturato in questa campagna elettorale, la più divisiva che si sia registrata negli ultimi anni, da un lato, costringe il Presidente Trump a negoziare col Congresso la maggior parte dei disegni di legge che vorrà far passare di qui al 2020, ma dall’altro, impedirà l’apertura d’una procedura d’impeachment, come sognavano alcuni radicali avversari di “the Donald”, perché difficilmente si troverà al Senato una maggioranza in grado di deporre il titolare della Casa Bianca. Tuttavia, rilancia le possibilità d’un successo di un candidato democratico alle presidenziali.
***
La situazione negli Stati. Per quanto riguarda i Governatori di Stato i repubblicani perdono 7 mandati ed avranno ora complessivamente 26 capi di Stato contro 23 dei democratici: completa il quadro un governatore indipendente.

I Dem si sono aggiudicati le “corse” nell’Illinois, lo stato di Chicago, il Michigan e nel Wisconsin, stati dove due anni fa Trump aveva conquistato il voto degli operai bianchi timorosi per gli effetti della globalizzazione.

I Rep hanno difeso di misura i posti di governatore della Georgia, della Florida e dell’Ohio.

L’esito delle elezioni statali potrebbe riflettersi sulle nazionali fra due anni perché spetta alle amministrazioni locali disegnare le circoscrizioni per la Camera dei Rappresentanti.

Si tratta del cosiddetto “gerrymandering”, il famigerato sistema che consente di disperdere il voto della parte avversaria, ridisegnando i collegi elettorali in maniera artificiosa. Pur essendo una pratica comune ad entrambi i partiti, i Repubblicani ne hanno abusato grazie al fatto che la maggioranza dei governatori apparteneva finora al loro schieramento.

Per questo le sette vittorie dei democratici nelle corse governatoriali sono tanto importanti. Nel 2020, quando i collegi verranno ridefiniti in base al nuovo censo, potranno rafforzare la propria maggioranza nella camera bassa.

Per il Senato la questione è più complessa: prima di tutto non avviene mai che la Camera alta si rinnovi totalmente,  ma ogni due anni si tengono elezioni per un terzo dei suoi componenti. Poi ogni Stato, indipendentemente dalla sua consistenza elegge due senatori e questo per il momento avvantaggia il GOP.

Infatti, nelle elezioni di novembre è fastato che i Repubblicani vincessero alcune sfide in precise aree geografiche, come il Sud o il Midwest per assicurar loro la maggioranza, anzi rafforzarla rispetto al precedente biennio.
***
Le ragioni del risultato. Si può dire che tra le motivazioni che hanno determinato il risultato elettorale del 6 Novembre si possono identificare le seguenti linee interpretative:

1. Fra i Democratici è emersa nella fase delle primarie una nuova leva di candidati che hanno progressivamente preso il largo, marginalizzando la vecchia “nomenklatura”: ciò ha spinto molti elettori, di solito assenti dal voto di metà mandato, ad andare alle urne più convintamente.

2. Il Presidente Trump aveva trasformato lo scrutinio del 6 novembre in un referendum pro o contro la sua politica: nel caso delle elezioni per la Camera l’esito del voto suona come una sconfitta per il capo dell’esecutivo che può in parte consolarsi con l’esito delle senatoriali.

Infatti, commentando a caldo il voto, Donald Trump ha esultato, sostenendo su Twitter che i candidati da lui appoggiati, sono stati tutti eletti.

3. I Repubblicani, dal canto loro, possono in parte consolarsi di non aver subìto un tracollo maggiore grazie alle elezioni senatoriali ed alla riconferma di governatori in Stati che sono sempre decisivi nella corsa presidenziale, come Florida ed Ohio.

4. La scelta del Presidente di battere in campagna elettorale il tasto della paura dell’immigrato si è rivelata un boomerang, in molte aree dove invece c’è bisogno di manodopera straniera per far progredire l’economia: i buoni risultati macroeconomici di cui si vanta il Presidente non sono un motivo sufficiente per premiarlo.

5. Un altro dato incoraggiante per i Democratici è che hanno guadagnato voti in settori chiave dell’elettorato statunitense: se la prevalenza dei Dem fra neri, asiatici ed ispanici è consolidata e si ripete di elezione in elezione, il successo ottenuto dall’Asinello fra i giovani, i bianchi istruiti e le donne è una sostanziale sorpresa. Si calcola che il margine di vantaggio degli “azzurri” sui Repubblicani tra le donne bianche con titolo di laurea è cresciuto dal 7% del 2016 al 20% quest’anno. Anche i bianchi sotto i 29 anni hanno votato più a sinistra che a destra (il gap è di 13 punti percentuali).

Zoccolo duro per i Repubblicani rimane quella fascia di popolazione costituita prevalentemente dai bianchi (maschi e femmine) senza laurea: qui il vantaggio è statisticamente rilevante nei confronti del “partito azzurro”.

6. La politica di Trump, in particolare la lotta che ha intrapreso contro la riforma sanitaria di Obama,si è ritorta contro il Presidente, perché ora l’opinione pubblica sta cominciando ad apprezzarne i benefici. Inoltre tra la gente stanno facendosi strada argomenti come questioni sociali finora non toccate,come la correzione delle disuguaglianze, accentuatesi durante gli anni della crisi, la necessità d’assicurare una migliore istruzione o di introdurre un salario minimo.

7. I Democratici, poi, sono riusciti ad imporre candidati provenienti direttamente dalle minoranze, bistrattate da Trump e dai suoi: costoro non hanno chiesto voti in quanto rappresentanti di neri, asiatici, ispanici o altro, ma come portabandiera d’una nuova America, aperta al contributo di tutti, grande perché non rinchiusa in se stessa, impaurita da tutto ciò che avviene là fuori.

8. E’ un fatto significativo che l’Asinello abbia conseguito risultati importanti in aree geografiche dove finora non toccava palla, come in Florida, in Texas o in Georgia, mentre ha strappato al GOP Michigan, Illinois,, Wisconsin, tutti Stati che due anni fa avevano sostenuto il magnate newyorchese, soprattutto nei quartieri popolari.

9. Particolarmente interessante è il caso di Beto O’Rourke, sconfitto di misura nella corsa al Senato, nel Texas dal veterano Ted Cruz, già aspirante alla nomination repubblicana nel 2016.

O’Rourke, che si dice voglia correre alle presidenziali fra due anni, ha abbracciato il tema dell’identità, così caro a Trump, ma ne ha rovesciato i paradigmi: la vera America, dice, è aperta all’immigrazione e al mondo e celebra la critica dell’autorità e non il culto della nazione. E’ come se dicesse che la “grande America” di cui parla il Presidente è in realtà un paese piccolo, gretto, il contrario di ciò  che indica la storia degli Stati Uniti, un Paese che ha sempre visto nell’arrivo di genti dall’esterno una risorsa per il proprio progresso economico, non una minaccia alla sicurezza.

10. Le elezioni di Midterm hanno segnato inoltre un punto di rottura tra la destra repubblicana e la comunità ebraica: l’attentato di Pittsburgh contro una sinagoga di sabato mattina, giornata della preghiera per gli ebrei praticanti e l’ambigua reazione del presidente che ha sostenuto che se all’interno dell’edificio ci fossero state guardie armate si sarebbe evitato l’eccidio, ha scavato un fossato tra la Casa bianca e il mondo ebraico statunitense.

Non è sufficiente che Washington abbia spostato l’ambasciata a Gerusalemme o che Trump si sia professato alleato d’Israele senza se e senza ma, oggi per gli Ebrei americani è più importante la lotta alle discriminazioni contro le diverse minoranze, in particolare contro i rigurgiti di antisemitismo, la difesa dei più deboli, la sanità pubblica e un sistema d’istruzione adeguata alle esigenze d’un grande paese.

L’Antidefamation League – un’organizzazione ebraica da sempre attiva contro il pregiudizio antisemita e xenofobo –  aveva dichiarato già nei giorni seguenti agli incidenti di Charlotteville (agosto 2017), nei quali una persona era morta in scontri coi suprematisti bianchi della Virginia: «l’antisemitismo è penetrato nel linguaggio comune in modi che molti ebrei che hanno vissuto gli orrori della Germania nazista trovano sconvolgente.»

L’eccidio di massa nella sinagoga di Pittsburgh di ottobre, il peggiore attentato anti-ebraico nella Diaspora dopo quello compiuto contro le istituzioni ebraiche di Buenos Aires nel 1994, ha fortemente acuito i contrasti dell’ebraismo americano con Trump e i suoi atteggiamenti.

Sta venendo meno nel mondo ebraico l’idea di trovarsi in un Paese dove non si corre il rischio d’esser perseguitati perché ebrei, così come avviene periodicamente in Europa.

Nella percezione di molti ebrei, a Pittsburgh come altrove, le affermazioni di Trump che quasi addossa alle vittime d’essere colpevoli di stare nel posto sbagliato, al momento sbagliato e senza aver preso delle precauzioni, così come l’uso da parte sua d’un linguaggio aggressivo e violento nei riguardi degl’immigrati, definiti «invasori», suonano come un grosso campanello d’allarme e fanno comprendere che in un certo senso l’incantesimo s’è rotto.

Il killer di Pittsburgh, mutuando le parole del presidente ha detto di voler eliminare gli Ebrei dall’America perché sostengono finanziariamente le attività della Hebrew Aid Immigrant Society che aiuta le persone in fuga da conflitti e persecuzioni a raggiungere gli stati Uniti.

la gloriosa associazione, fondata nel XIX secolo per assistere gli ebrei in fuga dalla Russia zarista, dov’erano vittime di frequenti pogrom, ora sta volgendo il proprio sguardo a quelle situazioni in cui gli esseri umani rischiano la propria vita perché perseguitati per il colore della loro pelle o per il loro orientamento religioso.
***
Conclusioni. Proprio le parole d’ordine del trumpismo militante ed ideologico stanno svegliando l’america progressista e stanno determinando una sua reazione: si tratterà di vedere se ciò condurrà ad una vittoria fra due anni o ad una cocente sconfitta, come avvenne nel 2016. Molto dipenderà anche dal candidato presidenziale che verrà scelto e dal consenso che riuscirà a raccogliere nella composita coalizione degli avversari di Trump, così come si dovrà vedere quanta consistenza abbia la compagine che sostiene il Presidente.

PIER LUIGI GIACOMONI

Lascia un commento

Your email address will not be published.